lunedì 19 ottobre 2020

Vaticano
«Dammi 10 milioni e me ne vado». Gli audio dell’incontro segreto tra broker e dirigenti del Vaticano sul palazzo di Londra

(Mario Gerevini e Fabrizio Massaro - corriere.it) Hotel Bulgari di Milano, saletta riservata. Tre uomini discutono animatamente, di soldi, di affari. Forse di tangenti. Uno è un broker, Gianluigi Torzi. Un altro è un dirigente del Vaticano, Fabrizio Tirabassi. Il terzo è Enrico Crasso, storico gestore delle finanze della Santa Sede. «Tu lo sai che su questa operazione c’è tutto il mondo, sì? Ci sono i servizi vostri, i servizi inglesi... — afferma Torzi — questa cosa va fatta come ti dico io e nessuno si fa male, perché non è che Gianluigi è caduto dal cielo e vi ha salvato l’operazione …». L’operazione di cui parlano, rimasta segreta fino a ottobre 2019, è conosciuta oggi come «lo scandalo del palazzo di Londra», cuore dell’inchiesta penale della magistratura vaticana.La registrazione
I toni sono alti. Volano imprecazioni. A tratti forse millantano, alludono. Di sicuro negoziano. Ci sono in ballo molti milioni. Intanto fra i presenti nella stanza qualcuno registra, di nascosto. Il Corriere ha ascoltato ampi stralci dell’audio (a tratti incomprensibile). «Fabbrì — incalza il broker — ma sai quanti cazzo di milioni ho guadagnato in vita mia, io? Porc...». I soldi di cui parlano sono quelli riservati della Segreteria di Stato, alimentati dalle offerte dei fedeli a Papa Francesco: l’Obolo di San Pietro. È il 19 dicembre 2018; due settimane prima la Segreteria di Stato aveva raggiunto un faticoso accordo con il finanziere Raffaele Mincione per uscire dal suo fondo in cui erano stati investiti 200 milioni di dollari e per rilevare il 100% del palazzo in Sloane Avenue. La complessa manovra fu affidata all’allora sconosciuto Torzi. «Tu mi hai salvato il culo — sostiene Tirabassi, il laico più alto in grado tra i gestori dei fondi della Segreteria — di fronte a un’operazione di cui... non ero responsabile de’ sape’ cose... e a differenza di tutti non ho preso niente».
Le azioni
Torzi si è autoassegnato mille fondamentali azioni di Gutt, la società lussemburghese che ha rilevato il palazzo. Quelle azioni, che valgono solo il 3 per cento del capitale, gli danno però tutte le leve di gestione dell’immobile del Vaticano. Per Tirabassi è un problema enorme: deve far tornare il palazzo nelle mani della Segreteria perché l’inghippo è stato scoperto dai superiori. Ma non è l’unica questione: «Siamo di fronte alla possibilità — spiega — che da qui all’inizio del prossimo anno sia tutto centralizzato e questo significa che perdiamo noi il controllo come Segreteria... questo non va bene nei tuoi confronti...».
Cerca allora di convincere Torzi a cedere le mille azioni Gutt; forse per collocarle in un fondo: «Quale potrebbe essere una possibile... per riconoscerti il lavoro che hai fatto?». Torzi sa di avere buone carte da giocare. E alza la posta, con colorita schiettezza. «Io pensavo di gestire 3-4 anni. Dammi 10 milioni e me ne vado; dammi 8 milioni, che cazzo ti devo dire… Sì, comunque me ne vado... Se mi dai 2 milioni ti dico “mi hai ca... in mano” perché ne ho dati tre e mezzo solo a... (qui cita uno dei protagonisti della storia: non lo riportiamo perché al momento non è stato possibile verificare se sia solo una millanteria, ndr). C’è il bonifico! Ti faccio vedere!».
Il bonifico
È uno dei passaggi più inquietanti. Poco dopo ribadisce: «Ce l’ho qua il bonifico, non è che sto’ a di’ cazzate... con Ubs. Oggi se piglio 10 milioni me ne porto a casa 3 o 4», alludendo a stecche pagate a chissà chi. E getta fumo: «T’assicuro che nessuno ti avrebbe detto metti “l’immobile in mano a Gianluigi” se non c’erano determinate logiche... quindi stai sereno, il mio gioco è troppo più importante di una cazzata del genere». Ma c’è di più: Torzi vuole anche coinvolgere la cassa del Papa nell’acquisto di un bond immobiliare, sul quale evidentemente ha una posizione a rischio: «Domani se non ti compri Augusto io sono nella merda». «Che importo?», chiede Tirabassi. «10 milioni... compratene 8...», risponde il finanziere.
Il terzo uomo
Il terzo uomo, Crasso — con le società Sogenel e Centurion riservatissimo gestore delle finanze vaticane sotto tre pontefici — capisce che è il momento di mediare. Presumibilmente è lui che registra e il file potrebbe essere acquisito dai pm del Papa: «Fate domani un’assemblea … in cui si decide che la Segreteria acquisisce il 100% del veicolo, tu (Torzi, ndr) vieni liquidato con 6-8-10 milioni, quello lo stabilisce un contratto...». Qui emerge l’incredibile circostanza di Torzi coinvolto in un affare da centinaia di milioni senza un contratto che ne definisse il ruolo. I tre — oggi tra gli indagati in Vaticano — si lasciano senza accordo. Da quel giorno lo sconosciuto finanziere molisano terrà in scacco la Segreteria fino a maggio 2019 quando incasserà 15 milioni. Si farà da parte portandosi nel telefonino, tra mille altri documenti, la foto con il Papa del 26 dicembre 2018 e lo scambio di auguri per Pasqua 2019 con Edgar Peña Parra, il numero due della Segreteria succeduto nel 2018 al cardinale Giovanni Angelo Becciu.
Secondo i promotori di giustizia quella di Torzi è stata un’estorsione. Arrestato a giugno, è stato liberato dopo 8 giorni. La sua ricostruzione dei fatti avrebbe convinto gli inquirenti. «Tutto chiarito», diranno gli avvocati. La Mani Pulite del Vaticano, partita da qui, è appena cominciata.
(Corriere della Sera)