giovedì 15 novembre 2018

Italia
Sentenza di un tribunale civile di Milano: Carlo Maria Viganò deve restituire al fratello, il sacerdote Lorenzo, oltre un milione 800mila euro, denaro sottratto illegalmente

(a cura Redazione "Il sismografo")
(LB) 1.824.933 euro è la somma esatta di denaro che Carlo Maria Viganò, il clandestino Savonarola di Varese, ex Nunzio apostolico negli USA, attualmente arcivescovo, dovrà restituire al fratello, padre Lorenzo Viganó (non gesuita come si è scritto spesso). Questa è la sentenza (numero 10.359/2018) emessa a metà ottobre dal giudice di Milano Susanna Terni, quarta sezione del Tribunale civile. La notizia è stata rivelata ieri da Maria Antonietta Calabrò sul Huffingtonpost.it. 
Si parla di un risarcimento ma in realtà è una restituzione di denaro che l'arcivescovo ha sottratto, illegalmente e illegittimanente, per anni, al fratello Lorenzo, malato e residente da parecchi anni negli Stati Uniti. C.M. Viganò dovrà inoltre pagare gli interessi su queste somme che egli ha trattenuto per anni, senza alcun diritto, e anche le spese legali del processo civile.
Maria Antonietta Calabrò racconta: "Entrambi sacerdoti, i due avevano deciso di mantenere la cointestazione dei beni loro assegnati alla morte del padre, un imprenditore lombardo, dando vita ad una comunione ereditaria, sempre gestita dall'arcivescovo, ma senza alcuna rendicontazione al fratello, sebbene richiesta.
L'eredità, al 30 settembre 2010 comprendeva numerosi immobili per un valore stimato di quasi 20 milioni e mezzo di euro, oltre ad una rilevante somma di denaro (oltre sei milioni e settecentomila euro). L'ex nunzio - ha stabilito il Tribunale - aveva sempre percepito i proventi dei beni immobili, detenendo tutta la liquidità facente parte della comunione, beneficiando complessivamente " di operazioni per un importo netto di euro 3.649.866,25".
Don Lorenzo, nel 2013 raccontò a Il Giornale (Stefano Zurlo): «Mio fratello mi ha derubato di diversi milioni di euro. Sfru­t­tando una mia vecchia procura notarile ha fatto il bello e il catti­vo tempo. In questa storia terri­bile si è arrivati a tagliarmi i vive­ri, a minacciarmi, persino da un presunto agente che si è spacciato per Fbi, e ancora, sa­crilegio, a buttare via le mie schede in cui avevo raccolto an­ni e anni di studio».
Lei come si è difeso?
«Ho controdenunciato Carlo Maria per appropriazione inde­bita, accusa archiviata con una motivazione singolare dalla magistratura, e poi per estorsio­ne. Lui, in tribunale, questa vol­ta per un’altra causa civile, ha cercato di abbracciarmi, ma io l’ho fermato».
Perché?
«Pensi solo che mio fratello, quando l’hanno spostato dal Governatorato, ha avuto la fac­cia tosta di scrivere a Benedetto XVI dicendo che non poteva al­lontanarsi per stare vicino al sottoscritto, gravemente mala­to. Una menzogna perché con me non ha rapporti da anni».
"Altro che moralizzatore. Mio fratello mi ha derubato". Quale fratello? Carlo Maria Viganò».
Sul Corriere della Sera (marzo 2013), Maria Antonietta Calabrò raccontava ancora: "È una storia di soldi, di molti soldi, svariati milioni di euro (c'è chi parla di almeno un paio di decine, con molta liquidità in Svizzera).
Soldi ereditati dai fratelli Viganò (con Lorenzo e Carlo Maria, Giovanna e altri tre fratelli viventi e gli eredi di un quarto) e gestiti sempre «pro indiviso» dal vescovo Carlo Maria.
«Mio fratello voleva indurmi a fare testamento a favore di mio nipote monsignor Polvani», dice Lorenzo, anche «se altre volte voleva intestare tutto ad una società perché, sosteneva, "se divento cardinale non sta bene che si sappia che abbiamo tutti questi soldi"». Affari di famiglia, si dirà.
Se non fosse che Lorenzo Viganò è stato tirato in ballo direttamente dal fratello vescovo nella lettera in cui il presule chiedeva al Papa di rimanere in Vaticano, proseguendo il suo cursus honorum che lo avrebbe visto diventare presidente del Governatorato e per ciò stesso cardinale.
Una lettera di protesta per il trasferimento a Washington che invece era stato deciso nei suoi confronti dal segretario di Stato, Tarcisio Bertone, dal momento che l'esito di un'indagine interna al Vaticano aveva dimostrato che le accuse di diffusa corruzione presentate da Carlo Maria si erano dimostrate senza solido fondamento. Viganò  per resistere al trasferimento, si appellò direttamente al Papa e addusse come impedimento la necessaria, doverosa e diretta assistenza in cui era impegnato nei confronti del suo fratello gravemente infermo e praticamente incapace di intendere e di volere.
Il 7 luglio 2011, l'attuale nunzio scrisse a Papa Ratzinger: «Mi angustia poi il fatto che, dovendo purtroppo prendermi cura personalmente di un mio fratello sacerdote più anziano rimasto gravemente offeso da un ictus che lo sta progressivamente debilitando anche mentalmente io debba partire anche ora, quando ormai intravvedevo di poter risolvere in pochi mesi questo problema famigliare che tanto mi preoccupa». In realtà le indagini e la testimonianza diretta di Lorenzo Viganò supportata da documenti di attività accademica, contratti d'affitto, utenze e quant'altro, mostrano una situazione completamente diversa.
Lorenzo sostiene senza mezzi termini che suo fratello «ha scritto il falso al Papa» dal momento che lui vive da decenni a Chicago in assoluta autonomia e non è mai stato accudito dal fratello con il quale per di più — alla data della lettera — aveva del tutto interrotto i rapporti da più di due anni, cioè dal gennaio 2009."
Viganò, grande moralista autore di un papiro di denuncia ogni 30 giorni, ha anche una controversia con la sorella, Susanna, e sempre per denaro. In questo caso si tratta di una casa della signora che l'abile ex Nunzio vendette all'insaputa della proprietaria.
Stefano Zurlo su Il Giornale raccontava: "Una vicenda quasi incredibile, con denunce incrociate fra fratelli e un grappolo di procedimenti penali e civili che il Giornale per primo aveva svelato nel 2012, quando l'arcivescovo passava per il paladino nella lotta alla corruzione in Vaticano. Ora fra le pieghe di questa interminabile saga, ecco spuntare il nuovo documento. È una telefonata, registrata, datata 28 febbraio 2013. Rosanna chiama il fratello Alberto, uno degli otto Viganò, eredi di una famiglia dell'alta borghesia lombarda attiva nella siderurgia, e lo investe di accuse. A suo tempo, quando i rapporti in famiglia erano buoni, Rosanna aveva intestato a Carlo Maria l'immobile che però, di fatto, era suo. Ora Alberto, sfruttando una procura notarile, l'ha venduto senza dirle nulla. E l'avrebbe fatto sotto la regia dell'onnipotente Carlo Maria, vicegovernatore del Vaticano e poi nunzio negli Usa, ad un passo dal cardinalato, prima di entrare in rotta di collisione con papa Francesco.
Rosanna si sente tradita dai due fratelli e va giù pesante: «Carlo Maria, quello lo sappiamo che è un farabutto». E ancora: «Allora, Alberto esiste un limite, che quando tu sai che le cose sono ingiuste, uno si rifiuta di farle. Che se le faccia lui le sue porcherie, come ha fatto per tutta la vita». Alberto, in grande difficoltà, prova a discolparsi: è vero, lui ha firmato la vendita, ma è stato solo un esecutore, un burattino nelle mani di Carlo Maria: «Non toccava a me. Toccava al Carlo Maria dirlo, non c'entro niente io».