lunedì 1 luglio 2019

(a cura Redazione "Il sismografo")
Nel documento non c'è neanche un cenno autocritico e non si tocca quanto il Papa ha riconosciuto in molte circostanze sulla mancanza di trasparenza della Chiesa. Tutte le "colpe" sono fuori, degli "altri".
(LB-RC) L'importante documento della Penitenzieria Apostolica pubblicato oggi con la firma delle massime autorità del dicastero (Mauro Card. Piacenza, Penitenziere Maggiore e Mons. Krzysztof Nykiel, Reggente), approvato dal Santo Padre Francesco il 21 giugno scorso, interviene direttamente su argomenti di grande rilevanza e delicatezza come "la comunicazione ecclesiale e sociale, che oggi sembrano diventati più estranei all’opinione pubblica e talvolta agli stessi ordinamenti giuridici civili: il sigillo sacramentale, la riservatezza connaturata al foro interno extra-sacramentale, il segreto professionale, i criteri e i limiti propri di ogni altra comunicazione."
Prima di entrare nell'approfondimento di queste materie, il documento giustifica i suoi orientamenti con  un’analisi sulla comunicazione in generale e quella giornalistica in particolare devastante. I giudizi al riguardo, in molti aspetti inediti, sono piuttosto pesanti, categorici, taglienti e senza appello. Il Vaticano, e nessuno dei suoi organi specializzati, si è mai espresso sulla stampa in questi termini quasi apocalittici.
Ora, a sorpresa e senza nessun bisogno oggettivo dal punto di vista della natura del documento, le condanne perentorie e senza appello arrivano però dalla Penitenzieria Apostolica.
Inoltre molte affermazioni del documento sono in aperto contrasto con quanto Papa Francesco ha sempre detto e scritto, in numerosissime occasioni, sulla stampa, in particolare nei suoi Messaggi per l’annuale Giornata mondiale delle comunicazioni o in indimenticabili incontri con giornalisti e organi di stampa.
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Ecco quanto il documento pubblicato oggi dice nella parte sulla comunicazione:
"In questo tempo della storia umana così travagliato, al crescente progresso tecno-scientifico non sembra corrispondere un adeguato sviluppo etico e sociale, quanto piuttosto una vera e propria “involuzione” culturale e morale che, dimentica di Dio – se non addirittura ostile – diviene incapace di riconoscere e rispettare, in ogni ambito e a ogni livello, le coordinate essenziali dell’esistenza umana e, con esse, della vita stessa della Chiesa.
«Se al progresso tecnico non corrisponde un progresso nella formazione etica dell’uomo, nella crescita dell’uomo interiore […], allora esso non è un progresso, ma una minaccia per l’uomo e per il mondo»[2]. Anche nel campo delle comunicazioni private e mass-mediatiche crescono a dismisura le “possibilità tecniche”, ma non l’amore alla verità, l’impegno nella sua ricerca, il senso di responsabilità davanti a Dio e agli uomini; si delinea una preoccupante sproporzione tra mezzi ed etica. L’ipertrofia comunicativa pare volgersi contro la verità e, conseguentemente, contro Dio e contro l’uomo; contro Gesù Cristo, Dio fatto uomo, e la Chiesa, sua presenza storica e reale.
Si è diffusa negli ultimi decenni una certa “bramosia” d’informazioni, quasi prescindendo dalla loro reale attendibilità e opportunità, al punto che il “mondo della comunicazione” sembra volersi “sostituire” alla realtà, sia condizionandone la percezione, sia manipolandone la comprensione. Da questa tendenza, che può assumere i tratti inquietanti della morbosità, non è immune, purtroppo, la stessa compagine ecclesiale, che vive nel mondo e, talvolta, ne assume i criteri. Anche tra i credenti, di frequente, energie preziose sono impiegate nella ricerca di “notizie” – o di veri e propri “scandali” – adatti alla sensibilità di certa opinione pubblica, con finalità e obiettivi che non appartengono certamente alla natura teandrica della Chiesa. Tutto ciò a grave detrimento dell’annuncio del Vangelo a ogni creatura e delle esigenze della missione. Bisogna umilmente riconoscere che talvolta nemmeno le fila del clero, fino alle più alte gerarchie, sono esenti da questa tendenza.
Invocando di fatto, quale ultimo tribunale, il giudizio dell’opinione pubblica, troppo spesso sono rese note informazioni di ogni genere, attinenti anche alle sfere più private e riservate, che inevitabilmente toccano la vita ecclesiale, inducono – o quanto meno favoriscono – giudizi temerari, ledono illegittimamente e in modo irreparabile la buona fama altrui, nonché il diritto di ogni persona a difendere la propria intimità (cf. can. 220 CIC). Le parole di san Paolo ai Galati suonano, in tale scenario, particolarmente attuali: «Voi infatti, fratelli, siete stati chiamati a libertà. Purché questa libertà non divenga un pretesto per vivere secondo la carne […]. Ma se vi mordete e divorate a vicenda, guardate almeno di non distruggervi del tutto gli uni gli altri!» (Gal 5,13-15).
In tale contesto, sembra affermarsi un certo preoccupante “pregiudizio negativo” nei confronti della Chiesa Cattolica, la cui esistenza è culturalmente presentata e socialmente ri-compresa, da un lato, alla luce delle tensioni che possono verificarsi all’interno della stessa gerarchia e, dall’altro, partendo dai recenti scandali di abusi, orribilmente perpetrati da taluni membri del clero. Questo pregiudizio, dimentico della vera natura della Chiesa, della sua autentica storia e della reale, benefica incidenza che essa ha sempre avuto ed ha nella vita degli uomini, si traduce talvolta nell’ingiustificabile “pretesa” che la Chiesa stessa, in talune materie, giunga a conformare il proprio ordinamento giuridico agli ordinamenti civili degli Stati nei quali si trova a vivere, quale unica possibile “garanzia di correttezza e rettitudine”.

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