mercoledì 3 febbraio 2021

Vaticano
L’Obolo di San Pietro. Bilancio di missione. Articolo di mons. Nunzio Galantino - Presidente dell’Amministrazione del patrimonio della Sede apostolica

(Vita Pastorale) I toni scandalistici con i quali in questi ultimi tempi si è parlato dell’Obolo di San Pietro non aiutano certo a saperne di più su uno dei canali attraverso i quali, da secoli e con motivazioni diverse, vengono sostenute economicamente le attività di magistero e di guida che il Papa esercita per tutta la Chiesa. Toni non nuovi, se si pensa, ad esempio, che ai tempi di Pio IX l’elenco degli offerenti appariva sui giornali anticlericali. Non certo per elogiarli. «Quei soldi», si leggeva, «finiscono nelle “reverende pignatte”, o sono confiscati dagli imbroglioni clericali, o foraggiano gli zuavi pontifici». Espressioni che tendevano a scoraggiare la generosità dei fedeli. Nel «1866, L’Osservatore cattolico era stato costretto a sospendere la pubblicazione degli offerenti all’Obolo di San Pietro, per tema di segnalarli alle vessazioni della politica. E sempre poi, da parte massonica, si fecero pressioni sul Governo perché proibisse quella colletta, e parlamentari laicisti, dal 1870 al 1880, reiteratamente proposero di vietarla come manifestazione politica o come colletta illegale, mentre nel Paese la si screditava con una furia di calunnie» (I. Giordani, L’Obolo di San Pietro. Cos’è?, Tip. Poliglotta Vaticana 1967, 189).
Sia ben inteso: nessuna tentazione di accostare quei momenti storici con i nostri tempi. Né alcun cedimento a vittimismi ingiustificati. È, piuttosto, il momento di assumersi le proprie responsabilità. Ricordando che, più che i titoli di giornale, a segnare una diminuzione delle offerte destinate all’Obolo di San Pietro o a farle lievitare sono stati, nel tempo, i comportamenti e il modo di gestire le somme messe dai fedeli a disposizione del Papa. Alcuni scandali degli anni Ottanta, ad esempio, hanno determinato un calo vistoso delle offerte per l’Obolo di San Pietro. Come, d’altra parte, nel 2013, anno di elezione di Francesco, le offerte hanno raggiunto la somma di 78 milioni a fronte dei 66 dell’anno precedente.
Un dato da non trascurare, questo. Ci dice, infatti, che la testimonianza e la credibilità di uomini e donne di Chiesa, non solo facilita l’accoglienza del messaggio evangelico, ma dispone meglio alla generosità. È, d’altra parte, l’esperienza che si fa nelle nostre parrocchie. Una gestione trasparente e corretta delle offerte dei fedeli apre la strada alla generosità. Ma può anche sbarrarla a causa di un uso distorto delle offerte e di comportamenti scandalosi.
L’Obolo di San Pietro è una delle entrate che contribuiscono a sostenere il doppio profilo (apostolico e caritativo) del ministero che il Papa svolge attraverso le strutture della Curia romana. Le spese per il loro funzionamento – compresi gli stipendi per i circa 5 mila dipendenti vaticani – vengono sostenute da offerte, donazioni e ricavi provenienti dal patrimonio della Santa Sede, che non può contare su un sistema interno di tassazione. Tra le offerte, vi sono quelle dell’Obolo di San Pietro, nato per contribuire all’esercizio della carità e alle necessità economiche della Chiesa, il cui bilancio non è comparabile con quello di un’azienda. Si tratta infatti di un “bilancio di missione”. Ogni Dicastero e ogni Ente compie un servizio. E ogni servizio ha dei costi. Vi sono stati anni nei quali le spese sono state inferiori alle entrate. Si è potuto così creare un fondo di riserva gestito finora dalla Segreteria di Stato. La possibilità di accantonare somme non c’è stata in questi ultimi anni.
Le vicende giudiziarie vaticane hanno messo sotto accusa la gestione dell’Obolo di San Pietro. Si tratta di vicende portate all’attenzione delle autorità giudiziarie dagli stessi organismi di controllo vaticani. Ne ha parlato anche il Papa, di ritorno dal suo viaggio in Thailandia e Giappone. Interrogato sul discusso acquisto del Palazzo di Londra con i soldi dell’Obolo di San Pietro, papa Francesco ha prima detto: «...arriva la somma dell’Obolo, e cosa faccio? La metto nel cassetto? No, questa è una cattiva amministrazione. Cerco di fare un investimento così quel capitale non si svaluta, si mantiene o cresce un po’... Si può anche comprare una proprietà, affittarla e poi venderla. Ma sul sicuro, con tutte le sicurezze».
Riferendosi, poi, specificamente al caso assurto ai (dis)onori della cronaca, Francesco ha aggiunto: «Poi è successo uno scandalo, perché hanno fatto cose che non sembrano pulite. Ma la denuncia non è venuta da fuori. Quella riforma della metodologia economica che aveva già iniziato Benedetto XVI è andata avanti ed è stato il Revisore dei conti interno a dire: “Qui c’è una cosa brutta, qui c’è qualcosa che non funziona”. È venuto da me. Gli ho detto: “Lei è sicuro?”. Ha risposto: “Sì, cosa debbo fare?”. E io: “Ma c’è la giustizia vaticana, vada e faccia la denuncia al Promotore di giustizia”, e in questo io sono rimasto contento perché si vede che l’amministrazione vaticana adesso ha le risorse per chiarire le cose brutte che succedono dentro, come in questo caso».
La vicenda giudiziaria va avanti senza alcuna reticenza. Con l’obiettivo di fare chiarezza, non solo sulle responsabilità personali, ma anche su come di fatto è stato e viene utilizzato l’Obolo di San Pietro. In ogni caso, nemmeno in questo periodo di pandemia sono stati ridotti i servizi legati al ministero del Papa e alla missione della Chiesa. Dietro indicazioni chiare del Papa, si sta lavorando per razionalizzare l’amministrazione del patrimonio della Santa Sede e per renderla assolutamente trasparente. L’impegno riguarda anche l’Obolo di san Pietro.