venerdì 6 maggio 2022

Vaticano
Becciu: «Il Papa autorizzò ogni passaggio per liberare suor Gloria rapita dai jihadisti in Mali nel 2017»

(Franca Giansoldati, Il Messaggero)
«Signor Presidente, dico subito che per me, sacerdote, non sarà facile parlare perché dilaniato da un profondo dissidio interiore, in quanto se da una parte la ricerca della verità giudiziaria m’impone di dire quanto so, dall’altra parte la mia identità sacerdotale mi porta a perdonare, a non sbandierare il male compiuto da altri, ad essere ricco di misericordia verso chi ha sbagliato, secondo quanto ci ricorda spesso Papa Francesco. Ma, in obbedienza al Santo Padre, mi predispongo a dare il mio contributo per l’accertamento della verità. Mi concentrerò sulle singole contestazioni contenute nei capi di accusa che sono stati ipotizzati nei miei confronti». Il cardinale Angelo Becciu, imputato per peculato e subornazione di teste, inizia così la sua testimonianza al processo per il palazzo di Londra, davanti al presidente del tribunale, Giuseppe Pignatone.
Dispensato da Papa Francesco dal segreto pontificio per consentirgli di difendersi meglio, il cardinale stamattina è stato una miniera di rivelazioni. Ha precisato di avere sempre voluto preservare il Papa e la sua autorità morale. Poi ha spiegato che per salvare la vita della suora colombiana Gloria Cecilia Narvaez, rapita nel 2017 dai jihadisti in Mali, il Papa autorizzò e finanziò – stanziando fino a 1 milione di euro - la costituzione di un canale riservatissimo che venne affidato ad una società dell'intelligence con base a Londra, la Inkerman. Chi ne faceva da tramite era proprio Cecilia Marogna – anche lei imputata - la quale promosse, in quel periodo «incontri di alto livello istituzionale in Vaticano, ad esempio con i generali Carta e Caravelli». Un aspetto decisivo che contribuì a fare affidamento proprio su di lei, benché in Segreteria di Stato venne introdotta dall'arcivescovo di Cagliari, Arrigo Miglio. Durante quegli incontri, ha affermato Becciu, «io potei ulteriormente misurare la sua competenza, anche desumendola da queste qualificate conoscenze professionali».
Il Papa veniva informato regolarmente sulle trattative. Becciu andò anche a Londra ad incontrare gli uomini della Inkerman. Al ritorno riferì «della conversazione avuta con gli Inkerman e della somma che a grandi linee avremmo dovuto preventivare: circa un milione di euro, parte per le operazioni di creazione della rete di contatto e parte per la effettiva liberazione della religiosa. Sottolineai come non saremmo dovuti andare oltre quella cifra. Egli approvò. Devo dire che ogni passo di questa operazione fu concordata con il Santo Padre. Confermo, dunque, che la signora Marogna si occupò delle operazioni di sicurezza finalizzate alla liberazione di Suor Gloria. Il credito fiduciario conseguito nei modi descritti, insieme alla connaturata riservatezza di questo genere di operazioni, mi indusse a riporre la massima fiducia nel suo operato, seguendo le indicazioni che di volta in volta dalla stessa ricevevo, sempre corredate da informative circa le attività svolte e da svolgere».
Il Papa di questo progetto non volle mettere a conoscenza nemmeno l'allora capo della Gendarmeria, Domenico Giani. «Gli chiesi se avessi dovuto parlarne con il Comandante della Gendarmeria, mi rispose di no, invitandomi ad assumermi in prima persona la responsabilità dell’iniziativa e aggiungendo che la questione doveva rimanere riservata tra Lui e me, proprio per evitare che trapelasse la notizia e si corressero i rischi sopra paventati. Non ebbi difficoltà a servire il Santo Padre, come sempre, anche in questa occasione, fedelmente e scrupolosamente eseguendo la Sua volontà».
Nel corso della udienza fiume è spuntato poi un documento chiave, firmato dal cardinale George Pell nel 2015, che fa luce definitivamente sui misteriosi bonifici verso l'Australia. Quei denari servirono a pagare il dominio Internet “.catholic”. Per ironia della sorte ad autorizzare lo spostamento dei denari fu proprio l'allora prefetto dell'economia, Pell che diede il via libera al Dicastero delle Comunicazioni Sociali per l'acquisto del dominio web. Un documento che mette a tacere i sospetti di chi (come Pell) ha sempre insinuato che vennero fatti bonifici per influire negativamente sul processo penale che alcuni anni fa lo vedeva imputato per abusi su minori.
Il capitolo relativo alla Spes, la cooperativa della Caritas di Ozieri, guidata dal fratello Tonino - sulla quale si sono concentrate le indagini del Promotore di Giustizia - è stato affrontato all'inizio della deposizione. Becciu descrive come quei 125 mila euro, furono divisi in due tranche e servirono per 25 mila euro a pagare macchinari del forno della Cooperativa che era andato a fuoco,mentre 100 mila euro sono ancora nel conto a disposizione del vescovo. «Da dove sono dunque usciti i soldi per arricchire i miei familiari? E’ questa un’accusa priva di fondamento. Eppure è stata la madre di tutte le mie disgrazie !»
Becciu entra poi nei dettagli del momento in cui il Papa gli comunicò le accuse durante una drammatica udienza la sera del 24 settembre 2020.
«Il Santo Padre mi disse che in seguito ad indagini svolte ad hoc gli era stato riferito che le somme dell’Obolo di San Pietro da me inviate alla Caritas della mia diocesi di Ozieri erano servite ad arricchire i miei fratelli, in particolare mio fratello Tonino. Mi aggiunse pure che lo addolorava che un settimanale italiano avesse già la notizia di questa grave accusa e che da lì a poco sarebbe uscito con un articolo sull’argomento. Confesso che rimasi senza parole, tanto era assurda ed infondata quell’accusa, come oggi i fatti finalmente dimostrano. Lo storno dei 125 mila euro era l’unica accusa che mi faceva. Il Santo Padre mi disse espressamente che non ne aveva altre».
Grande parte del tempo viene riservata al ruolo di monsignor Perlasca. L'ex responsabile dell'ufficio amministrativo della segreteria di stato ieri, tramite il suo avvocato, ha annunciato che si costituirà parte civile per essere stato tratto in errore e  aver firmato la cessione delle 1000 azioni che davano il diritto a Torzi al possesso dell'immobile a Londra.  Becciu ha riferito di essere stato persino minacciato da una amica di Perlasca, Genevieve Putiferri se non lo avesse aiutato e non avesse perorato la sua causa. Di fatto il rapporto tra Becciu e Perlasca è sempre stato buono, fino a settembre 2020, tanto che fu proprio il cardinale a salvarlo da un tentativo di suicidio.
Il 3 luglio 2020 arrivarono a Becciu degli allarmanti messaggi dove annunciava il proprio proposito suicidario, a suo dire l’unica soluzione possibile per uscire da quella situazione che non gli lasciava prospettive di vedere riconosciuta la propria innocenza da parte di un Tribunale. Ne fui terrorizzato e gli risposi subito: «Nooo!», attivandomi per soccorrerlo. Allertai immediatamente Monsignor Gaid, allora Segretario personale del Santo Padre, che abitava con lui in Santa Marta, per stargli vicino; costui, non essendo in casa, avvisò un altro confratello. Non ricevendo pronte risposte, mi mossi io stesso e andai a Santa Marta. Trovai varie persone allertate perché Perlasca non si trovava in camera. Incaricai il sacerdote indicato da Mons. Gaid perché, quando fosse rientrato, gli stesse vicino (…) Fu chiamata dal Comandante la guardia medica che — mi dissero — gli somministrò un leggero sedativo per calmarlo e farlo dormire. Nei giorni successivi lo chiamai e gli feci capire che con il suicidio non avrebbe ottenuto niente e tantomeno il riconoscimento dell’innocenza».
Sul finanziere Mincione Becciu mette in chiaro che non lo conosceva prima dell'acquisto del palazzo di Londra e non ha mai avuto rapporti con lui. «Venne coinvolto dagli Uffici vaticani in relazione alla ipotesi d’investimento in Angola, da quanto mi fu spiegato da monsignor Perlasca in ragione delle sue qualità professionali in quel campo. Ricordo di averlo salutato solo un paio di volte in Segreteria di Stato, senza entrare in dettagli operativi delle vicende finanziarie ma limitandoci a saluti di mera cortesia». Il cardinale smentisce di avere ricevuto referenze negative di Mincione dalla Gendarmeria nel 2014 e di averle ignorate.