domenica 10 novembre 2019

L'Osservatore Romano
Non si ferma la protesta in Cile. Centinaia di migliaia di persone sono scese nuovamente in piazza ieri a Santiago del Cile e in varie altre città del paese, per continuare la protesta sociale antigovernativa che dura ormai da tre settimane. Come nella manifestazione dello scorso 25 ottobre, piazza Italia è stato il principale punto di raccolta dei manifestanti, soprattutto giovani. La manifestazione ha riempito tutte le strade vicine, riversandosi pacificamente sull’Alameda e nel Parque Bustamante. I media cileni sottolineano che non è solo la capitale a protestare. Diverse migliaia di persone hanno sfilato nel pomeriggio nel centro di Vina del Mar e Valparaíso, sede del parlamento. Simili manifestazioni erano in corso anche a Coquimbo, La Serena e Concepción, dove si sono segnalati alcuni incidenti.
Intanto, il comandante dei Carabineros del Cile, il generale Mario Rozas, ha confermato che sono stati effettuati oltre 10.000 arresti durante le proteste in corso dal 18 ottobre. Parlando alla Commissione per la sicurezza dei cittadini della Camera bassa, il generale ha detto: «Stiamo parlando di una situazione nel paese in cui hanno manifestato circa 3 milioni di persone, il che equivale a 55 volte lo stadio nazionale alla sua massima capacità». Le morti accertate finora sono 18; quasi 500 adolescenti sono stati arrestati.
Nel frattempo, l’arcivescovo Celestino Aós Braco, amministratore apostolico di Santiago de Chile, è intervenuto ieri sui disordini e le violenze affermando che «è indubbio che la Costituzione debba essere cambiata» per affrontare la crisi . «Se non vengono apportate modifiche profonde, ripeteremo la stessa storia e la protesta sarà altrettanto forte o maggiore», ha avvertito l’arcivescovo in un’intervista. Il presule ha poi sottolineato la necessità di «cambiamenti strutturali e anche delle persone», e ha affermato che «non vi è dubbio che dobbiamo cambiare la Costituzione e alcune strutture, ma è anche chiaro che dobbiamo cambiare la persona che è disposta a bruciare un bene pubblico o insultare un altro». «Non possiamo rimanere nella riflessione, dobbiamo fare qualcosa. Come cristiani, l’arma più forte che abbiamo è la preghiera, ma dobbiamo fare ciò che possiamo nelle nostre chiese», ha dichiarato l’arcivescovo. «Abbiamo infrastrutture, locali, sale parrocchiali e, a volte, la popolazione non ha altro posto dove incontrarsi. Apriamo le nostre chiese, invitiamo al dialogo, a esprimere i sentimenti».
L'Osservatore Romano, 9-10 novembre 2019.