giovedì 25 novembre 2021

Siria
Siria: Assad licenzia il Gran Mufti

(Chiara Pellegrino, Fondazione Oasis)
La settimana scorsa il presidente siriano Bashar al-Assad ha emanato un decreto con cui ha abolito la carica di Gran Muftì della Repubblica e destituito Ahmed Hassoun, che dal 2007 ricopriva quel ruolo. Tutte le prerogative di quest’ultimo sono state trasferite al Consiglio supremo della giurisprudenza, un’istituzione nata nel 2018 in seno al ministero degli Affari religiosi e in cui sono rappresentati gli esponenti di tutte le confessioni religiose presenti in Siria. Una decisione storica perché, come ha riportato il sito d’informazione siriano al-Sūriyā, è la prima volta nella storia del Paese che questa carica viene abolita ufficialmente dallo Stato.  
Su al-Jazeera, il professore di Filosofia etica Mu‘taz al-Khatib ha definito la decisione di Assad «un atto politico» con cui il presidente mira a 1) nazionalizzare la religione portandola sotto il suo diretto controllo; 2) emarginare ulteriormente la componente sunnita a favore della minoranza sciita, facendo di fatto un favore all’Iran a cui Assad deve la sopravvivenza del suo regime. Questa decisione, ha spiegato al-Khatib, va letta alla luce del processo di sciitizzazione che è in corso ormai da un decennio e che sta cambiando la mappa confessionale del Paese. La Siria si appresterebbe a seguire l’esempio del Libano, dove viene privilegiata una confessione a discapito delle altre, causando un’ulteriore frammentazione della società.
Ma chi è lo shaykh Ahmed Hassoun? A questa domanda ha risposto lo scrittore siriano ‘Ammar Dayoub su al-‘Arabī al-Jadīd, quotidiano con sede a Londra noto per ospitare le voci dissidenti. In effetti, Dayoub lo ritrae come un uomo non particolarmente stimato né ad Aleppo, sua città natale, né a Damasco, che l’ha adottato negli anni ’90 quando divenne membro del Parlamento e poi di nuovo nel 2005, quando fu nominato Gran Mufti della Repubblica. Uomo fidato della famiglia Assad, vicino ai servizi segreti, che lo hanno scelto per ragioni politiche più che per il suo spessore religioso (sarebbe sì laureato all’Università di al-Azhar, ma in Letteratura araba, non in Sharī‘a), Hassoun è sempre stato molto impopolare anche tra gli shaykh siriani e da sempre acerrimo nemico del ministro degli Affari religiosi Muhammad ‘Abd al-Sattar al-Sayyid, che oggi ha di fatto ereditato le prerogative del mufti decaduto.
La decisione di Assad ha fatto andare su tutte le furie il Consiglio islamico siriano, un’istituzione con sede a Istanbul che riunisce gli ulema siriani dell’opposizione. Il Consiglio ritiene infatti che, «abolendo la carica di Gran Mufti della Repubblica, Assad abbia fatto un favore al walī al-faqīh [la Guida suprema iraniana, l’ayatollah Khamenei]» e che il suo gesto sia un tentativo di snaturare l’identità siriana e ridimensionare il ruolo della maggioranza sunnita a vantaggio degli sciiti legati all’Iran. Sfidando il decreto presidenziale, sabato scorso il Consiglio ha nominato Gran Mufti della Repubblica siriana lo shaykh Osama ‘Abdul Karim al-Rifa‘i.
Questa iniziativa ha incontrato il plauso dell’opposizione siriana, in particolare del governo provvisorio siriano (formato dall’opposizione di alcune aree del nord della Siria), che ha elogiato il Consiglio e si è congratulato con il neo-eletto Gran Mufti, come ha riportato il quotidiano londinese al-Quds al-‘Arabī. Per al-Jazeera il ripristino della carica è una «restaurazione politica simbolica» più che un atto dall’effettivo valore religioso, mentre per ‘Arabī21 si è trattato di un atto di forza volto a riempire il vuoto creato dalla decisione di Assad e a bloccare il tentativo del regime di «sovvertire la scena religiosa siriana».
La vicenda ha fornito anche l’occasione per riflettere sui rapporti di forza tra gli Stati arabi e le loro leadership religiose. Nello specifico, su Asas Media l’intellettuale libanese Ridwan al-Sayyid ha individuato, in maniera un po’ arbitraria, tre diverse configurazioni dei rapporti tra governanti e leader religiosi. Alcuni Paesi esercitano un controllo diretto e pressoché totale delle istituzioni religiose (Arabia Saudita, Egitto e Marocco); altri, soprattutto quelli governati da regimi militari, hanno scelto la via dell’ostracismo e dell’emarginazione (Siria, Iraq, Libia e Algeria); altri ancora hanno optato per la neutralità (Libano, Giordania, Mauritania, Tunisia e Sudan). Tre diversi modelli con conseguenze diverse: secondo al-Sayyid, infatti, nei Paesi che ostracizzano i leader religiosi gli episodi di violenza commessa in nome della religione sarebbero molto più frequenti.