giovedì 27 settembre 2018

(a cura Redazione "Il sismografo")
(LB-FG) Papa Francesco riceve oggi in Udienza mons. Vito Rallo, Nunzio Apostolico in Marocco, e ciò riapre subito le ipotesi di una possibile, breve, Visita del Santo Padre nel paese nordafricano, a 33 anni di quella storica e indimenticabile di s. Giovanni Paolo II a Casablanca dove incontrò migliaia di giovani musulmani (Lunedì, 19 agosto 1985). 
Mesi fa, a maggio, diverse testate lanciarono un'ipotesi plausibile, in particolare Atlas Info: Papa Francesco si recherà in visita ufficiale in Marocco per commemorare la visita di Giovanni Paolo II e mantenere vivo il dialogo cattolico-musulmano, in particolare tra le giovani generazioni. Va ricordato inoltre che a Marrakesh, dal 10 all'11 dicembre prossimo, i paesi membri dell'Onu dovrebbero firmare l'importante documento al quale Francesco ha fatto riferimento più di una volta: il Global Compact for Migration.
Ecco alcuni ricordi di Gian Franco Svidercoschi (Aleteia):
"Giovanni Paolo II entrò nello stadio di Casablanca, e quello che vide lo lasciò senza fiato. Aveva avuto qualche perplessità a concludere quel terzo viaggio in Africa con la tappa in Marocco, un Paese che aveva come religione ufficiale quella islamica. Ma re Hassan aveva insistito, era riuscito a convincerlo. E adesso, a vedere quella gigantesca macchia bianca che ricopriva le gradinate e il prato, il Papa si commosse. Ad aspettarlo, c’erano 80 mila giovani musulmani. Tutti nelle loro candide divise, perché in quei giorni si svolgeva una grande manifestazione sportiva.
Era il primo incontro di massa che un capo della Chiesa cattolica aveva con il mondo musulmano, dopo 14 secoli di pregiudizi, di conflitti, di “guerre sante”. Da una parte, le Crociate; dall’altra, i ripetuti tentativi di occupare l’Europa. Sì, certo, il Concilio Vaticano II aveva detto cose nuove anche nei riguardi della religione musulmana. Ma che parole usare in quel primo contatto ravvicinato? C’era il rischio di riaprire nuovamente gli archivi di una storia penosa. O, anche senza volerlo, di dire qualcosa che potesse offendere o quanto meno irritare chi ascoltava.
Wojtyla fece la scelta giusta, e più credibile. Si presentò per quello che era, e chiarì subito quali fossero le sue intenzioni. Senza furbizie, senza giri di parole, senza travestimenti. Si presentò come vescovo di Roma, e come credente in Dio di fronte a credenti in Dio, spiegando che era andato lì per parlare di Cristo. “Con molta semplicità, vorrei darvi qui la mia testimonianza di ciò che io credo”. Quella sincerità conquistò immediatamente l’immenso uditorio. I giovani ascoltavano attenti, affascinati. E lo si capiva da come applaudivano dopo i passi più importanti, quasi che avessero conosciuto in anticipo il testo del discorso."
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Allora, Papa Wojtyla nella sua lunga allocuzione sottolineò: "Il dialogo tra cristiani e musulmani oggi è più necessario che mai. Esso deriva dalla nostra fedeltà verso Dio e suppone che sappiamo riconoscere Dio con la fede e testimoniarlo con la parola e con l’azione in un mondo sempre più secolarizzato e, a volte, anche ateo. I giovani possono costruire un avvenire migliore se pongono anzitutto la loro fede in Dio e se si impegnano ad edificare questo nuovo mondo secondo il piano di Dio, con sapienza e fiducia. Dio è fonte di ogni gioia. Per questo dobbiamo testimoniare il nostro culto verso Dio, la nostra adorazione, la nostra preghiera di lode e di supplica. L’uomo non può vivere senza pregare, come non può vivere senza respirare. Dobbiamo testimoniare la nostra umile ricerca della sua volontà; è lui che deve ispirare il nostro impegno per un mondo più giusto e più unito. Le vie di Dio non sono sempre le nostre vie. Esse trascendono le nostre azioni, sempre incomplete, e le intenzioni del nostro cuore, sempre imperfette. Dio non può mai essere utilizzato per i nostri fini, perché egli è al di là di tutto. Questa testimonianza della fede, che è vitale per noi e che non potrebbe soffrire né infedeltà a Dio né indifferenza alla verità, si fa nel rispetto delle altre tradizioni religiose, perché ogni uomo attende di essere rispettato per quello che egli è, di fatto, e per quello che in coscienza egli crede. Noi desideriamo che tutti accedano alla pienezza della verità divina, ma non possono farlo se non con la libera adesione della loro coscienza, al riparo dalle costrizioni esterne che non sarebbero degne del libero omaggio della ragione e del cuore che caratterizza la dignità dell’uomo. È questo il vero senso della libertà religiosa, che rispetta sia Dio che l’uomo. È da tali adoratori che Dio attende il culto sincero, degli adoratori in spirito e in verità. (Testo completo)