venerdì 17 settembre 2021

Italia
Il papa, l’aborto e il nostro dolore

(Lucetta Scaraffia, La Stampa)
Condivido anch’io, cattolica e femminista, le osservazioni di Michela Marzano a proposito delle risposte di papa Francesco sull’aborto nella conferenza stampa durante il viaggio di ritorno dalla Slovacchia. Francesco ha tutte le ragioni – e aggiungerei il dovere – di ribadire che l’aborto è un peccato, e un peccato grave. Ma il linguaggio da lui usato non rispetta il dolore delle donne, il loro coinvolgimento in un evento drammatico che le coinvolge con tutto il corpo, la psiche e l’anima.Mi auguro che parlando di sicario inviato per risolvere un problema il papa si stesse in realtà rivolgendo ai molti preti, e perfino vescovi, che pagano l’aborto per religiose costrette a rapporti sessuali e rimaste incinte, al fine di evitare lo scandalo. In questi casi si tratta veramente di pagare un sicario per risolvere un problema. Ma il colpevole è il prete, non la donna abusata.
Negare il dramma che vive la donna che abortisce può farlo solo chi non conosce le donne, chi non le ascolta quando raccontano le vicende drammatiche della loro vita. E non ascoltare le donne porta la gerarchia ecclesiastica a schierarsi sempre con le parti politiche che vogliono punire legalmente chi abortisce, sostenendo che in questo modo la chiesa difende la vita. Ma in verità non è così che la si difende.
La depenalizzazione dell’aborto significa semplicemente il riconoscimento del dramma a esso sotteso, significa evitare che sulle spalle di una donna già sofferente arrivi pure la condanna legale da parte di chi sta sempre dalla parte degli uomini, in genere mai puniti, anche se del tutto consenzienti. La misericordia proclamata da Francesco dovrebbe spingere la chiesa ad abbandonare questa posizione, senza per questo rinunciare a sostenere che l’aborto è un peccato. Ma non è detto che il peccato debba diventare reato, per rispetto della libertà morale di ogni essere umano.
Aiuta però a contestualizzare l’atteggiamento di Francesco anche la responsabilità di quelle voci femminili, e in particolare femministe, le quali da anni sostengono che la libertà delle donne si fonda sul diritto di aborto. Cioè sanciscono la proprietà della donna sul feto, e su questa proprietà – e sulla libertà quindi di disporne – fondano l’emancipazione femminile.
Sotto la loro influenza, perfino le Nazioni unite, quando misurano il livello di libertà raggiunto dalle donne di un Paese, inseriscono prontamente il diritto d’aborto – non la sua depenalizzazione, beninteso – come segnale fondamentale, prima ancora della possibilità di votare, di studiare e di svolgere tutte le professioni. Arrivando così a conclusioni paradossali come quella di considerare la Cina il paradiso dell’emancipazione femminile.
In realtà è difficile negare l’evidenza, e cioè che l’aborto è al centro di un conflitto d’interessi che è arduo dirimere. L’embrione esiste, e ha il diritto di svilupparsi come ogni altro inizio di vita. Inoltre, il grande privilegio che hanno le donne di dare la vita implica anche una responsabilità verso la comunità di appartenenza – proprio quel problema demografico che tanto irrita Marzano! – e ovviamente verso il padre del bambino.
Si può ben capire come oggi – dopo millenni in cui le donne sono state considerate solo utili macchine per fare figli, per gli uomini e per il gruppo sociale, senza diritto di scelta né tanto meno di identità propria – si sia caduti nel meccanico rovesciamento di questa condizione: soltanto le donne hanno il diritto di decidere in merito alla procreazione, potendo rifiutarla attraverso gli anticoncezionali e l’aborto. Ma sarebbe meglio cercare soluzioni più equilibrate, meno manichee, dal momento che la realtà è più complessa delle ideologie: il corpo femminile è insieme dono e schiavitù, libertà di procreare, tanto invidiata dai maschi, e dono di sé alla società e al nascituro.
Ma accettare questa realtà significherebbe rinunciare a guardare il mondo attraverso le lenti dell’ideologia, che vuole sempre semplificare tra bianco e nero. Di fronte all’aborto le donne reali non rappresentano una battaglia delle idee: vivono una drammatica contraddizione, che è anche la loro ricchezza e la loro forza.
(La Stampa, 17 settembre 2021)