mercoledì 10 febbraio 2021

Italia
Il priore mandato in esilio

p. Amedeo Cencini
(Alberto Melloni, La Repubblica) Don Amedeo Cencini, il delegato pontificio per la comunità di Bose, ha annunciato con un comunicato il termine entro cui Enzo Bianchi dovrà insediarsi nel monastero di Cellole, pena la dimissione. Un ultimatum i cui toni sembrano voler minare l’uscita da una crisi in cui ha pesato quella che chiamerei la "dottrina Cencini".
Psicologo della vita religiosa, autore di singolari teorie sulla "prognosi" della omosessualità, Cencini ha consolidato dal 2016 una sua "dottrina" sulle nuove forme di vita consacrata. Affette a suo giudizio dal complesso del fondatore — che con la sua forte personalità attira i deboli e su di essi esercita un abuso (almeno) psicologico — esse devono fare un percorso terapeutico di "oggettivazione del carisma", che suppone la liquidazione del padre.
Questa dottrina spiega la sua missione a Bose, dove Cencini fu mandato da Roma 14 mesi fa dopo varie denunce giunte dal monastero contro Enzo Bianchi: l’accusa era che il fondatore, pur dimessosi da priore, aveva continuato ad esercitare un potere ai danni del successore, vivendo sopra la Regola. Si poteva intervenire in mille modi. Ma Cencini, ascoltati quasi tutti i monaci con due altri visitatori, suggerì al Papa una soluzione, che applicava la sua "dottrina": cioè esiliare il fondatore, allontanarne gli intimi, lasciar uscire molti altri, far affiorare i "traumi" dei restanti e curarli.
Così dispose in effetti un decreto di maggio 2020, approvato dal Papa in forma specifica e perciò inappellabile. Per eseguirlo — e dar corso a una riforma della comunità destinata a mutarne la fisionomia ecumenica — veniva scelto ancora Cencini. Che doveva perciò dimostrare dopo la condanna che l’indagine era giusta e il rimedio appropriato. Inoltre doveva dipingere il fondatore di Bose come un renitente al Papa ed evocare qualcosa di sordido ("siamo solo all’inizio") che non esisteva, ma a cui si alludeva come ci fosse. E infine doveva convincere Enzo Bianchi ad uscire dal perimetro comunitario o dimetterlo d’imperio dalla comunità.
Pochi allora si sono resi conto che se Bianchi fosse stato in salute per ottemperare subito, una ventina di professi lo avrebbero seguito; Bose sarebbe ricominciata senza approvazione ecclesiastica, come ai suoi inizi; ma Cencini avrebbe lasciato in mano al Papa, che ha un ministero di unità, il cerino della divisione.
Questo non è accaduto. Enzo Bianchi ha vissuto senza la vita che è stata la sua — niente ufficio, né messa, né capitolo — rimanendo quasi sempre isolato in un eremo al di là della collina di Bose. Ma nel contempo qualcuno ha capito che il diritto monastico e perfino il cristianesimo suggerivano cose più facili e più difficili al tempo stesso. Limate e cercate a partire dalla proposta di un trasferimento a Cellole, presso San Gimignano.
Lì Enzo Bianchi potrebbe dunque andare a vivere insieme ad alcuni che non siano i suoi badanti o i suoi secondini, ma i suoi fratelli. Soluzione che il delegato pontificio è sembrato far sua e volerla rendere irricevibile con comica pignoleria: al punto che si fa divieto ai fratelli di Bose e al fondatore di Bose di usare la parola Bose, "nei nomi, nella pubblicistica, nella cartellonistica, nei siti Internet, ecc." di Cellole.
Se Enzo Bianchi riterrà di obbedire all’antico adagio, ad impossibilia nemo tenetur,la provocazione avrà avuto successo: sarà dimesso o si dimetterà, la dottrina Cencini avrà vinto, a spese del Papa. Se il fondatore di Bose riterrà di poter accettare questo esilio, senza che ciò implichi riconoscere accuse o procedure, renderà servizio alla credibilità ecumenica del papato e potrà esserci un cammino di riconciliazione. Per Bose, da Bose.