lunedì 15 luglio 2019

Italia
Lettera del cardinale vicario De Donatis ai parroci della diocesi di Roma. Nelle équipe pastorali «esploratori coraggiosi»
L'Osservatore Romano
Dodici, come gli apostoli, ma anche di meno o di più (il numero è significativo ma non vincolante), purché «fuori dalle righe», «appassionati dello squilibrio», «esploratori coraggiosi», in grado di porsi all’«ascolto creativo della realtà e delle storie di vita»: dovrebbero avere queste caratteristiche le persone componenti l’équipe pastorale che collabora stabilmente con il parroco.
A scriverlo, in una lettera indirizzata ai sacerdoti della diocesi di Roma, è il cardinale vicario Angelo De Donatis, che già si proietta sulla stagione 2019-2020 e sul processo di conversione e rinnovamento da mettere in atto nelle comunità. Servono non tanto «professionisti competenti e qualificati», quanto «cristiani apparentemente come tutti, ma in realtà capaci di sognare, di contagiare gli altri con i loro sogni, desiderosi di sperimentare cose nuove». Non «pensatori isolati», ma gente che abbia «voglia di incontrare gli altri», che non si vergogni «di farsi vicina ai poveri» ed eserciti «una certa attrazione sui giovani».
Nel testo il porporato torna sulle novità previste per il prossimo anno pastorale. Innanzitutto, quella della formazione di una équipe che «possa prendersi cura del cammino di tutti, custodendo la direzione comune e animando concretamente le diverse iniziative». Anche se, si sottolinea, «tutta la comunità cristiana e tutti gli operatori pastorali sono chiamati a mettersi in atteggiamento di ascolto». Quell’ascolto del «grido della città» richiamato anche da Papa Francesco. Il gruppo pastorale «aiuterà la comunità cristiana a portare avanti l’ascolto, lasciando agire il “fuoco” che abbiamo invocato insieme nella veglia con il Papa. Sarà lui a illuminare, a purificare, a scaldare». Ma ogni fuoco, prosegue il cardinale vicario per la diocesi di Roma, dopo un po’ si affievolisce: l’équipe pastorale è dunque chiamata a «custodire il senso del cammino e ad animarlo, tenerlo vivo all’interno della comunità». In concreto, si tratterà di aiutare gli operatori a progettare l’azione di ascolto, fornendo loro attenzioni, strategie, strumenti, a verificare che l’ascolto venga realizzato, a sintetizzare quanto raccolto nella fase di ascolto, a condividere esperienze e testimonianze con le altre équipe pastorali del territorio, ad attivare legami con istituzioni e associazioni di zona. Il gruppo, nello svolgere questi compiti, sarà supportato dalla diocesi e dagli uffici pastorali coinvolti.
Questi “esploratori coraggiosi” — dice De Donatis rivolgendosi a ciascun parroco — vanno tenuti vicino, ascoltati, valorizzati, lasciati agire «perché possano scomodare la sonnolente tranquillità di tanti. Faranno degli errori? Li faranno fare a te e alla comunità? È possibile. Ma come sai bene è da preferire “una Chiesa accidentata, ferita e sporca per essere uscita [...]”, piuttosto che una malata di autoreferenzialità e introversione. Questi dodici quindi sono cristiani che credono nella Risurrezione, nella fecondità dello Spirito santo mandato dal Risorto e che provano simpatia e non repulsione verso gli altri esseri umani, riconosciuti come fratelli. Per questo — osserva il cardinale — saranno capaci insieme con te di quell’ascolto creativo della realtà e delle storie di vita che ci conduca più facilmente a intuire per quali vie lo Spirito santo ci sta portando per evangelizzare e costruire la Chiesa del futuro».
Nella lettera si sintetizza il compito degli operatori pastorali attorno a tre “custodie”: del senso, della comunione e del cammino. Occorre «richiamare continuamente il senso del processo evitando uno schiacciamento sul “fare”, sulle fasi operative, fecondando così le azioni pastorali attraverso la visione di fondo», e «ricordare a tutti che l’ascolto non è terminato se non giunge a contemplare la presenza e l’azione di Dio nelle storie personali». Custodi della comunione significa invece «tenere vive le relazioni, motivare, ascoltare e sostenere le persone coinvolte», aiutare i presbiteri nell’animare dall’interno la comunità e a gestirne i potenziali conflitti. Il cammino infine si custodisce richiamando i compiti, gli impegni, sollecitando i vari agenti parrocchiali coinvolti, facendo il punto, verificando i processi in corso, gli errori, i successi.
«Da questo cammino pastorale — conclude il cardinale vicario — la nostra Chiesa diocesana ne uscirà più attenta agli altri, più consapevole delle domande profonde delle persone, più convinta della buona notizia che è chiamata ad annunziare, più sensibile alle ispirazioni di Dio».

L'Osservatore Romano, 15-16 luglio 2019