mercoledì 2 ottobre 2019

Italia
(a cura Redazione "Il sismografo")
"C’è sempre qualcuno pronto ad alzarsi dicendo che anche questo prossimo Sinodo è un evento politico, che questi non sono argomenti che competono alla Chiesa, che questa si deve occupare della religione, delle sue sacristie e che il clima o la deforestazione non riguardano la fede, non riguardano Gesù Cristo e si fantastica su presunte eresie per deviare l’attenzione e creare elementi di disturbo."
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(Luis Badilla - Robert Calvaresi) Come anticipato nella pubblicazione della nostra intervista con Lucia Capuzzi, scritrice e giornalista dell'Avvenire, oggi pubblichiamo la conversazione con l'altra giornalista della medesima testata, Stefania Falasca, anche lei autrice di diversi libri. Le due colleghe firmano un libro, in libreria in questi giorni, intitolato  "Frontiera Amazzonia. Viaggio nel cuore della terra ferita". 
Nota. Il 7 ottobre, alle ore 15, presso la Sala Marconi della Radio Vaticana, ci sarà la presentazione del volume e sarà "tutta al femminile": 5 donne, più le due autrici, moderata dalla giornalista Valentina Alazraki di Televisa. [1]
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1. Perché un Sinodo dedicato alla Chiesa e ai popoli in Amazzonia è importante per la Chiesa Cattolica di tutto il mondo?
Perché la prima e ultima ragione del Sinodo è la missione. E la missione è una dimensione universale della Chiesa in quanto la Chiesa è, per sua natura, missionaria, secondo il comando di Cristo di annunciarlo fino agli estremi confini della terra.
E, dunque, che il messaggio di liberazione e salvezza del Vangelo possa essere accolto e incarnato anche da una sola persona in mezzo a una foresta riguarda e tocca tutto il corpo della Sua Chiesa nel mondo. D’importanza universale poi è l’Amazzonia stessa. Non è una realtà locale come altre. Riguarda tutti. Perché qui è in gioco il destino della vita sulla terra. Perché con la ricchezza della sua biodiversità, multi-etnica, pluriculturale e pluri-religiosa, l’Amazzonia è uno specchio di tutta l’umanità e allo stesso tempo è anche l’emblema di un’economia che uccide, perché è lo specchio della crisi di uno sviluppo dominante ossessionato soltanto dagli idoli del denaro e del potere in nome dei quali si riduce l’ambiente a una discarica e si distrugge la vita, le identità culturali proprie dei popoli e la loro convivenza.
Proprio dalla realtà di questo luogo vitale, decisivo e rappresentativo del mondo attuale, la Chiesa è invitata pertanto a riflettere sulla sua missione alla luce del magistero dell’Evangelii gaudium e della Laudato sì affinché una conversione missionaria e pastorale sia realizzata dalla Chiesa nel mondo intero e affinché in quelle regioni venga favorita un’evangelizzazione incarnata nella cultura di quei popoli, perché i valori e le forme positivi che ogni cultura propone arricchiscono la maniera in cui il Vangelo è annunciato, compreso e vissuto, dato che una cultura sola non è capace di mostrare tutta la ricchezza di Cristo e del suo messaggio. Questo Sinodo potrà così aiutare la Chiesa intera a calarsi in ogni realtà, non solo in quella dell’Amazzonia, nel rispetto, nel valorizzare la ricchezza delle diversità e delle peculiarità di ciascun popolo e allo stesso tempo ad assumersi la responsabilità, in una prospettiva di ecologia integrale, di prendersi cura dei poveri e della casa comune, perché tutto è insieme e interdipendente. È perciò importante perché è solo in questo modo che la Chiesa compie la sua missione universale.
2. La preparazione del sinodo (l’agenda e i documenti) a tuo avviso corrisponde ai bisogni e alle aspettative che tu hai riscontrato andando a visitare alcune regioni di quest’area?
La realtà è molto complessa. Anche nella Chiesa. Ci sono poi tanti discorsi intorno a questo Sinodo ma credo che la bussola sia quello che dice il Papa nell’Evangelii gaudium: è necessario interrogarsi su come annunciare il Vangelo. Uno dei punti di cui ho trovato riscontro è quello di una certa mentalità colonialista di cui bisogna liberarsi. Andando nei villaggi degli indios Saterè-mawè con un vecchio missionario di quasi ottant’anni, che per più di quarant’anni instancabile percorre i corsi di quei fiumi e con grande fede, amore e rispetto era entrato nella loro cultura, questi mi diceva quanto fosse importante preservare le identità invece che omologarle. «Guarda la foresta» indicava «non è fatta per la monocoltura. Una pianta dipende dall’altra per nascere e crescere. Se si prova a far crescere un’unica specie di pianta per coltivazioni di frutta tropicale o di legno pregiato, il progetto fallisce. Così avviene anche tra noi uomini di etnie e culture differenti. E questo vale anche per la Chiesa». E per l’inculturazione? gli chiesi. «La sposa di Cristo per sua natura non vuole l’omologazione» ha risposto «e noi come missionari non possiamo far coincidere il cristianesimo qui con una certa idea di tempo e di spazio dettata dalla nostra cultura europea. Questa gente non viene dalla nostra tradizione greco-latina, non può essere piegata a questa e non può crescere così la Chiesa di Cristo».
3. Per alcuni questo Sinodo è quasi un "evento politico". Cosa si può rispondere a questa critica  inconsistente ma persistente?
Basta guardare Manaus, costruita nel mezzo della foresta pluviale come zona franca perché tutte le grandi multinazionali del mondo abbiano lì sede per usufruire anche delle facilitazioni fiscali a fini dell’accumulo di denaro. Sappiamo che il governo e le politiche sono legate a queste interdipendenze finanziarie e alle multinazionali che sfruttano questi territori senza alcuno scrupolo e senza ritorno per le popolazioni locali e a danno dell’ambiente. Se tutte le potenze mondiali fanno lì i propri affari non destano perciò sorpresa certe reazioni scomposte da parte dei politici e dei poteri forti se i riflettori vengono puntati sulla realtà di quella regione. E subito gettano fumo negli occhi per coprirla, non farla vedere e continuare nell’ombra. Dunque c’è sempre qualcuno pronto ad alzarsi dicendo che anche questo prossimo Sinodo è un evento politico, che questi non sono argomenti che competono alla Chiesa, che questa si deve occupare della religione, delle sue sacristie e che il clima o la deforestazione non riguardano la fede, non riguardano Gesù Cristo e si fantastica su presunte eresie per deviare l’attenzione e creare elementi di disturbo. Sono sempre gli stessi schemi che si ripetono quando si svelano i sistemi del male e l’iniquità. Ma chi non è afflitto da grave ignoranza e perdita di memoria o da malafede sa bene qual’è il magistero della Chiesa in proposito, consolidato nel solco della Dottrina sociale che risale ai Padri della Chiesa e trova compiuta e completa enunciazione nella terza parte del Catechismo della Chiesa cattolica. Dottrina dalla quale sono scaturite l'enciclica Rerum Novarum (1891) di Leone XIII, Quadragesimus Annus (1931) di Pio XI, Mater et Magistra (1961) di Giovanni XXIII, Populorum Progressio (1967) di Paolo VI, Centesimus annus (1991) di Giovanni Paolo II, Caritas in veritate (2009) di Benedetto XVI, fino alla Laudato sì di papa Francesco. E senza poi nominare i santi e i martiri che ne hanno dato testimonianza, sa anche che l’interesse per l’ambiente creato, e dunque il rapporto con l’umanità stessa, è istanza di fede biblica. E che è questo il solco nel quale si muove anche il prossimo Sinodo.
4. "Amazzonia" indica un nome femminile e già questo dovrebbe essere un motivo di riflessione. In questa regione quale è il ruolo e il profilo della donna?
L’Amazzonia, che con le arterie dei suoi fiumi e la sua foresta dà vita alla Terra e senza il suo battito diventerebbe un deserto, è anzitutto sacra. E non solo per i popoli indigeni che la rispettano come un’estensione del loro corpo e la custodiscono come una madre. L’Amazzonia è più che una metafora femminile di vita e di fecondità. Le donne che vi abitano la incarnano. E ne riflettono la forza, la capacità di rigenerarsi, che è quella che dovrebbe essere consentita alla natura stessa se si vuole un vero sviluppo sostenibile per garantire un futuro. Le donne amazzoniche hanno questa indomabile grande forza. Molti dei leader delle comunità indigene sono donne, sanno sostenere, difendere la vita e i suoi figli. Anche nelle comunità ecclesiali che ho incontrato, nei villaggi sui fiumi, sono donne quelle che con coraggio e tenacia portano avanti il carro della Chiesa. E andrebbero riconosciute e sostenute. Ma proprio le donne, come la terra, pagano il prezzo più brutale dello sfregio e della schiavitù. Il commercio delle bambine, in particolare quelle indigene, è una piaga enorme e sanguinante della quale non è possibile avere dati perché coperto e silenziato dagli ignobili interessi ad ogni livello. Proprio al cuore e al volto sconosciuto di una donna io e Lucia dobbiamo l’input di scrivere e raccogliere insieme i reportage dall’Amazzonia. Ero a Puerto Maldonado nel gennaio del 2018, quando il Papa, proprio alle sorgenti del Rio delle Amazzoni, volle dare inizio al Sinodo incontrando i rappresentanti dei popoli originari. Mentre uscivo dall’arena di quell’incontro, una donna indigena scende dagli spalti mi viene incontro, mi guarda e mi abbraccia, senza dire una parola. Quella sofferenza muta mi è entrata dentro. Nella foto, che dietro di me ha scattato in quel momento una collega del volo papale, si vedono i suoi occhi. La sera incontro Lucia, che era già sul posto come inviata sulla pista dei commerci illeciti e della tratta di persone, conseguenza dell’estrattivismo selvaggio. Mi racconta che a due passi da dove era venuto il Papa, bambine indie strappate ai loro villaggi venivano vendute nei postriboli per i minatori delle miniere illegali che avvelenano le acque. Ci guardammo decidendo di andare avanti. E siamo tornate sul Grande fiume. A incipit del libro, fuor di metafora, l’abbiamo scritto: «L’Amazzonia è una donna. Una donna stuprata. Ha negli occhi il colore della notte e i capelli lisci come gli strapiombi delle Ande. A Madre de Dios era scesa guardandoci senza dire una parola. Un urlo di silenzio. Volevamo incontrarla, poterla guardare negli occhi. E siamo andate. E siamo entrate in quegli occhi. Queste pagine ne sono la voce. Perché l’Amazzonia è vicina. È fuori e dentro la vita di tutti».
5. Cosa ti sei proposta, con Lucia Capuzzi, quando avete deciso di scrivere questo libro?
«Frontiera Amazzonia» è un viaggio che mette a fuoco la crisi socio-ambientale in atto in questa   regione cruciale. È un racconto dal vivo, seguendo la rotta del Grande fiume, facendo ricorso agli occhi di quanti questo mondo lo vivono. La vecchia regola di andare sul posto e provarne a capire i contesti, a confrontarsi e solo dopo esprimere pareri, oggi, nell’era narcisa della blogosfera, anche cattolica, sembra sia qualcosa di ormai superato. Noi siamo andate controcorrente e abbiamo semplicemente voluto entrare in questa realtà per farla vedere, per farla ascoltare e conoscere da vicino così com’è, alle prese con sfide decisive per un presente e un futuro che è nostro, loro, di tutti. 
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[1] Alla presentazione del libro partecipano:
- Victoria Lucia Tauli-Corpuz
Relatore Speciale delle Nazioni Unite per i diritti delle popolazioni indigene
- Márcia Maria de Oliveira
Docente di Società e culture amazzoniche Università Federale di Roraima (Brasile)
- Marcivana Rodrigues Paiva
Leader di etnia saterè mawè del Copime - Coordinação dos povos indígenas Manaus (Brasile)
- Alessandra Smerilli
Docente di Economia politica - Pontificia Facoltà di Scienze dell’educazione “Auxilium” di Roma
- Antonella Litta
Referente dell’Associazione medici per l’ambiente- Isde (International Society of Doctors
- Modera Valentina Alazraki (Televisa)