giovedì 22 settembre 2022

Mondo
Papa Francesco e la guerra russa contro l'Ucraina. Nell'analisi del vaticanista Marco Politi i percorsi politici, diplomatici ed ecclesiali della Santa Sede

** Francesco coglie uno stato d’animo ampiamente diffuso tra credenti e non credenti, che non sono particolarmente politicizzati ma avvertono con fastidio la continua pressione mediatica “dall’alto”, secondo cui bisogna andare avanti con la guerra e non porre domande.
** Questa guerra è già un disastro per Putin. E’ fallito il progetto di impadronirsi di Kyiv, è fallito il progetto di prendere prigioniero o costringere a fuggire il presidente Zelensky, è fallito il progetto di far collassare lo stato ucraino, infine la recente controffensiva ucraina ha rappresentato un colpo durissimo al prestigio dell’esercito russo.
 
(a cura di L.B. e R.C. - "Il sismografo")  La Seconda parte di questa intervista sarà pubblicata alle ore 09.50 di venerdì 23 settembre.
Marco Politi, noto scrittore e giornalista italiano (Roma, 29 gennaio 1947) ci ha ospitato con molta disponibilità per una intervista che stavamo inseguendo da tempo. Gli eventi bellici dall'inizio dell'invasione russa  dell'Ucraina, quasi sette mesi fa, complessi e rischiosi per il mondo, così come le conseguenze in molti ambiti, con l'esperienza pluridecennale di Politi possono essere analizzati da un'ottica diversa da quella oggi ricorrente. Marco Politi è anche uno studioso singolare, forse unico. E' stato corrispondente a Mosca per Il Messaggero dal 1987 al 1993, periodo storico in cui si racchiude la crisi e dissoluzione dell'URSS e la nascita della Federazione Russa. Al tempo stesso, dal 1971 sino ad oggi, Politi si è anche occupato di questioni vaticane e religiose. Infatti, tra il 1993 e il 2003 è stato il vaticanista de La Repubblica
1 - Vorrei cominciare con la guerra in corso nel cuore dell'Europa. Francesco ha detto pochi giorni fa: "Una guerra di speciale gravità, sia per la violazione del diritto internazionale, sia per i rischi di escalation nucleare, sia per le pesanti conseguenze economiche e sociali". A tuo avviso il Santo Padre ha affrontato in modo compiuto la questione dell'aggressione russa all'Ucraina oppure ha commesso degli errori che poi hanno condizionato l'intero percorso al punto di dover rinunciare - per ora - ad un viaggio a Kyiv? Ricorderai che si è parlato anche di fallimento della diplomazia vaticana così rilevante e rispettata nei decenni.
Per gli osservatori, che guardano alla realtà globale, e soprattutto per coloro che in gergo vengono chiamati “decision makers” politici e militari, è ben chiaro che siamo di fronte ad un conflitto russo-americano.
L’Ucraina è il terreno della battaglia. Ucraini sono i soldati che combattono con grande coraggio, tenacia e determinazione. Ucraine sono le vittime civili e militari dell’invasione. Ma occidentali – in primissima linea statunitensi e poi della Gran Bretagna e degli altri paesi Nato – sono le armi, i rifornimenti, l’addestramento, l’intelligence, la cooperazione strategica (come si è visto nella recente controffensiva intorno a Kharkiv e nel Donbass). Occidentali sono gli aiuti economici e umanitari. Occidentale è l’arma potentemente invasiva delle sanzioni contro la Russia.
Un corrispondente veterano come Domenico Quirico sulla “Stampa” la chiama tout court guerra russo-americana. Al di là dell’espressione tecnica è quello che tranquillamente pensano molti giornalisti, che hanno sperimentato professionalmente gli anni della Guerra Fredda.
Francesco (a cui va riconosciuta la lucidità di avere parlato sin dall’inizio del pontificato di “guerra mondiale a pezzetti”, indicando i molti focolai bellici sulla scena internazionale) ha usato nei giorni scorsi un termine preciso e drammatico: Guerra Totale. Perché si riverbera sugli stati del pianeta e coinvolge – per i suoi effetti politici, sociali ed economici – masse consistenti di popolazione mondiale ben al di là dei protagonisti ufficiali dello scontro. Mentre incombe il rischio nucleare.
In questo senso la decisione, diplomaticamente piuttosto audace, di recarsi all’inizio del conflitto all’ambasciata russa presso la Santa Sede è stata profetica: l’estremo avvertimento a chi iniziava la guerra di non avventurarsi per una strada rovinosa. Le parole del Papa (il 23 febbraio all’udienza generale) sulla necessità che i leader politici facciano  un “serio esame di coscienza davanti a Dio, che è Dio della pace e non della guerra, che è Padre di tutti, non solo di qualcuno, che ci vuole fratelli e non nemici”, si inseriscono direttamente in quella tradizione papale che ha visto Giovanni Paolo II ammonire a non iniziare la guerra in Afghanistan e opporsi decisamente all’invasione statunitense dell’Iraq.
Qualcuno ha osservato che in quelle ore Francesco avrebbe potuto fare un gesto altrettanto speciale di vicinanza al popolo ucraino. E’ una notazione appropriata. In quel momento papa Bergoglio ha dato la precedenza ai rischi geopolitici, che ora stanno sotto i nostri occhi. “La guerra – ha twittato il giorno del suo colloquio con l’ambasciatore Avdeev – è un fallimento della politica e dell'umanità… una sconfitta di fronte alle forze del male”.
In ogni caso, nel prosieguo delle settimane e dei mesi, ha sistematicamente espresso la sua condanna dell’invasione russa e dei massacri e delle distruzioni in corso nella “martoriata Ucraina” e ha mandato nel paese due cardinali e il ministro degli esteri vaticano per manifestare tangibilmente la sua vicinanza. Mostrarsi in udienza generale con la bandiera di Bucha è stato un segnale inequivocabile.
Quello che invece il pontefice assolutamente non vuole, è fare un viaggio a Kyiv senza un analogo viaggio a Mosca. Il Vaticano, come ha fatto sapere, non è equidistante fra chi ha iniziato la guerra e chi la subisce, ma vuole essere “equivicino” ai due popoli ucraino e russo per potere favorire eventualmente un cessato il fuoco e l’avvio di negoziati.
E’ la linea tradizionale della Santa Sede, che in epoca contemporanea ha sempre rifiutato di schierarsi con uno dei contendenti. Insistere all’infinito sul fatto che c’è un aggressore e un aggredito è tautologico e, in ultima analisi, legato alla propaganda di guerra. Tutti i conflitti, sin dal tempo dei Sumeri, hanno qualcuno che li inizia e qualcuno che è attaccato. Ma la ricerca di una soluzione negoziata non si sviluppa generalmente secondo la metodica del maestro di scuole che punisce e premia. Fare la guerra o la pace è questione di interessi, di bilanciamento di interessi.
Urss e Stati Uniti hanno invaso in tempi diversi l’Afghanistan accampando grandi motivazioni, che si sono liquefatte dinanzi al disastro dell’occupazione. Allora improvvisamente i proclami sono stati lasciati da parte e si è chiusa la partita. Ero a Kabul quando i sovietici hanno iniziato nell’89 la ritirata. Le dottoresse e le insegnanti afghane erano angosciate all’idea della partenza dei russi e dell’arrivo dei talebani. Trentatré anni dopo le donne afghane hanno vissuto con eguale angoscia la ritirata americana. Ma a quel punto, come nel 1989, la loro sorte non era più considerata importante.
Si è parlato molto all’inizio della guerra di una mediazione vaticana, forse troppo superficialmente. Non si può dimenticare che la mediazione di Giovanni XXIII ai tempi della crisi di Cuba fu il frutto di una scelta delle due superpotenze Usa e Urss. Entrambe vollero servirsi dell’occasione offerta da papa Roncalli. La Santa Sede non apre nessun tavolo di sua iniziativa. Quando in anni recenti il Vaticano ha facilitato il riavvicinamento tra Obama e il regime castrista è stato perché faceva comodo sia a Washington che ai cubani.
La domanda è semmai perché Stati Uniti e Russia non trovano ancora interesse a iniziare anche informalmente pre-negoziati.
2 - Il Patriarca di Mosca Kirill, dal primo istante, con diversi discorsi e gesti, si è
arruolato nelle posizioni e narrazioni di Putin al punto che il Papa sentì il bisogno di lanciargli un fraterno monito: "non essere chierichetti di stato". Kirill e Hilarion risposero con durezza e astio. A questo punto cosa si può dire sul dialogo ecumenico con la più importante e grande chiesa ortodossa? I progressi dopo un millennio di antagonismi sono stati giganteschi. Ora tutto è andato al macero?

Il Patriarcato russo è nato in stretta simbiosi con lo stato, sottomesso all’autocrazia dei granduchi e degli zar di Mosca. Nel 1721, con Pietro il Grande, è stato addirittura abolito il patriarca sostituito da un Sinodo, gestito da un funzionario come un dipartimento dello stato. Restaurato nel 1917, il patriarcato ha vissuto la dura persecuzione dello stalinismo nei confronti della religione, il terrore dei gulag e delle delazioni, la sottomissione completa all’apparato totalitario e l’infiltrazione sistematica da parte del Kgb. Poi, come in tutti gli stati sorti dalla dissoluzione dell’Urss, la Chiesa ortodossa nelle sue gerarchie – con alcune notevoli eccezioni nella base – ha condiviso il nazionalismo del nuovo regime e comunque ha risentito e risente il peso di un sistema autocratico. Non si acquista la libertà di ruolo e di espressione con lo schioccare delle dita.
Nè si possono chiudere gli occhi dinanzi alla storia globale. Notava acutamente lo scrittore italiano Beniamino Placido che allo scoppio della I. Guerra mondiale in ogni nazione le Chiese invocavano l’aiuto di Dio per la vittoria. Per due terzi del Novecento le gerarchie ecclesiastiche nazionali non si sono sognate di entrare in contrapposizione con la dirigenza statale. Specialmente nel campo della politica estera. (La situazione italiana prima del Concordato è un caso a parte).
Il processo di distinzione tra sfera religiosa e sfera politica, che abbiamo conosciuto nell’Occidente del dopoguerra, è un fenomeno graduale e complesso, legato allo sviluppo della democrazia di massa e alla secolarizzazione. Eppure anche oggi assistiamo a fenomeni che portano indietro la ruota della storia. Il sorgere del nazional-clericalismo in Polonia e Ungheria, l’alleanza fra suprematisti e religiosi fondamentalisti evangelical nel blocco formatosi intorno a Donald Trump, la strumentalizzazione dei simboli religiosi tra i sovranisti italiani dei partiti di Salvini e Meloni.
Perciò la complessità della storia non va trascurata. E’ evidente che sono condannabili nel modo più netto i discorsi apocalittici-ultranazionalisti di Kirill, ma non ha senso scatenare una guerra contro l’ortodossia russa in quanto tale.
Nei giorni scorsi, in occasione della sua assembla generale, il Consiglio ecumenico delle Chiese (Cec) si è rifiutato di mettere ai voti l’espulsione della Chiesa ortodossa russa. Una decisione equilibrata nei confronti di una richiesta insensata. Proprio nei momenti di crisi i canali di dialogo vanno tenuti aperti. Nell’acme della guerra fredda il Consiglio ecumenico delle Chiesa (nato da un patto tra anglicani, protestanti e ortodossi), coinvolgendo le gerarchie ecclesiastiche del blocco orientale non si attendeva da parte loro dichiarazioni contro le leadership sovietiche o filosovietiche, ma lavorava non solo per l’ideale ecumenico, ma in vista di una maturazione della situazione, della cultura, del rapporto tra fede e politica in quella parte del mondo.
Lo stesso intento ispirava Giovanni XXIII e Paolo VI nell’invitare al concilio Vaticano II le gerarchie dei paesi dell’Est.
Francesco è stato molto netto nel dire a Kirill, facendolo sapere all’opinione pubblica mondiale, che il patriarcato russo non può essere il “chierichetto” di Putin. E anche adesso, in Kazakistan, ha ribadito che la religione non sia al servizio di chi comanda: “Il sacro non sia puntello del potere e il potere non si puntelli di sacralità”.
In questo senso Bergoglio ha scelto una via di equilibrio: sospensione dell’incontro preventivato a suo tempo a Gerusalemme con il patriarca di Mosca e cancellazione di un faccia a faccia, che si sarebbe potuto tenere a Nur-Sultan, ma mantenimento dei canali di dialogo: in Kazakistan si è incontrato brevemente con il responsabile esteri del Patriarcato di Russia, il metropolita Antonij.
L’incontro a Cuba con Kirill nel 2016 e il documento firmato all’Avana , che ha messo fine mezzo millennio di ostilità tra cattolicesimo e ortodossia russa, sono risultati troppo importanti per non salvaguardarli anche in questi tempi di ferro. E lo stesso vale riguardo al prezioso lavoro svolto nei decenni dal Consiglio ecumenico delle Chiese.
Che l’arcivescovo greco-cattolico ucraino Shevciuk abbia criticato già nel 2016 il documento congiunto di Francesco e Kirill, è semmai il segno di un nazionalismo che vede soltanto la dimensione della propria parte.
Piuttosto non può sfuggire ad un osservatore di politica estera che le spinte all’espulsione del Patriarcato russo dal Consiglio ecumenico delle Chiese (questione sollevata da personalità cristiane di Cechia e Stati Uniti nonché dall’ex primate della Chiesa anglicana Rowan Williams), si colloca in una generale spinta a relegare la Russia e istituzioni russe di qualsiasi tipo in una condizione di “paria”.
Ucraina, Polonia, Stati baltici hanno giustificati motivi di inimicizia storica nei confronti della Moscovia zarista, sovietica e putiniana. Ed è in questa area che si manifesta una ricerca ossessiva di sanzioni sempre maggiori e più estese nei confronti di Mosca. Ciò che colpisce – come già ai tempi delle guerre nell’ex Jugoslavia – è tuttavia l’esplodere ed il crescere di un esasperato odio etnico. Non basta colpire Putin e i maggiori suoi principali collaboratori politici, militari ed economici, non basta colpire la sua cerchia. Bisogna colpire chiunque sia in qualche modo allineato a lui. E alla fine va coinvolto nell’odio generale il popolo russo, colpevole di non ribellarsi a Putin.
L’odio è un veleno. Pericoloso e sommamente irrazionale. Cacciare l’ortodossia russa dal Cec o imporre sanzioni a Kirill (proposta poi caduta in sede europea) in ultima analisi non farebbe che cementare maggiormente l’adesione degli strati più periferici e meno acculturati della popolazione russa alle gerarchie di potere politico ed ecclesiastico, in un clima emotivo di difesa della “patria in pericolo”.
Allo stesso modo il bando al turismo russo, chiesto con insistenza da alcuni paesi dell’Est europeo che sono stati autorizzati a realizzarlo autonomamente, punisce la classe media russa: proprio il ceto che più vorrebbe essere europeo, che vorrebbe anche maggiore libertà politica pur non avendo il coraggio o la forza di rivendicarla, che è in grado di attingere a fonti di informazioni diverse da quelle dell’autoritarismo ufficiale, che nei suoi viaggi può essere maggiormente permeabile all’opinione pubblica occidentale.
Questo odio etnico è quanto di più lontano ci possa essere dalla visione della Santa Sede: si tratti di questo pontificato o dei pontificati precedenti. E’ bene ricordare che nel vivo dei conflitti etnici nell’ex Jugoslavia Giovanni Paolo II non si schierò dalla parte dei cattolici croati o dei cristiano ortodossi serbi ma si pose in difesa dei bosniaci musulmani.
Per certi versi è imbarazzante che nei giorni in cui il parlamento di Strasburgo critica fermamente l’Ungheria per essersi allontanata dai “valori europei”, la presidente della Commissione Von der Leyen continui a chiudere gli occhi nei confronti del bando che in Ucraina colpisce la letteratura russa, il teatro russo, l’opera russa, la musica russa, i video russi. Un razzismo culturale etnico totalmente in contrasto con i valori fondanti dell’Unione europea.
Il caso del regista ucraino Sergei Loznitsa, vincitore del premio Fipresci ed autore di notevoli documentari storici, è esemplare. “La richiesta di boicottare la cultura russofona, che è anche la conquista e la ricchezza dell'Ucraina – ha dichiarato pubblicamente – è arcaica e distruttiva. Contraddice i principi europei del pluralismo culturale e della libertà di espressione nella loro essenza”. Loznitsa ha criticato fermamente la decisione della European Film Academy di escludere dal concorso europeo film prodotti in Russia. Per queste posizioni il 19 marzo scorso Loznitsa è stato espulso dall’Accademia del cinema ucraino. Tra le colpe imputategli: essere troppo cosmopolita. Chi ha conosciuto l’Urss riconosce in questo metodo qualcosa di squisitamente sovietico.
Seguire come corrispondente il Vaticano significa sottoporsi ad un training che esige un’attenzione rigorosa non solo al contenuto dei documenti, ma alle parole improvvisate ed ai gesti della leadership ecclesiastica, ai silenzi, alle apparenti dimenticanze, ai mutamenti di espressione e persino alle tonalità del contesto. Vedere la presidente Von der Leyen indossare abiti con i colori della bandiera ucraina, ricorda ciò che nella cultura storica tedesca si chiama “Hurrah Patriotismus”, l’esaltazione retorica della causa e l’euforica attesa dell’immancabile vittoria. Parlare di Ucraina come “paese di eroi”, proclamare enfaticamente che l’”Europa prevarrà e Putin fallirà”, sentirla gridare “Slava Ukraini! Gloria all’Ucraina” è un modo per tacitare qualsiasi ragionamento critico sugli obiettivi della guerra e i contraccolpi sulla situazione mondiale.
Le trasformazioni verbali contano. In pochi mesi si è passati nella terminologia di alcuni leader occidentali dall’invocazione della “difesa” dell’Ucraina alla proclamazione di una non meglio precisata “vittoria” finale.   
Ma c’è una sfumatura di mutamento ideologico-politico ancora più importante. Nel discorso sullo stato dell’Unione europea la presidente Von der Leyen (tedesca di estrazione democristiana) ha dichiarato che “uno degli insegnamenti che abbiamo tratto da questa guerra è che avremmo dovuto dare ascolto a chi conosce Putin”… in Polonia e nei paesi Baltici. E’ un radicale cambio di visione rispetto alla politica dei cancellieri Cdu Angela Merkel e, più indietro nei decenni, Helmut Kohl.
L’accodarsi al radicalismo degli europei orientali è in contrasto con quanto sottolineato ancora dopo l’attacco russo dalla Merkel, che ha ribadito la sua convinta opposizione all’ingresso dell’Ucraina nella Nato espressa nel 2008.
3 - In Ucraina, in molti tra accademici, politici, analisti, osservatori e uomini di chiesa sottolineano che il Vaticano, la Sede Apostolica, da molti anni ha "privilegiato una lettura russa della complessa realtà ucraina". E questa questione non nasce con Francesco. Si prolunga da decadi. E' stato criticata anche la Dichiarazione comune di  Francesco e Kirill a Cuba nel 2016 ritenuto cedevole nei punti sull'Ucraina. Cosa ne pensi? Dall’inizio della guerra si percepisce una tensione sotterranea tra il Vaticano e Kyiv, sia con la chiesa greco-cattolica sia con il governo e la politica.
Sì, questa tensione tra Vaticano e Kyiv esiste. Ed è esplosa con la violenta reazione ucraina alla Via Crucis, che il Venerdì Santo ha visto in processione una donna ucraina e una donna russa reggendo la Croce. Erano due amiche, la russa il giorno dell’invasione si era recata dall’amica ucraina piangendo, esprimendo dolore e vergogna per la guerra scatenata da Putin. Ma questo non andava bene alla strategia mediatica di Kyiv. Non doveva essere mostrato in processione il simbolo della speranza spirituale e religiosa di una vittoria del bene sul male, dell’amore sull’odio, della riconciliazione sulla vendetta.
La televisione di stato ucraina ha censurato la Via Crucis, l’elenco dei media privati ucraini che si sono accodati nel tappare la bocca al messaggio della processione papale è impressionante. Allo spettatore ucraino è stata tolta la possibilità di farsi un’idea autonoma.
Il colpo inferto al Vaticano è stato così forte che l’ “Osservatore Romano” non ha messo la foto in prima pagina e nelle pagine interne ha mostrato le due donne che reggevano un pezzo di legno nero, perché il braccio e la cima della croce erano tagliati, e potevano anche essere due pellegrine qualsiasi.
La tensione è riesplosa quando il Papa ha espresso compassione per l’attentato a Daria Dugina. Di fronte all’ondata di rabbia scatenatasi in Ucraina, il Vaticano ha emesso un comunicato di rinnovata condanna dell’invasione russa, qualificandola come “moralmente ingiusta, inaccettabile, barbara, insensata, ripugnante e sacrilega”. Tuttavia è un comunicato anonimo. Non proviene né dal Segretario di Stato né da un’altra autorità della Santa Sede e nemmeno è firmato dal direttore della Sala Stampa. Difficile capire chi sia responsabile della terminologia. Un osservatore laico potrebbe chiedersi cosa significhi dare alla guerra anche il marchio di “sacrilego”.
Ma il nocciolo del problema è un altro. Non esiste soltanto una narrazione ucraina o russa delle guerra. Esiste il mondo. Dal palazzo apostolico i pontefici e la diplomazia vaticana sono abituati a spaziare mentalmente sulla scena internazionale. E su questa scena più della metà del mondo non vuole arruolarsi dalla parte di nessuno dei contendenti. Non è un “neutralismo” incerto, piuttosto risponde ai propri interessi economici e politici. Un numero consistente di stati non condivide l’azione militare russa ma non condivide nemmeno l’aperto tentativo statunitense di mantenere un’egemonia unipolare in ambito internazionale. Questi stati non vogliono soprattutto ripiombare nelle divisioni feroci di una guerra fredda e non vogliono nemmeno essere trascinati nell’isteria di una guerra totale.
Questi stati cercano un equilibrio internazionale per riprendere lo sviluppo interrotto dalla pandemia del Covid, che ha portato nuove povertà per un numero aggiuntivo di milioni di persone e ha distrutto molte occasioni di crescita.
Questi stati fanno parte di una rete di rapporti complessi e complicati, che non possono essere tagliati con l’accetta.
Pensiamo all’accordo Quad che riunisce Stati Uniti, Giappone, Australia e India e come Quad Plus anche Nuova Zelanda, Corea del Sud e Vietnam. Ha lo scopo di frenare le mire di Pechino. Ma la stessa India fa parte anche dell’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai insieme a Russia e Cina. E a loro volta questi stati insieme al Sudafrica e al Brasile fanno parte del gruppo detto Brics.
L’ ”Avvenire”, il giornale dei vescovi italiani, ha dedicato molto spazio con diversi articoli, fra cui quelli del sociologo Mauro Magatti e dell’ex sottosegretario italiano agli Esteri Mario Giro, al fatto che l’attuale guerra russo-americana non può essere valutata unicamente sotto la lente delle dichiarazioni e degli interessi di Washington, Bruxelles, Kyiv e Mosca. Gli interessi del mondo non possono essere semplicemente messi in un angolino. D’altro canto, leggere le vicende internazionali come uno scontro tra regimi liberal-democratici e regimi dittatoriali non porta da nessuna parte.
Quando viene sollevata la questione se la fase attuale possa essere qualificata come uno scontro tra democrazie e autocrazie, uno dei massimi esperti di politica internazionale – Lucio Caracciolo, direttore della rivista Limes – risponde sobriamente che si tratta di una visione ideologica e che in realtà siamo in presenza di uno scontro fra imperi.
Nel mondo accademico americano si discute senza complessi sulla possibilità o meno che la scena internazionale possa ancora muoversi sotto la guida di una egemonia unipolare a direzione Stati Uniti. La guerra in Ucraina risponde certamente ad un bisogno di assertività e di egemonia statunitense nel campo occidentale, ma proprio negli ambienti politici e militari americani si sottolinea che ormai il vero fronte è l’Indo-Pacifico dove va bloccata l’espansione imperiale della Cina.
La Russia, dal parte sua, ha iniziato questa guerra per la preoccupazione di essere percepita come superpotenza in fase di declino. L’esito di questo conflitto, il tipo di pace e di compromesso che sarà raggiunto, è destinato inevitabilmente a modellare la struttura delle relazioni internazionali dei prossimi decenni. Già nel recente summit dell’organizzazione di Shanghai (Sco), svoltosi in Uzbekistan, sia Cina che India e Turchia hanno iniziato a farsi sentire, premendo su Putin perché si arrivi a chiudere il conflitto.
L’idea che l’Occidente possa pensare di imporre la propria linea o la propria visione al resto del mondo si fonda su basi fragili. Le votazioni in sede Onu sono indicative. Quando si è trattato di condannare la Russia per l’invasione dell’Ucraina, la maggioranza è stata nettissima. Ma quando il 9 aprile si è votato sulla sospensione della Russia dal Consiglio per i diritti umani Onu, il quadro è stato molto diverso. Ai 93 voti a favore si sono contrapposti 82 tra contrari e astenuti: più della metà della popolazione mondiale. Tra gli astenuti si registrano India, Brasile, Sudafrica, Messico, Egitto, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Giordania, Qatar, Kuwait, Iraq, Pakistan, Singapore, Thailandia, Malesia, Indonesia. Attori dinamici sulla scena internazionale.
Se poi si volesse fare il conto delle liberal-democrazie nel mondo, si scoprirebbe che coinvolgono soltanto un quarto della popolazione globale.
Perciò molti analisti considerano non praticabile la via di una strategia politica “West vs.Rest” (l’Occidente verso il Resto del mondo). La vicenda russo-ucraina si inserisce in questo quadro e per questo motivo il discorso sulla “vittoria” dell’una o dell’altra parte riamane complesso e non può essere ingabbiato in slogan.
Rispetto alla narrativa della coalizione occidentale, ripetuta sistematicamente dalla quasi totalità dei mass media e incentrata unicamente sulla dicotomia aggressore/aggredito, Francesco è certamente una voce fuori dal coro.
In questi mesi la visione, elaborata dagli interventi papali ed espressa da esponenti della Santa Sede, ha acquisito una sua organicità incentrata su una serie di punti:
a. Esiste indubitabilmente il diritto alla difesa di un popolo aggredito. “Difendersi è non solo lecito, ma anche una espressione di amore alla Patria”, ha sottolineato Francesco sul volo di ritorno dal Kazakistan. Tuttavia è un diritto che va inserito in una valutazione di proporzionalità e di moralità degli effetti. Lo accennava già nei mesi scorsi il Segretario di Stato cardinale Parolin, lo ha ribadito con esempi papa Bergoglio: “Può essere immorale se si fa con l’intenzione di provocare più guerra”. Insomma non va mai perso di vista il quadro generale.
b. Esistono “aspirazioni legittime” di entrambe le parti ha spiegato all’inizio del conflitto il Segretario di Stato. In altre parole se si danno interessi di sicurezza per gli Stati Uniti, lo stesso principio vale anche per la Russia. Condannando ovviamente l’invasione russa, il senatore americano Bernie Sanders ha fatto notare: “C’è veramente qualcuno che crede che gli USA non avrebbero nulla da dire se il Messico, Cuba o qualsiasi altro Paese del Sud America formasse un’alleanza militare contro gli Stati Uniti?”.
Lavorare per la pace significa fare i conti con i dati di fatto senza affermare principi di sicurezza nazionale per sè e negandoli ad altre potenze.
E’ significativo che Stati Uniti e Australia si siano messi in allarme la primavera scorsa allorché è stato reso noto il progetto di un accordo di cooperazione, anche in materia di sicurezza, tra Pechino e le Isole Salomone.
In questo senso la tradizionale attenzione della la diplomazia vaticana ad uno sguardo d’insieme si manifesta estremamente realistica.
c. Pesa il contesto storico generale. L’esigenza di analizzare tutti gli elementi della crisi militare e politica ha fatto sì che Francesco in un’ormai celebre intervista alla “Stampa” del giugno scorso esclamasse che non si poteva guardare alle vicende ucraine secondo lo schema di Cappuccetto Rosso: “Cappuccetto rosso era buona e il lupo era il cattivo".
Espresso con grande chiarezza, il concetto rispecchia il cardine della visione di Francesco in merito al conflitto russo-americano in atto. “Non ci sono buoni e
cattivi metafisici, in modo astratto…sta  emergendo qualcosa di globale, con elementi che sono molto intrecciati tra di loro…(la Nato) stava abbaiando alle porte della Russia”. Bisogna ragionare su “radici e interessi, che (nella guerra in corso) sono molto complessi”.
Presentare la Nato secondo il suo manifesto di fondazione nell’immediato dopoguerra, quando nacque come organizzazione difensiva nei confronti dell’Urss, è antistorico. Dopo il crollo dell’impero sovietico la Nato ha fatto guerra alla Serbia, aiutando il Kossovo a staccarsi, senza un mandato dell’Onu. Successivamente si è spostata in Afghanistan e in Iraq, al di fuori della propria originaria dimensione difensiva, sostenendo la politica di occupazione statunitense. Oggi si ragiona di un suo eventuale coinvolgimento nell’assicurare la stabilità dello spazio Indo-Pacifico.
E’ giusto considerare la Nato – allargatasi decisamente a Est dopo il crollo dell’Urss – nell’ottica di un blocco politico-militare. Agli atti della diplomazia resta la richiesta del presidente russo Putin, nell’ultimo scorcio del 2021, che gli venisse fornita un’assicurazione scritta che l’Ucraina non sarebbe entrata nell’alleanza atlantica. Richiesta a cui non pervenne risposta.
d. Non ci si deve abituare alla continuazione della guerra e alla spirale di incremento delle armi messe in campo. Non si deve favorire un’escalation senza riflettere sugli obiettivi finali del conflitto.
La coalizione occidentale ha fatto ora proprie le richieste di Kyiv: ritiro della Russia da ogni territorio dell’Ucraina. In pratica tornare alla situazione anteriore al 2014.
In concreto cosa significa? Cacciare i russi dal Donbass, dove non è mai stata realizzata quella autonomia per i russofoni, assicurata dai cosiddetti accordi di Minsk?
Cacciare la Russia anche dalla Crimea, dove si trova la base strategica navale di Sebastopoli? (Che per Mosca equivale per importanza a ciò che rappresenta per gli Usa la base di Guantanamo nell’isola di Cuba)
Ogni risposta comporta effetti specifici. La Santa Sede non è entrata in questi dettagli. La rivista dei gesuiti ”Civiltà Cattolica”, le cui bozze sono riviste dalla Segreteria di Stato, ha tuttavia messo in risalto un’idea generale: non corrisponde agli interessi della pace mondiale trattare la Russia come fu trattata la Germania guglielmina dalle potenze vincitrici della I. Guerra mondiale. Schiacciare in modo simile una nazione comporta effetti disastrosi.
Intervistato da “Vatican News”, l’economista gesuita Gael Giraud ha ricordato inoltre che la speranza di provocare un cambiamento di regime in Russia, rovesciando Putin, potrebbe rivelarsi fallace e inizio di un caos quale hanno sperimentato Iraq e Libia dopo la caduta di Saddam Hussein e Gheddafi. Giraud, peraltro, è del parere che una soluzione di pace dovrebbe comprendere la tenuta di referendum nel Donbass e in Crimea per lasciare alle popolazioni interessate la scelta del loro futuro.
L’idea di non affrontare la questione con un atteggiamento revanscista è stata anche propugnata dal presidente francese Macron alla Conferenza sul futuro dell’Europa a maggio: l’impegno per preservare la sovranità e l’integrità territoriale dell’Ucraina, ha sottolineato, non deve significare “fare guerra alla Russia”. Perché la necessità di costruire in futuro nuovi equilibri di sicurezza esige di “non cedere mai alla tentazione dell’umiliazione e dello spirito di vendetta”.
e. In ultima analisi secondo Francesco è necessario operare per una “nuova governance” mondiale. Si presenta dunque da parte vaticana il progetto di un equilibrio multipolare da costruire in sede internazionale con la stessa pazienza con cui nel 1975 si arrivò al Trattato di Helsinki tra Usa, Canada, democrazie dell’Europa occidentale e l’Urss con i paesi del Patto di Varsavia. Oggi si tratta di lavorare secondo un simile metodo ma su scala planetaria: le nuove regole vanno trovate e stabilite insieme ai nuovi protagonisti della scena internazionale. A cominciare dalla Cina.
Non a caso, recandosi a Nur-Sultan, Francesco ha ribadito la sua disponibilità a recarsi a Pechino. Né è senza significato che intervenendo al concistoro straordinario di agosto, papa Bergoglio abbia elogiato le doti del cardinale Agostino Casaroli, maestro della diplomazia vaticana proprio in anni cruciali della guerra fredda, quando bisognava tessere il difficile dialogo tra Est e Ovest.
Un mondo unipolare non è sostenibile. Già papa Wojtyla, dieci anni dopo la caduta dal Muro di Berlino, commentava “Non so se è un bene” che sia rimasta una superpotenza sola. La notazione fu fatta durante la sorvolata dell’Atlantico nel gennaio 1999, recandosi in Messico e poi negli Stati Uniti a St.Louis (accolto dal presidente Clinton).
Proprio in questa città, celebrando i vespri in cattedrale, Wojtyla mise in guardia l’America dalla tentazione dell’onnipotenza, citando l’episodio della traversata del Mar Rosso ad opera di Mosè, evento in cui il popolo d’Israele si salvò e l’esercito del Faraone perì. “Vi è una lezione per ogni nazione potente”, disse Giovanni Paolo II esortando l’America a operare per la pace, la giustizia e la vita.
Due anni dopo, cessata la presidenza Clinton, sarebbe diventato presidente George W. Bush: all’attentato delle Torri Gemelle nel settembre 2001 seguirono le avventure militari in Afghanistan e Iraq.
f. Per bloccare un’escalation della guerra in Ucraina, dagli esiti imprevedibili, Francesco propone di non continuare a rimandare l’avvio di trattative. Al giro di boa dei cento giorni di conflitto, il Papa chiedeva che “si mettano in atto veri negoziati, concrete trattative per un cessate il fuoco e per una soluzione sostenibile”. In Kazakistan ha ribadito: ”Non abituiamoci alla guerra, non rassegniamoci alla sua ineluttabilità… Che cosa deve accadere ancora, quanti morti bisognerà attendere prima che le contrapposizioni cedano il passo al dialogo per il bene della gente, dei popoli e dell’umanità? L’unica via di uscita è la pace e la sola strada per arrivarci è il dialogo”.
Un dialogo, ha poi spiegato ai giornalisti, che va fatto anche quando “puzza”, perché si deve fare con l’aggressore: va perseguito con “qualsiasi potenza sia in guerra”.
Questo insieme articolato di temi è fondato su una premessa riguardante il ruolo del capo della Chiesa cattolica : Il pontefice non è il “cappellano” dell’Occidente, pronto ad arruolare Dio e a benedire la guerra nel suo nome. E’ un cliché che non corrisponde alla realtà. Così fu pubblicato autorevolmente a tutta pagina, ad apertura dell’ “Osservatore Romano” il 14 marzo 2022 a firma di Andrea Tornielli, direttore editoriale del Dicastero della Comunicazione .
Complessivamente questa posizione papale è condivisa all’interno delle gerarchie ecclesiastiche da un solido schieramento, che comprende sia esponenti riformisti sia esponenti conservatori. Non mancano tuttavia nel mondo cattolico correnti schierate nettamente con l’attuale strategia occidentale.
Francesco coglie però uno stato d’animo ampiamente diffuso tra credenti e non credenti, che non sono particolarmente politicizzati ma avvertono con fastidio la continua pressione mediatica “dall’alto”, secondo cui bisogna andare avanti con la guerra e non porre domande. Il fenomeno non è stato ancora studiato, ma è diffuso ad esempio un fastidio, che si potrebbe definire pre-politico, per la presenza continua e ossessiva di Zelensky sui teleschermi e nelle più varie occasioni – da una sessione parlamentare ad un vertice internazionale, al festival del cinema di Cannes o di Venezia – in cui il presidente ucraino dice al pubblico in tono assertivo cosa bisogna fare.
Il papa argentino coglie anche un sentimento condiviso tra gli stati che si possono definire non-allineati, per i quali la guerra rappresenta un fattore di disordine e danno nella faticosa ripresa dopo lo shock sanitario ed economico della pandemia. Le parole, che il premier indiano Narendra Modi ha rivolto a Putin a Samarcanda durante il summit dell’organizzazione di Shanghai, sono da questo punto indicative: “Eccellenza, io so che l’epoca attuale non è (un’epoca) di guerra e al telefono vi abbiamo detto molte volte che democrazia e diplomazia e dialogo sono le cose che toccano il mondo”. Ci sono problemi cruciali da affrontare, la crisi energetica, la crisi alimentare, i nodi della situazione geopolitica, è stato detto nel colloquio bilaterale tra il leader dell’India e quello russo.
Francesco, come già accadde con Giovanni Paolo II al tempo dell’invasione dell’Iraq, intercetta insomma sentimenti ed esigenze diffuse a livello mondiale. Dove la pace non è un’aspirazione astratta e dolciastra, ma una condizione essenziale allo sviluppo.
4 - A tuo avviso la Russia vincerà questa guerra? Sai bene che ci sono opinioni autorevoli che dicono che Putin ha già perso. E se vince sarà la fine dell'Ucraina come hanno detto diversi portavoce del Cremlino?
Questa guerra è già un disastro per Putin. E’ fallito il progetto di impadronirsi di Kyiv, è fallito il progetto prendere prigioniero o costringere a fuggire il presidente Zelensky, è fallito il progetto di far collassare lo stato ucraino, infine la recente controffensiva ucraina ha rappresentato un colpo durissimo al prestigio dell’esercito russo.
Se l’“operazione militare speciale” doveva mostrare all’Occidente e al mondo che Mosca è una grande potenza, le vicende di questi mesi sono finite in un disastro. Putin ha conseguito una sconfitta strategica e tante sconfitte tattiche. L’esercito si è macchiato di crimini di guerra. E’ venuto alla luce che i soldati russi sono impreparati, demotivati, la qualità umana è scadente, l’armamento è scadente, il morale è basso, nei primi tempi si è assistito a scene penose di saccheggio di elettrodomestici e televisori che segnalano la miseria delle famiglie di origine.
In queste settimane sono circolate inoltre notizie riguardanti il rifiuto di soldati russi di recarsi a combattere in Ucraina.
Altrettanto grave è la difficoltà nel sostituire gli armamenti andati distrutti. Da ultimo sono venute alla luce falle impressionanti nei servizi di sicurezza e di spionaggio, che costituivano il sinistro fiore all’occhiello degli apparati russi. E’ impressionante la relativa facilità con cui squadre di sabotatori ucraini riescono a uccidere o a far saltare in aria esponenti militari e civili russi, russofoni o collaborazionisti.
Ciò detto, le guerre possono sempre riservare sorprese. Una cosa si può, tuttavia, già dare per sicura: l’Ucraina ha rinsaldato il proprio senso di comunità nazionale, ha dimostrato doti eccezionali di combattenti e se qualcuno pensava di cancellarla dalla carta geografica è stato un delirio.
Putin ha sempre avuto un’espressione gelida e imperturbabile, ma al vertice di Samarcanda – a tu per tu con Modi – il suo viso era terreo e durante il discorso del premier indiano le agenzie riferiscono che il presidente russo ha spesso avuto gli occhi rivolti a terra.
La guerra si è rivelata uno shock senza precedenti per la popolazione russa. E’ entrata in forte crisi l’immagine di Putin che riporta ordine e grandezza. In fondo il leader russo deve la sua ascesa ad una promessa speculare allo slogan di Trump: “Make Russia Great Again”. Negli ultimi decenni la risalita dell’influenza di Mosca era stata costante.
Che un personaggio pop come la cantante settantatreenne Alla Pugaciova (in termini di popolarità un mix di Mina e Celentano, idolatrata già ai tempi dell’Urss) lanci su Instagram l’appello che i “nostri ragazzi cessino di morire per obiettivi illusori, che rendono il nostro paese un paria” è un segnale allarmante per il regime.    
Nella popolazione lo stato d’animo è molto mescolato. Costernazione e preoccupazione. Chi ha i mezzi e le connessioni giuste tenta di trasferirsi all’estero. Chi deve restare in patria oscilla tra il desiderio di uscire dal tunnel della guerra e delle sanzioni e, dall’altro lato, l’impulso “patriottico” a serrare le fila per resistere alla bufera. Ma le sanzioni mordono e la sensazione di essere spinti ai margini della società internazionale rappresenta un duro contraccolpo per quanti erano convinti che i tempi bui fossero alle spalle. Qua e là, tra esponenti politici locali si stampo democratico, si manifestano segnali di protesta e persino di contestazione diretta alla leadership di Putin. Per opposti motivi emerge anche il malumore degli ultranazionalisti.
Se tra i “falchi” dello schieramento occidentale alberga l’obiettivo di abbattere Putin, va però notato che la sua fine non sarebbe automaticamente il preludio di una primavera democratica. Non è neanche prevedibile a cosa potrebbe portare un collasso della Federazione russa. Rabbia, frustrazione e disorientamento sociale sono spesso germe di violente esplosioni e di movimenti autoritari. Un paese allo sbando con l’armamento nucleare rappresenterebbe un incubo, non un balzo verso la democrazia. Ecco perché i fautori di una sorta di “guerra santa” sono da respingere.
C’è un dato storico che risalta con nettezza. Le stagioni di apertura in Russia sono sempre avvenute in una fase di distensione internazionale, mai nel vivo di uno scontro per la sopravvivenza. Il disgelo di Kruscev fu il frutto della prima distensione.  La perestrojka di Gorbaciov si sviluppò in un periodo di avvicinamento Est-Ovest e di grandi trattative sul disarmo: soprattutto, l’unica primavera democratica che la Russia abbia avuto nella seconda metà degli anni Ottanta del secolo scorso è stata resa possibile dagli accordi di Helsinki, dal diffondersi graduale di un clima di de-escalation psicologica (nonostante il verificarsi in certi momenti di sussulti aspramente polemici).  
Sicché resta aperto l’interrogativo se la coalizione occidentale seguirà la spinta di coloro che per motivi di rancore storico vogliono “mettere in ginocchio” la Russia e distruggere Putin in quanto “male assoluto” oppure si atterrà all’impostazione espressa da Henry Kissinger, secondo cui non va dimenticato che la Russia fa parte del “sistema europeo” da quattro secoli e va dunque riportata in questo alveo, anche per evitare che sia gettata tra le braccia della Cina.
Il presidente Biden si è mosso sinora, seguendo una linea razionale. Ha evitato qualsiasi intervento di truppe Nato sul terreno ucraino, ha rifiutato di dichiarare l’Ucraina “no fly zone” come chiedeva Zelensky, perché avrebbe implicato l’intervento di aviazione Nato, ha dosato attentamente la qualità delle armi cosiddette difensive e offensive, ha proibito a Zelensky di usare le armi occidentali per colpire obiettivi in territorio russo.
Biden ha anche scartato la proposta avanzata dalla commissione esteri del parlamento lettone di dichiarare la Russia “stato terrorista”. Un’ipotesi che getta luce sull’isteria in cui rischia di scivolare l’intero conflitto.   
Resta da vedere cosa intendono gli Stati Uniti come obiettivo finale della guerra. Il segretario alla Difesa americano Lloyd Austin, convocando nella base militare di Ramstein (Germania) la coalizione dei paesi sostenitori dell’Ucraina, ha dichiarato in aprile: “Noi vogliamo vedere la Russia indebolita a un livello tale che non possa più fare cose come l'invasione dell'Ucraina". Potrebbe essere una chiamata all’azione per riportare alla ragione Mosca o potrebbe rivelare la volontà di ridurre una volta per sempre la Russia ad una potenza di secondo rango, una specie di Serbia (ma con le armi nucleari). L’una o l’altra versione avrebbe effetti molto diversi.
(Seconda parte venerdì 23 settembre ore 09.50)
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[*] Nella sua carriera professionale Marco Politi ha lavorato anche per Il Messaggero e attualmente collabora con Il Fatto Quotidiano e altre testate internazionali. In sostanza, per più di 40 anni, Politi, autore di oltre 10 libri incentrati sulla figura e il magistero degli ultimi tre Papi, è un vaticanista da annoverare nella definizione 'storici'. Ha una notevole conoscenza del potere e della società, prima dell'URSS e poi della Russia. Ha seguito e scritto sugli ultimi sei Presidenti sovietici (da Vasilij Kuznecov a Michail Gorbačëv) e sui due della Federazione Russa: Eltsin e Putin. Sono queste le esperienze e conoscenze che fanno di Marco Politi un vero testimone di questo ultimo mezzo secolo nonché testimoni del complesso rapporto tra Mosca e il Vaticano dalla caduta del Muro di Berlino in poi.