giovedì 22 settembre 2022

Russia
Si muove il Vaticano: incontro tra Parolin e Lavrov. I timori di Papa Francesco per la «follia».

Foto archivio. Card. P. Parolin - Ministro S. Lavrov
(Gian Guido Vecchi - Corriere della Sera)
Il Segretario di Stato vaticano e il ministro degli Esteri russo parlano a margine dell’Assemblea generale. Le parole di Francesco di ritorno dal Kazakistan: «Dobbiamo dare opportunità di dialogo a tutti. A volte il dialogo puzza, ma si deve fare».  
Il cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato vaticano, ha incontrato il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov a margine dell’Assemblea generale in corso all’Onu. La notizia è stata data dallo stesso ministero degli Esteri russo, senza soffermarsi sui contenuti. Ma è evidente che al centro dell’incontro ci fosse la guerra in Ucraina e la preoccupazione cui Papa Francesco, con un riferimento trasparente alle minacce di Putin, ha dato voce mercoledì durante l’udienza generale, parlando della «tragica guerra dove alcuni pensano alle armi nucleari: una pazzia».
Certo non è un momento facile nelle relazioni tra Santa Sede e Russia. Al convegno interreligioso in Kazakistan, la settimana scorsa, non c’è stata possibilità di incontro tra il Papa e il patriarca ortodosso perché Kirill ha disertato la riunione. Francesco aveva incontrato il metropolita Antonij, il quale ha detto ai giornalisti come la Santa Sede avesse cancellato l’incontro previsto «a Gerusalemme a giugno» e il Patriarcato fosse rimasto «sorpreso» dal Papa che lo aveva definito «chierichetto di Putin».
In questo mesi Francesco non ha mai mancato di esprimere la sua solidarietà al popolo ucraino, anche mercoledì ha ripetuto: «Vorrei fare presente la terribile situazione della martoriata Ucraina.
Il Cardinale Krajewski è andato lì per la quarta volta. Ieri mi ha telefonato, lui sta spendendo tempo lì, aiutando nella zona di Odessa, dando tanta vicinanza. Mi ha raccontato il dolore di questo popolo, le azioni selvagge, le mostruosità, i cadaveri torturati che trovano. Uniamoci a questo popolo così nobile e martire». Ma la Santa Sede non interrompe mai i contatti diplomatici, anche nei momento più difficili. Lo stesso Papa ne ha parlato sul volo di ritorno dal Kazakistan, ai giornalisti che gli chiedevano se c’era una linea rossa oltre la quale non sarebbe stato più disponibile a parlare con Mosca: «Credo che sia sempre difficile capire il dialogo con gli Stati che hanno incominciato la guerra, che sembra che il primo passo sia stato compiuto da quella parte. È difficile, ma non dobbiamo scartarlo. Dobbiamo dare l’opportunità del dialogo a tutti, a tutti. Perché c’è sempre la possibilità che nel dialogo si possano cambiare le cose, anche offrire un altro punto di vista, un altro punto di considerazione. Ma io non escludo il dialogo con qualsiasi potenza che sia in guerra e che sia l’aggressore. Delle volte il dialogo si deve fare così, ma si deve fare. Puzza, ma si deve fare. Sempre un passo avanti, la mano tesa, sempre. Perché al contrario chiudiamo l’unica porta ragionevole per la pace. A volte non accettano il dialogo, peccato. Ma il dialogo va fatto sempre, almeno offerto. E questo fa bene a chi lo offre, fa respirare».
Il Vaticano è pronto in ogni momento a fare la sua parte per arrestare l’escalation, un rischio che Francesco ha denunciato dall’inizio dell’invasione russa in Ucraina.
Il pericolo nucleare, del resto, è uno dei temi centrali del suo pontificato, Francesco lo ripete da anni, ad esempio nel 2018 sul volo che lo portava in Cile, quando aveva fatto distribuire la foto di un bambino di Nagasaki con il fratellino sulle spalle, in attesa davanti al crematorio, nel ’45: «Ho davvero paura e penso che siamo al limite. Il pericolo di una guerra nucleare esiste veramente. E io ho paura di questo, basta un incidente. Di questo passo la situazione rischia di precipitare. Bisogna eliminare le armi nucleari, adoperarci per il disarmo».
Un anno più tardi, a Hiroshima, nel punto in cui la prima bomba atomica sganciata dal bombardiere americano «Enola Gay» esplose alle 8,16 del 6 agosto 1945, il Papa aveva sillabato «l’immoralità» dell’uso e dello stesso possesso di armi nucleari: «Saremo giudicati per questo».