domenica 30 aprile 2023

Ungheria
Papa Francesco incontra Hilarion: il «piano B» della diplomazia (se cade il putiniano Kirill)

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Gian Guido Vecchi, Corriere della Sera) Venti minuti di colloquio tra il Papa e l’ex «ministro degli esteri» del Patriarcato di Mosca, «licenziato» da Kirill per la sua opposizione all’invasione dell’Ucraina. Il Papa ai giovani: «A pochi chilometri da qui c’è la guerra, aiutate il mondo a vivere in pace» -- Il dialogo ecumenico e la diplomazia hanno i loro tempi, spesso lunghi, e c’è sempre un piano B. Così Papa Francesco, dopo gli incontri del mattino, ha incontrato nella nunziatura di Budapest il metropolita Hilarion, fino all’anno scorso «ministro degli Esteri» e numero due del Patriarcato ortodosso di Mosca, poi «licenziato» e mandato in Ungheria per le sue posizioni contro la guerra mentre il patriarca Kirill benediceva l’invasione dell’Ucraina. L’incontro è durato venti minuti, come sempre il Papa ha salutato il metropolita con un abbraccio, baciando la sua croce pettorale.
Per tredici anni, come presidente del Dipartimento degli affari ecclesiastici del patriarcato russo, Hilarion è stato l’uomo del dialogo con la Santa Sede. Da mesi, come raccontava al Corriere , stava preparando un nuovo incontro tra il Papa e Kirill, prima che la guerra in Ucraina facesse precipitare la situazione. Francesco, nell’intervista al direttore del Corriere , Luciano Fontana, era stato lapidario: «Il patriarca di Mosca non può trasformarsi nel chierichetto di Putin».
Nel frattempo Hilarion si era smarcato dal suo superiore, organico alla propaganda del Cremlino. Già poche settimane prima dell’invasione, il 29 gennaio dell’anno scorso, in una trasmissione radiofonica sul canale Russia 24 il metropolita aveva parlato con preoccupazione di ciò che stava succedendo, «in America, in Ucraina e in Russia ci sono politici che credono che la guerra sia la decisione giusta in questa situazione», e si era detto «profondamente convinto che la guerra non sia un metodo per risolvere i problemi politici accumulati».
Più tardi era arrivato a citare Rasputin, il quale aveva avvertito lo zar che «se la Russia fosse entrata in guerra, avrebbe minacciato l’intero Paese con conseguenze catastrofiche», arrivando non solamente alla perdita di parte delle terre russe ma anche della «Russia in quanto tale». Così, a giugno, il metropolita era stato sostituito nel ruolo di ministro degli Esteri e membro permanente del Sinodo ortodosso, e mandato a Budapest come «amministratore» della chiesa russa in Ungheria. Il sito indipendente Orthodox News aveva ricordato «lo sforzo del metropolita Hilarion di differenziarsi dall’atteggiamento aggressivo del Patriarca di Mosca e la sua piena identificazione con le richieste del Cremlino».
È importante notare che anche Kirill, nominato vent’ anni prima da Alessio II, era «ministro degli esteri» del Patriarcato quando il vecchio patriarca morì e gli succedette nel 2009. Hilarion era il candidato più probabile alla successione di Kirill.
 E potrebbe esserlo ancora in futuro, se alla fine Putin, e con lui il patriarca attuale, finissero in disgrazia. Anche adesso, del resto, è il leader ortodosso russo che ha mantenuto rapporti migliori con la Chiesa cattolica e le altre chiese ortodosse in rotta con Mosca. Secondo il sito del metropolita di Budapest, Hilarion «ha raccontato al Pontefice la vita della diocesi di Budapest-Ungheria del Patriarcato di Mosca, la sua attività sociale ed educativa e i suoi rapporti con l’arcidiocesi della Chiesa cattolica romana e le altre confessioni cristiane».
Come ricordo dell’incontro, ha donato al Papa quattro volumi della sua monografia «Gesù Cristo. Vita e insegnamenti», tradotta in italiano. Per Francesco non si tratta solo di un altro canale importante per cercare una soluzione diplomatica al conflitto, la preoccupazione al centro del suo viaggio a Budapest. Dopo la visita commovente ai bambini dell’ Istituto cattolico per ciechi e Casa speciale per bambini «Beato Laszlo Batthyany-Strattmann», Francesco al mattino ha incontrato rifugiati e poveri nella chiesa di Santa Elisabetta: «Abbiamo bisogno di una Chiesa che parli fluentemente il linguaggio della carità, idioma universale che tutti ascoltano e comprendono, anche i più lontani, anche coloro che non credono», ha detto. E alle migliaia di giovani arrivati nel pomeriggio al palazzetto dello sport di Budapest : «A non molti chilometri da qui la guerra e la sofferenza sono all’ordine del giorno, prendete in mano la vita per aiutare il mondo a vivere in pace»
Il dialogo con gli ortodossi, e il sogno di una riunificazione delle Chiese apostoliche dopo lo scisma del 1054, è al cuore del suo pontificato fin dal primo giorno. Appena eletto, il 13 marzo 2013, si presentò come il vescovo della Chiesa di Roma che «presiede nella carità tutte le Chiese». Pochi ci fecero caso, ma era una citazione raffinata di Sant’Ignazio di Antiochia, padre della Chiesa indivisa all’inizio del II secolo, ben conosciuta dal mondo ortodosso: una mano tesa, per dire che il primato del successore di Pietro è fondato solo sulla «carità» e non sul potere di chi vuole comandare.