lunedì 3 ottobre 2022

Vaticano
L'Angelus del Papa che chiede pace

(Angelo Scelzo - Il Mattino)
La finestra dell'Angelus è il pulpito dal quale il Papa, ogni domenica, parla al mondo. Ieri Francesco ha mostrato visibilmente l'urgenza, quasi ansia, di doverlo fare, arrivando perfino a stravolgere la scaletta della preghiera mariana. Ha sostituito (come una sola volta in passato, per la Siria) il commento al Vangelo del giorno. Lo ha fatto con un monito che nei toni ha fatto venire in mente il radiomessaggio di Giovanni XXIII nell'ottobre del '62 sulla crisi di Cuba. Crisi diverse ma una tensione ormai non dissimile dopo la drammatica escalation degli ultimi giorni sul doppio fronte militare e politico tra Russia e Ucraina. Le parole del Papa sono state molto più che un appello.
La forma certo non poteva che essere quella ma molto più forte è stata l'immagine che le sue parole hanno evocato: come se da quella finestra Francesco fosse sceso in campo in prima persona a delimitare e presidiare, una volta per tutte, per chi oggi si confronta in armi, il campo di un'umanità che rischia di andare alla deriva della barbarie per una guerra che è solo orrore e follia. «Che cosa deve ancora succedere? Quanto sangue deve ancora scorrere perché capiamo che la guerra non è mai una soluzione e sempre una distruzione»?
Non è passato giorno dall'invasione di febbraio senza che il Papa abbia condannato il ricorso alle armi, dando avvio a una predicazione di pace che lo ha posto sulla scia di Paolo VI, con il discorso all'Onu e di Giovanni Paolo II con quel grido, Mai più la guerra, pronunciato nei giorni del conflitto in Iraq. Gli esiti, come in altre occasioni, non hanno dato risultati concreti e, anzi, anche gli interventi di Francesco sono stati al centro di rilievi ed osservazioni, a seconda delle diverse posizioni sul conflitto. Non è mancata neppure una rotta di collisione sul fronte dei rapporti ecumenici, per l'insostenibile atteggiamento del patriarca di tutte le Russie, Kirill, totalmente devoto alla linea di Putin.
L'Angelus di ieri più che un appello è stato uno spartiacque: lo spartiacque che la Chiesa di Francesco si è sentito di indicare al mondo, dentro e, in parte, anche fuori, dal perimetro di una guerra condannata attraverso tutti gli aggettivi possibili, ma anche trattata, per quanto possibile, su un piano diplomatico, affiancato a quello ancora più assiduo dell'assistenza umanitaria. Di fronte all'escalation degli ultimi giorni anche questo sembra un tempo scaduto. È per questo che il discorso del Papa ha coinvolto, stavolta, quasi allo stesso modo aggressore e aggredito, non per una sorta di recuperata equidistanza, bensì per segnalare che si fa incombente la più terribile delle conseguenze, ossia il rischio di un'escalation nucleare.
E così Francesco è arrivato a supplicare il presidente della Federazione russa perché riesca a fermare per amore del suo popolo questa spirale di violenza e di morte. E d'altra parte, addolorato per l'immane sofferenza della popolazione ucraina, ha rivolto un altrettanto fiducioso appello al presidente dell'Ucraina, ad essere aperto a serie proposte di pace. Sullo sfondo, ma certo non in maniera defilata, il compito assegnato alla comunità internazionale perché faccia tutto il possibile per non lasciarsi coinvolgere in pericolose escalation e promuovere invece iniziative di dialogo e di pace. Ma anche il rilievo, anzi l'inevitabile deplorazione delle annessioni russe che hanno sovvertito tutti i principi del diritto internazionale.
Al centro del più drammatico degli Angelus degli ultimi anni è stato in realtà il grande bivio che il conflitto in Ucraina pone sempre più sulle strade dell'umanità: far respirare alle giovani generazioni l'aria sana della pace in luogo di quella inquinata della guerra. Già oggi, ha ricordato con amarezza Francesco, è angosciante che il mondo stia imparando la geografia dell'Ucraina attraverso i nomi delle sue città martiri.
In sostanza niente più dell'Angelus di ieri ha dato il segno di una svolta nella crisi russo-ucraina. La finestra di piazza San Pietro è tornata ad affacciarsi su un'ora che rischia di diventare sempre più buia. E un altro elemento, non certo secondario, si è posto come un inequivocabile segno dei tempi. Più che un appello, s'è visto, s'è trattato d'una supplica, una preghiera vissuta come un vero e proprio moto dell'anima di fronte a situazioni estreme e disperate. Proprio alla Supplica si è richiamato Francesco, affidando le speranze di pace alla Madonna del Rosario di Pompei. In quello stesso momento, nella città mariana, nella celebrazione della prima domenica di ottobre, era proprio questa la preghiera che si recitava di fronte alla facciata del Santuario. Una facciata dedicata alla pace.