sabato 16 aprile 2022

Ucraina
“Per riconciliarsi bisogna almeno essere vivi” – Sua Beatitudine Sviatoslav sui prematuri tentativi del Vaticano di riconciliare ucraini e russi

(R.C. a cura Redazione "Il sismografo)
  In un'intervista rilasciata ieri mattina, venerdì 15 aprile, alla Radio Ucraina, l'Arcivescovo maggiore di Kyiv--Halyč, mons. Sviatoslav Shevchuk, ha commentato la decisione del Vaticano di far portare la croce a due donne, una ucraina e l'altra russa, durante la XIII Stazione del Via Crucis al Colosseo. Una proposta che ha suscitato un'ondata di indignazione in Ucraina. Sua Beatitudine Sviatoslav, padre e capo della Chiesa greco-cattolica ucraina, commentando questa possibilità, ha detto che "ad alcuni sognatori vaticani che sognano la pace tra le nazioni, la fratellanza e l'unità, è venuta l'idea di compiere gesti di riconciliazione tra russi e ucraini lungo la Via Crucis. In Vaticano ma anche in vari ambienti in Italia, Polonia, Germania e nel mondo. Ma a richiamare l'attenzione del Vaticano su questo tipo di "coercizione alla pace", ha sottolineato mons. Shevchuk, è stato il Nunzio Apostolico, l'ambasciatore del Papa in Ucraina, mons. Visvaldas Kulbokas. "È stato il primo a informare la Santa Sede che gli ucraini vivono con dolore questi progetti di riconciliazione prematura". Poi Shevchuk ha proseguito raccontando che c'era stata "ovviamente anche la mia reazione, il mio appello. Ho avuto un colloquio telefonico con la Segreteria di Stato vaticana, con il capo del servizio diplomatico, con il quale ho avuto l'opportunità di trasmettere personalmente il mio pensiero. È stato molto importante spiegare come noi in Ucraina oggi comprendiamo l'idea stessa, la possibilità stessa di riconciliazione tra russi e ucraini. La nostra posizione è questa: con le truppe russe in Ucraina, tali gesti sono in linea di principio impossibili. … quando si è in una fase attiva di una guerra così mortale, non è il momento di parlare di riconciliazione. Per riconciliarsi bisogna almeno essere vivi. Dobbiamo prima smettere di ucciderci e poi possiamo parlare dei prossimi passi. Il passo successivo dovrebbe essere quello di condannare l'autore del reato e stabilire la giustizia. Tutti i crimini contro l'Ucraina devono essere condannati da un tribunale internazionale. Oggi li qualifichiamo come genocidio. Solo dopo la condanna dell'aggressore russo potrà esserci l'inizio di un processo di riconciliazione, e sarà una strada lunga. Perché il processo di riconciliazione significa rimarginare le ferite, è rispetto per le ferite delle vittime. E senza la sensibilità per le vittime di questa ingiusta aggressione, non abbiamo il diritto cristiano di parlare di riconciliazione. Spero che ci abbiano ascoltato. Non sono sicuro che fosse possibile cambiare qualcosa, ma la discussione era sostanziale, molto seria. E in questo dibattito abbiamo avuto un'ampia solidarietà internazionale. Penso che sarà molto utile per l'Ucraina in futuro".
Alla domanda sull'adeguatezza della retorica vaticana dopo l'inizio di una vera e propria guerra, l'Arcivescovo Maggiore ha risposto: "C'è una certa evoluzione nelle parole, nella terminologia usata. Direi che la reazione è adeguata, abbastanza realistica. Cioè, il Papa ha definito inequivocabilmente gli eventi un crimine e una guerra che non ha giustificazione. Ha cominciato a usare frasi categoriche, forti, e capisce che l'Ucraina è vittima di un aggressore ingiusto. Non è stato ancora nominato l'aggressore, ma ci stiamo avvicinando un po'... Domenica scorsa, durante una visita a Malta, il Papa ha detto che c'è qualcuno che ha iniziato una guerra contro l'Ucraina nell'Europa orientale e minaccia il mondo con una terza guerra mondiale.  Anche la scorsa settimana il Papa ha compiuto un gesto molto interessante. Ha condannato aspramente i massacri in Ucraina, chiamandoli crimini contro l'umanità, ha baciato la bandiera e l'ha alzata in alto. Così vediamo l'empatia personale del Papa sulla situazione di guerra in Ucraina, il nostro dolore e la nostra sofferenza. Ha anche affermato di avere sulla scrivania la questione di una visita in Ucraina. Ci auguriamo che la decisione venga presa e che venga da noi. Sarà un potente segno di solidarietà e sostegno per l'Ucraina e il popolo ucraino in tempi difficili e sanguinosi".
Sulle attività della Chiesa greco-cattolica ucraina nel contesto militare
"Prima di tutto la Chiesa sta con la sua gente. Tutti i nostri vescovi, sacerdoti, monaci e monache sono dove oggi è più difficile. Il nostro vescovo a Kharkiv vive da qualche giorno sotto pesanti bombardamenti e forniamo costantemente aiuti umanitari. Portiamo aiuti, cerchiamo di evacuare le persone, organizziamo mezzi appropriati. In questo modo cerchiamo di servire le persone per dare loro l'opportunità di passare la notte al sicuro, fornendo vestiti, medicine, ed altro. Quindi oggi è un servizio sociale, un tentativo di salvare la vita delle persone, stando semplicemente con la nostra gente. Una situazione emblematica è quella dl nostro sacerdote a Slavutych. La città era circondata dai primi giorni di guerra, e lui decise di restare con il suo popolo...
A proposito delle chiese che hanno sofferto a causa dell'aggressione russa
"La nostra chiesa a Volnovakha è quasi distrutta. Tutte le chiese nel territorio delle ostilità sono sotto tiro. Ho visitato la nostra chiesa a Irpen, anch'essa danneggiata, ma non troppo. Dopo lo sminamento potremo iniziare la vita liturgica lì". 
Infine, Sua Beatitudine Sviatoslav Shevchuk ha concluso l'intervista rivolgendosi ai fedeli di rito latino: "In questa occasione vorrei fare gli auguri ai fedeli cattolici di rito latino, quelli greco-cattolici che celebrano secondo il calendario gregoriano, e i fedeli della Chiesa armena, per la più grande festa cristiana, la festa della Pasqua. Siamo cristiani perché crediamo in Cristo risorto, crediamo nella vittoria della vita sulla morte. E che questa fede sia la nostra forza, che sarà la vittoria dell'Ucraina".