venerdì 12 aprile 2019

(a cura Redazione "Il sismografo")
Sul saggio breve di Benedetto XVI sugli abusi sessuali nella Chiesa, pubblicato ieri in diverse lingue, a meno di due mesi dal Vertice mondiale episcopale con Papa Francesco dedicato alla "protezione dei minori" (dove sarebbe stato un contributo di altissimo rilievo per contenuti e opportunità), si possono porre moltissime domande, fare decine di ipotesi, indagare sui dintorni dell'iniziativa e altro ancora. Tra l'altro, in buona misura la stampa internazionale - osservatori, analisti ed esperti - su queste questioni ha già scritto moltissimo.
Con ogni probabilità le domande fondamentali rimarranno senza riposta sostanzialmente a causa dell'ormai noto ferreo cerchio che circonda ermeticamente il Papa emerito, tanto ermetico che non si riesce a distinguere fra ciò che interessa ai membri del cerchio e ciò che riguarda veramente il Papa emerito. In questo senso va detto che il cerchio non poche volte si è sostituto al Pontefice emerito. E sembra che sia così anche in quest’occasione.
Non abbiamo nessuno interesse ad entrare in questa vicenda anche perché è chiaro che il clamore di questi giorni perderà gradualmente rilevanza nella misura in cui si sveleranno molti passaggi oggi occulti, in particolare quelli organizzativi della diffusione del testo, indizi che evidenziano un'operazione che ha poco a che vedere con la materia sulla quale si vuole, o si voleva, discutere veramente.
Ci preme porre, con semplicità e senza argomentazioni faraoniche o erudite, una sola domanda pensando alle vittime della pedofilia. Nel saggio ratzingeriano di 18 cartelle curiosamente appare una sola volta la parola "vittima", concetto esistenziale molto caro a Benedetto XVI, anche perché è stato il primo Papa a usare questa espressione associandola a "peccato e crimine" ma anche il primo Papa a ricevere numerose vittime. Non è credibile che il Papa emerito abbia lasciato da parte questa parola in un testo così lungo e approfondito che, come è ben  noto, per lui è stata sempre fondamentale ed ineludibile proprio perché è più che una parola o un concetto. Per Benedetto XVI le vittime sono il centro della questione. Basta leggere il paragrafo della lettera che J. Ratzinger scrisse ai Cattolici dell'Irlanda nove anni fa indirizzato "alle vittime di abusi e alle loro famiglie" (1).
Ma ciò che vorrei sottolineare è un'altra cosa altrettanto rilevante: è proprio il caso, in un’ora così drammatica come quella che vive la Chiesa tutta di fronte alla tragedia degli abusi sessuali al suo interno, dividersi in gruppi o scuole di pensiero analitico, sociologico, antropologico, teologico, ecclesiologico, sulle cause - molte, complesse e ormai conosciute - di un crimine così orrendo?
A cosa serve? A chi giova?
Il crimine si combatte. Il peccato si combatte. Non si usano i crimini e i peccati per altri scopi come sembra che facciano alcuni analisti e commentatori del saggio di Benedetto XVI. Su questa questione alcune persone vicine al Papa emerito devono chiarire non pochi comportamenti messi in essere da diversi anni. Sarebbe anche vera lealtà nei confronti di Papa Francesco e della Chiesa tutta.
Usare la tragedia degli abusi per lotte intestine di potere, di influenze e di carriera è un'ulteriore violenza che si scarica sulle vittime che a questo punto scompaiono perché diventano anonime merce di scambio nelle guerre tra bande e cordate.
Va bene quanto avrebbe scritto il Papa emerito. Da rispettare anche quando non si è d'accordo con ogni passaggio. Può essere un buon contributo alla lotta contro questa piaga. Si deve però aggiungere, usando il buon senso, che non va bene che alcuni abbiano voluto usare un fenomeno così drammatico come la pedofilia clericale per i loro piccoli giochi, nascondendosi dietro un uomo e un sacerdote come Joseph Ratzinger che merita un rispetto e un affetto sconfinati, soprattutto nelle ore della dura vecchiaia e della severa malattia.
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Nota (1)
6. Alle vittime di abuso e alle loro famiglie
Avete sofferto tremendamente e io ne sono veramente dispiaciuto. So che nulla può cancellare il male che avete sopportato. È stata tradita la vostra fiducia, e la vostra dignità è stata violata. Molti di voi avete sperimentato che, quando eravate sufficientemente coraggiosi per parlare di quanto vi era accaduto, nessuno vi ascoltava. Quelli di voi che avete subito abusi nei convitti dovete aver percepito che non vi era modo di fuggire dalle vostre sofferenze. È comprensibile che voi troviate difficile perdonare o essere riconciliati con la Chiesa. A suo nome esprimo apertamente la vergogna e il rimorso che tutti proviamo. Allo stesso tempo vi chiedo di non perdere la speranza. È nella comunione della Chiesa che incontriamo la persona di Gesù Cristo, egli stesso vittima di ingiustizia e di peccato. Come voi, egli porta ancora le ferite del suo ingiusto patire. Egli comprende la profondità della vostra pena e il persistere del suo effetto nelle vostre vite e nei vostri rapporti con altri, compresi i vostri rapporti con la Chiesa. So che alcuni di voi trovano difficile anche entrare in una chiesa dopo quanto è avvenuto. Tuttavia, le stesse ferite di Cristo, trasformate dalle sue sofferenze redentrici, sono gli strumenti grazie ai quali il potere del male è infranto e noi rinasciamo alla vita e alla speranza. Credo fermamente nel potere risanatore del suo amore sacrificale – anche nelle situazioni più buie e senza speranza – che porta la liberazione e la promessa di un nuovo inizio.
(Luis Badilla)