martedì 22 febbraio 2022

Argentina
Venerdì 25 primo verdetto sul vescovo argentino collaboratore del Papa, Gustavo Zanchetta, chiamato a processo per rispondere alle accuse di abusi sessuali su due seminaristi. Francesco parlò a lungo sulla vicenda nel novembre 2019

(a cura Redazione "Il sismografo")
Venerdì 25 febbraio il Tribunale argentino della II Sala della città di Orán dovrebbe emettere la sentenza del processo in corso da giorni contro il vescovo emerito della città nonché, fino a tempo fa, importante collaboratore del Papa presso l'Apsa, l'Amministrazione del Patrimonio della Santa Sede. Il prelato, Gustavo Zanchetta, al centro di una scandalosa vicenda per questioni sessuali, amministrative e di governo del clero, è stato chiamato in Vaticano per volontà del Papa del quale, si è detto, è stato sempre un amico. Ad un certo momento il Papa lo mandò in Spagna, presso un noto gesuita specialista in questioni di omosessualità che si è occupato già di altri casi come per esempio quello del vescovo cileno Juan Barros. In Argentina Gustavo Zanchetta è imputato per "abuso sessuale semplice, continuato e aggravato per essere un ministro di un culto religioso riconosciuto". Zanchetta fino ad oggi ha sempre negato le accuse e così ha fatto anche poche ore fa nel Tribunale di Orán, distante 1700 km a nord di Buenos Aires. 
Il vescovo ha 57 anni e in passato è stato vescovo di Orán quattro anni (2013-2017). Le denunce contro di lui furono presentate nel 2016 da parte di due seminaristi che sostengono che i fatti incriminati risalgono al periodo 2014-2016. Il vescovo, che dovrà presentarsi ad altri due processi (per operazioni economiche maldestre e per abuso di potere) insiste nel dire che si tratta di una vendetta mentre i denuncianti confermano le loro accuse.
Nella fase dell'inchiesta, lunga, complessa e travagliata, sono stati ascoltati 38 testimoni.
Dall'intervista di Valentina Alazraki, di Televisa (Messico)
con Papa Francesco - 28 maggio 2919
Parlando sempre della mancanza d’informazione o del fatto che non arriva tutto, in Argentina, per esempio, i media dicono che avevano informato circa monsignor Zanchetta, che voi qui in Vaticano sapevate. Lei lo ha portato qui, lo ha messo in un posto che ha creato praticamente dal nulla per lui.  Questo la gente non lo capisce.
R. - No, ma bisogna spiegarlo alla gente.
Per questo mi piacerebbe che lei lo spiegasse.
R. - Vuole che lo spieghi ora? Lo faccio volentieri.
Se lei vuole...
R. - Sì. allora, c’era stata un’accusa e, prima di chiedergli la rinuncia, l’ho fatto venire subito qui con la persona che lo accusava. Un’accusa con telefono.
Immagini...
R. - Sì, ma alla fine si è difeso dicendo che lo avevano hackerato, e si è difeso bene. Allora di fronte all’evidenza e a una buona difesa resta il dubbio, ma in dubio pro reo. Ed è venuto il cardinale di Buenos Aires per essere testimone di tutto. E l’ho continuato a seguire in modo particolare. Certo, aveva un modo di trattare, a detta di alcuni, dispotico, autoritario, una gestione economica delle cose non del tutto chiara, sembra, ma ciò non è stato dimostrato. È indubbio che il clero non si sentiva trattato bene da lui. Si sono lamentati, finché hanno fatto, come clero, una denuncia alla Nunziatura. Io ho chiamato la Nunziatura e il Nunzio mi ha detto: “Guardi, la questione della denuncia per maltrattamenti è seria”, abuso di potere, potremmo dire. Non l’hanno chiamata così, ma questo era. L’ho fatto venire qui e gli ho chiesto la rinuncia. Bello e chiaro. L’ho mandato in Spagna a fare un test psichiatrico. Alcuni media hanno detto: “Il Papa gli ha regalato una vacanza in Spagna”. Ma è stato lì per fare un test psichiatrico, il risultato del test è stato nella norma, hanno consigliato una terapia una volta al mese. Doveva andare a Madrid e fare ogni mese una terapia di due giorni, per cui non conveniva farlo tornare in Argentina. L’ho tenuto qui perché il test diceva che aveva capacità di diagnosi di gestione, di consulenza. Alcuni lo hanno interpretato qui in Italia come un “parcheggio”.
E l’hanno criticata perché ha detto che qui si era comportato bene e lo ha messo nell’Apsa.
R. - Non è stato così. Economicamente era disordinato, ma non ha gestito male economicamente le opere che ha fatto. Era disordinato ma la visione è buona. Ho iniziato a cercare un successore. Una volta insediato il nuovo vescovo, a dicembre dello scorso anno, ho deciso di avviare l’indagine preliminare delle accuse che gli erano state mosse. Ho designato l’arcivescovo di Tucumán. La Congregazione dei Vescovi mi ha proposto vari nomi. Allora ho chiamato il presidente della Conferenza Episcopale Argentina, l’ho fatto scegliere e ha detto che per quell’incarico la scelta migliore era l’arcivescovo di Tucumán. Chiaro, metà dicembre in Argentina è come metà agosto qui, e poi gennaio e febbraio come luglio, agosto. Ma qualcosa hanno fatto. Circa quindici giorni fa mi è ufficialmente arrivata l’indagine preliminare. L’ho letta, e ho visto che era necessario fare un processo. Allora l’ho passata alla Congregazione per la Dottrina della Fede, stanno facendo il processo. Perché ho raccontato tutto questo? Per dire alla gente impaziente, che dice “non ha fatto nulla”, che il Papa non deve pubblicare ogni giorno quello che sta facendo, ma fin dal primo momento di questo caso, non sono rimasto a guardare. Ci sono casi molto lunghi, che hanno bisogno di più tempo, come questo, e ora spiego il perché. Perché, per un motivo o per l’altro, non avevo gli elementi necessari, ma oggi è in corso un processo nella Congregazione per la Dottrina della Fede. Cioè non mi sono fermato.
Penso che sia stato importante raccontare tutto ciò, non crede?
R. - L’ho raccontato ora. Ma non posso farlo ogni momento, ma non mi sono mai fermato. Adesso, che il processo sta per concludersi, lo lascio nelle loro mani. Di fatto, come vescovo, devo giudicarlo io, ma in questo caso ho detto no. Facciano un processo, emettano una sentenza e io la promulgo.
Lei ovviamente non può sempre spiegare tutto, tutto il giorno, ma tra la gente e la stampa si crea confusione. O la gente non capisce. Mi viene in mente, per esempio, il caso del cardinale Barbarin di Lione. Chiaro, si crea un malessere tra la gente quando ci sono accuse provate. Ma lei dice: “Non accetto la rinuncia finché non si conclude il processo, perché per me è innocente fino alla fine”.
R. - Presunzione d’innocenza.
Esatto, per lui e per molti altri.
Devo sempre considerarla, perché in un processo aperto vige la presunzione d’innocenza persino per i giudici più anticlericali, per tutti. Ma bisogna spiegare alla gente. In questo caso bisogna spiegare. Invece, in altri casi come quello di McCarrick, dove era evidente, ho tagliato netto prima del processo. Quando si è concluso il processo McCarrick un mese fa con la sospensione dallo stato clericale, gli ho tolto il cardinalato e tutto il resto.
Fonte - Televisa-Vatican News
(In questo filmato nella fase di montaggio sono stati tolti diversi brani su 4 materie specifiche. Tra queste c'era anche la questione Zanchetta, resa pubblica parzialmente per decisioni del Vaticano).