sabato 24 ottobre 2020

Vaticano
Quel "ricatto" per il palazzo londinese, ecco le mail che imbarazzano monsignor Peña Parra

(Floriana Bulfon, Giuliano Foschini, Fabio Tonacci, La Repubblica)
Nelle carte inviate dal Vaticano alla magistratura italiana, i documenti con cui l'alto prelato, uomo di fiducia del Papa, ordina i pagamenti al finanziere italiano Gianluigi Torzi: il Vaticano ha perso più di 100 milioni di euro. Indagine della Guardia di Finanza.​
L’arcivescovo venezuelano Edgar Peña Parra ha avuto un ruolo di primo piano nell’affaire londinese del palazzo di Sloane Avenue, che ha provocato la perdita di centinaia di milioni di euro per le casse della Santa Sede. Cinque documenti riservati, fin qui rimasti inediti e allegati alla richiesta di rogatoria vaticana inviata nel novembre scorso alla procura di Roma, raccontano come l’attuale sostituto per gli Affari generali della Segreteria di Stato abbia consapevolmente deciso di mettere il denaro dell’obolo di San Pietro e delle donazioni dei fedeli nelle mani di Gianluigi Torzi. Un finanziere al quale l’attributo "spregiudicato" è quello che — secondo gli investigatori della Guardia di Finanza — meglio gli si addice, segnalato dalle banche di mezza Europa e accolto invece con i guanti in Vaticano.
È grazie alle disposizioni di monsignor Peña Parra, successore del cardinale Becciu (indagato), che Torzi intasca, praticamente senza muovere un dito, quindici milioni di euro, sulla base di un accordo non scritto che i promotori di giustizia della Santa Sede, Gian Piero Milano e Alessandro Diddi, non esitano a definire «incomprensibile». Eppure prontamente onorato dalla Segreteria di Stato, con un giro di soldi ora all’attenzione anche dei finanzieri del nucleo di polizia economico-finanziaria di Roma che indagano su Torzi e gli altri affaristi.
La lettera di ingaggio
L’analisi dei cinque documenti visionati da Repubblica riportano questa storia al novembre del 2018, quando la Segreteria di Stato, avviluppata in una complessa operazione di compravendita dell’immobile al civico 60 di Sloane Avenue, quartiere Chelsea, decide di interrompere i rapporti con un altro finanziere, Raffaele Mincione, ossia l’intermediario che l’ha introdotta nell’operazione.La sua buonuscita è di quelle che si ricordano: 40 milioni di sterline. A quel punto la Segreteria potrebbe rilevare direttamente la società che detiene le quote del palazzo, la 60 Sa-2 Limited, e chiuderla lì. Invece, e «per ragioni che non risultano ancora chiarite», come scrivono i promotori nella rogatoria, decide di avvalersi dei servigi della Gutt, società lussemburghese che fa capo a Torzi. Siamo sul finire del 2018. Il broker molisano, che lavora a Londra, non è uno sconosciuto nelpanorama finanziario. È uomo di ottime relazioni. Ma è anche inserito nelle black list del continente, inseguito da inchieste aperte da diverse procure italiane. Lo sanno nei consigli di amministrazione di tutti gli istituti di credito italiani. Lo sanno gli uomini della Guardia di Finanza di mezza Italia. Apparentemente, però, agli Affari Generali della Segreteria di Stato lo ignorano. Il nome sui contratti siglati con le società di Torzi è quello di monsignor Alberto Perlasca, capo ufficio amministrativo della prima sezione per gli Affari generali, ma il mandante è il sostituto. Con una lettera firmata da Peña Parra e datata 22 novembre 2018, infatti, Perlasca riceve la delega a «sottoscrivere con firma singola» il contratto con la Gutt di Torzi.
Il contratto beffa
Perlasca è solo un esecutore. Nella delega che ha ricevuto, infatti, ci sono già le clausole del contratto, il cosiddetto "Share Purchase agreement": dodici pagine di intesa che mettono la Segreteria di Stato nelle mani del finanziere italiano. Il contratto prevede tre cose: 1) il Vaticano ricompra un palazzo che avrebbe dovuto essere già suo; 2) lo fa attraverso una terza società, la Gutt;3) Torzi di fatto ha la gestione del palazzo grazie a 1.000 azioni, che sulle 31.000 totali sono le uniche con diritto di voto. Affidatosi a dicembre in modo apparentemente ingiustificato a Torzi, ora l’arcivescovo venezuelano Peña Parra ne è l’ostaggio. Il finanziere sta gestendo tutta la partita, e, come nel gioco delle tre carte, dove sta l’asso lo decide solo lui. Ha le azioni che contano, ma non solo: c’è la clausola secondo cui la Gutt agirà in qualità di agente della Segreteria di Stato per il controllo dell’immobile. È una clausola del diavolo, di cui in Vaticano si pentono nell’arco di 24 ore. Per rinunciarci, Torzi pretende il 3 per cento dell’affare, ossia 15 milioni.
Il "ricatto" del 3 per cento
Nella Santa Sede qualcuno parla di estorsione. Ma gli inquirenti vaticani non credono al ricatto, perché tutto «era ben esplicitato nell’accordo». E a riprova che l’attrito con Torzi sia solo di facciata, portano la mail che il finanziere scrive il 26 aprile 2019 all’indirizzo del sostituto. «Cari tutti, prima di tutto voglio esprimervi quale grande onore sia stato per me, e per il mio gruppo, lavorare per voi e con voi — scrive Torzi — supportandovi nelle attività strategiche di gestione di proprietà immobiliari e investimenti in Europa e nel mondo. Detto ciò, vorrei da voi la conferma che riconoscete la Sunset Enterprise (una delle sue società, ndr ) come valido interlocutore in questoperiodo, che le sue attività sono state apprezzate da voi e che voi ne siete pienamente soddisfatti. Se lo confermate, procediamo alla emissione della fattura da 5 milioni di euro per il periodo 3 dicembre 2018-30 aprile 2019».
I due bonifici da 15 milioni
Il responso della Santa Sede arriva a stretto giro, tre giorni dopo. Su carta intestata "Prima Sezione, Affari Generali — Segreteria dello Stato Vaticano", il sostituto Peña Parra dispone alla filiale di Lugano della Credit Suisse l’ordine di effettuare il bonifico da 5 milioni. Il primo maggio ne fa fare un altro, da 10 milioni, come compenso di intermediazione, alla Lighthouse Group Investments Unlimited: in tutto fanno 15 milioni finiti nelle tasche di Torzi per comprare un palazzo che era già della Segreteria dello Stato, e, per giunta, sulla base di un accordo che — scopriranno poi i magistrati vaticani — non era sancito per iscritto in nessun contratto. «Ci siamo impegnati verbalmente», si legge in una nota interna di uno dei funzionari della Segreteria di Stato. Se l’accordo era solo verbale, e il contratto era capestro tanto da far parlare qualcuno di "ricatto", perché Peña Parra ha pagato Torzi?
La Repubblica, 24 ottobre 2020