giovedì 5 luglio 2018

Italia
La preghiera di Bari, capolavoro di Francesco
L’Eco di Bergamo
(Alberto Bobbio) Non era mai accaduto. Potrebbe sembrare un paradosso, sorprendente o incredibile. Eppure è così. I patriarchi delle Chiese cristiane del Medio Oriente non si sono mai incontrati per pregare insieme per la pace in una terra dove i conflitti sono ormai considerati “normali”. Per questo motivo ciò che accadrà sabato a Bari è un evento senza precedenti e segna un altro capolavoro di Jorge Mario Bergoglio.
Francesco è riuscito a mettere d’accordo i riottosi patriarchi cristiani d’Oriente, gelosissimi delle proprie Chiese, dei propri riti e delle proprie visioni geopolitiche almeno per una volta a pregare pubblicamente e a ragionare insieme, a porte chiuse nella cattedrale di San Nicola introdotti da uno “statement” affidato a padre Pierbattista Pizzaballa, amministratore apostolico dal Patriarcato latino di Gerusalemme.
C’è qualche rammarico  perché molti patriarchi hanno deciso di inviare solo propri rappresentanti. Ma ugualmente l’evento è storico, anche se difficilmente ci sarà una dichiarazione comune sui conflitti drammatici e intrecciati della Regione, perché troppe e contraddittorie sono le loro voci pubbliche. Ciò che conterà è l’immagine dell’insieme, l’unità dei cristiani sul lungomare pugliese chiara e visibile almeno per una volta, che premia lo sforzo di Francesco, assai impervio e complesso, perché i capi delle Chiese orientali sono sempre stati più orientati al dialogo con le altre religioni, rispetto al superamento dei settarismi e delle astiose estraneità coltivate con tenacia a casa loro. 
Fragilità, debolezze delle istituzioni ecclesiastiche, rapporti non sempre trasparenti con i leader alla guida dei governi, un uso spericolato del denaro delle collette mondiali, che ha provocato qui e là qualche bancarotta, dividono i cristiani. E c’è soprattutto  la tentazione di farsi proteggere o per lo meno tutelare dalle autorità politiche o militari di turno, meccanismo di difesa comunitaria che scatta automaticamente concepito come garanzia di sopravvivenza e già denunciato  dal cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato. 
La preghiera di Bari serve a sbaragliare interessi ed egemonie, anche se non sarà facile. La presenza dell’inviato del patriarca di Mosca, il metropolita Hilarion, ministro degli esteri di Kirill, uomo che si muove in perfetta sintonia con l’agenda mediorientale di Vladimir Putin, dimostra la volontà del Papa di procedere contromano rispetto a chi sogna solo un salvatore delle identità in pericolo, costringendo anche la Chiesa russa all’unità con tutti. Ma qui sta il punto. La preghiera unitaria di Bari può essere il primo segnale della resa dei conti circa l’eresia del filetismo nella sua versione moderna, assai diffusa in Medio Oriente, che ha inquinato l’idea stessa di “cristiani d’Oriente” nel momento i  cui i Patriarchi hanno autorizzato la fedeltà della religione ad una nazione, un leader, un’ etnia, pretendendo in cambio la protezione ad una minoranza identitaria, come è avvenuto in Siria. 
Finora una preghiera comune è risultata impossibile proprio per la scelta sciagurata delle Chiese cristiane d’Oriente di essere minoranze orgogliosamente divise e convinte di proteggersi con ripari di comodo dalla storia, spesso a scapito di altre comunità cristiane. Ma una pax mediorientale basata sul principio del “cuius regio eius religio”, con territori divisi per linee etniche e religiose, non porterà beneficio ai cristiani e non fermerà la diaspora. Il capolavoro di Bergoglio a Bari assomiglia ad una campanella che suona all’ultimo giro.