lunedì 2 luglio 2018

Francia
Un desiderio d’impegno continuamente rinviato
L'Osservatore Romano - donne, chiesa, mondo
(Marie-Lucile Kubacki) Marianne Durano è uno dei volti dell’ecologia integrale in Francia. A ventisei anni, la filosofa, madre di due figli, professoressa in un liceo, ha appena pubblicato il saggio Mon corps ne vous appartient pas, dove invita le donne a riappropriarsi del loro corpo di fronte a progressi tecnici e medici a volte troppo invadenti.
Per le giovani donne di oggi costruire un progetto di vita è più difficile di quanto lo è stato per le loro madri?

Per me il problema sta nel concetto stesso di “progetto di vita”, in quanto sottintende che la vita sia qualcosa da progettare in
base a un piano da realizzare, alla stessa stregua di un piano di produzione in un’impresa che risponde a un capitolato d’oneri. Se si concepisce il matrimonio come un progetto, vuol dire che s’immagina un modello di esistenza, di relazione, di concatenazione di eventi che, se non si svolgeranno come previsto, verranno vissuti come un fallimento. Ciò mi sembra in contraddizione con la nozione d’impegno. Quando ci si impegna, lo si fa verso e contro tutto, quali che siano gli imprevisti della vita, mentre il progetto risponde in primo luogo a una volontà di controllare tutto. Il matrimonio è l’opposto di un progetto di vita: ci si impegna ad amare il proprio marito o la propria moglie, quali che siano gli imprevisti della vita, nella buona e nella cattiva sorte, finché morte non ci separi. Se si concepisce la vita come un progetto, se ci si aspetta che tutte le condizioni si realizzino, non ci si impegna mai. Perché la vita manda sempre a monte tutti i nostri progetti.
Si parla sempre più spesso di “progetto di figlio” nella giovane generazione...
È vero, ed è questo il problema. Quando si mette al mondo un figlio, non si sa che cosa diventerà, si corre il rischio che soffra, che ci deluda o che lo si deluda… Concepire la genitorialità come un progetto è dunque condannarsi alla sofferenza e far gravare sul proprio figlio esigenze e aspettative che vanno al di là di ciò che ci si può aspettare da un essere umano, che non deve coincidere con il desiderio dei genitori.
Da dove viene questa fissazione contemporanea sulla nozione di progetto?
Da un calco forgiato sulla nozione di “progetto di carriera” derivante dal mondo imprenditoriale. La vita personale è diventata un aspetto che si cerca di adattare al meglio al piano di carriera. Le donne sono le grandi perdenti di questa rappresentazione, perché il ritmo delle carriere nella nostra società è opposto a quello del corpo femminile. Il picco della fecondità si situa a 23 anni. Ciò significa che più le donne aspettano ad avere un figlio, più diventa difficile. Ora, se si considera il ritmo di una carriera tipo, la norma oggi è di seguire lunghi studi, con un picco di produttività professionale tra i 25 e i 35 anni e una certa stabilità a 40. Lanciarsi in una carriera a 40 anni è più difficile: nella migliore delle ipotesi, si continua sulla linea di ciò che si è iniziato a tracciare; nella peggiore, ci si ritrova in una situazione di stallo. Perché le donne abbiano una reale libertà di scelta e superino il dilemma imposto da questa organizzazione anti-biologica del lavoro, occorre che ci siano più carriere femminili che possano iniziare a 40 anni. Ci sono due possibilità: o si adatta il mercato del lavoro alle donne o si adattano le donne al mercato del lavoro.
E da quale lato pende oggi la bilancia?
La tendenza è piuttosto di adattare le donne al mercato del lavoro. Generalmente le donne assumono un contraccettivo per posticipare la nascita del primo figlio a 35 anni, anche a costo di assumere, eventualmente, ormoni di sintesi per riuscire a procreare dopo i 40. Alcune grandi imprese propongono persino il congelamento degli ovociti.
Una delle difficoltà attuali per l’impegno sarebbe dunque legata all’estensione del campo del mercato alla sfera privata?
Sì. Prendiamo l’esempio del matrimonio. Ci sono due modi di concepire il matrimonio: come un contratto o come un’istituzione. L’istituzione consiste nel dire m’impegno a rispettare l’impegno preso qualunque sia lo sviluppo degli eventi. I termini del contratto sono definiti dalle parti in anticipo, con alcune condizioni. Se si considera il matrimonio come un contratto, significa che lo si può rescindere se il coniuge non è rimasto fedele all’immagine che si aveva di lui a 20 anni o se si viene separati dagli imprevisti della vita. Nella società contemporanea, il matrimonio tende più dal lato del contratto che da quello dell’istituzione. Tra l’altro, la nostra mitologia del matrimonio e della coppia è segnata dalle fiabe che finiscono generalmente con la formula “si sposarono ed ebbero molti figli”. Fine della storia, come se da quel momento in poi si attendesse solo la morte! Il matrimonio è visto come un punto finale, la conclusione della storia che lo precede, mentre è tutto l’opposto. Bisogna costruire una nuova mitologia.
Le giovani donne vivono questa difficoltà di conciliare il piano della carriera con la vita di madre come una lacerazione?
Non necessariamente. Ho 26 anni e molte mie amiche ancora rinviano l’idea di avere un figlio a un futuro molto lontano. Sono appena uscite dagli studi e dall’adolescenza, vivono in uno stato di permanente giovanilismo. La società consumistica ha tutto l’interesse a favorire questo tipo di atteggiamento, perché le giovani nubili producono e consumano più delle madri di famiglia dentro casa. Vivono dunque per anni nell’illusione di poter avere il controllo del loro orologio biologico. Questa illusione permette anche agli uomini di differire il momento dell’impegno, in quanto non solo la questione della fecondità non si pone per loro con lo stesso carattere d’urgenza che ha per le donne, ma i progressi tecnici forniscono loro anche un eccellente alibi per rimandare la costruzione di una coppia stabile.
Neppure la precarietà economica aiuta!
Prima di essere assunti a tempo indeterminato, i giovani accumulano stage poco o per nulla retribuiti, o contratti precari. Devono restare flessibili per potersi spostare facilmente, la ricerca del lavoro lo impone, il che porta a un certo nomadismo. A ciò si aggiunge che i bacini occupazionali si trovano attorno alle grandi città dove i prezzi immobiliari sono altissimi, il che costringe i giovani ad affittare appartamenti minuscoli dove è difficile immaginare di crescere figli. Inoltre, l’obbligo della flessibilità geografica va di pari passo con l’invito a una certa flessibilità sessuale che la logica di mercato ha tutto l’interesse d’incoraggiare. Sposarsi a 22 anni come ho fatto io è considerato un’anomalia, la morte del desiderio. Quando ho preso questa decisione, alcuni amici mi hanno chiesto: «Ma perché vuoi seppellirti così giovane? Goditi la vita, viaggia, fai esperienze, avrai il tempo di pensarci». Solo che dopo è troppo tardi. È brutale dire a una donna «attenzione, dopo sarà troppo tardi», ma è la verità del corpo femminile che la società oggi nasconde dietro l’illusione di cui ho parlato prima.
Le indagini sociali mostrano tuttavia che la famiglia continua a essere considerata una delle strutture fondamentali per i giovani.
Sì, è ancora un orizzonte attraente. Lo sfarfalleggiamento affettivo non costituisce l’ideale delle donne contemporanee, che vogliono sposarsi e avere figli, ma lo rinviano a più tardi. L’allungamento della speranza di vita influisce su questa visione delle cose, ma ciò significa dimenticare che, anche se si vive più a lungo, l’età limite della fecondità resta la stessa.
Oggi, sebbene le statistiche varino a seconda dei paesi, un numero crescente di coppie si separa dopo la nascita del primo o del secondo figlio: quali spiegazioni si possono dare a questa precarietà dell’impegno che si è preso?
Credo che questa fragilità sia legata alla separazione che è stata stabilita tra desiderio sessuale e desiderio di un figlio, e dunque tra amante e madre. Ciò porta a porre da un lato il sesso, il piacere, la seduzione e l’amore, e dall’altro la maternità, la riproduzione e la responsabilità. Il parto non è considerato come il prolungamento dell’atto sessuale, eppure si tratta degli stessi organi e della stessa donna. Questa dualità della donna, che è la sua grandezza, è diventata una schizofrenia. Il secondo fattore di fragilità del legame è la concezione romantica dell’amore impostasi dal XIX secolo. L’amore come passione, mistero e fuga. Ebbene, dopo un parto, bisogna accettare di non stare più nel campo della seduzione. Il terzo fattore è che le donne non vengono preparate a essere madri. I riti iniziatici delle società antiche giravano sempre attorno alla fecondità e alla genitorialità, alle prime mestruazioni, al primo rapporto sessuale e alla prima gravidanza. Non sono passatista, non penso che «era meglio prima», ma c’era comunque del buono nel fatto che tutta la società circondasse la giovane coppia per aiutarla ad accettare il suo ruolo genitoriale. Oggigiorno i primi riti sono il diploma, la patente e il primo impiego, riti che preparano l’individuo a essere un produttore e non un riproduttore. A questi tre fattori di fragilizzazione, occorre aggiungere il giovanilismo. Hegel scriveva: «La nascita dei figli è la morte dei genitori». Quando si mette al mondo un figlio, si cambia generazione, si passa dal lato di quanti procreano e sono destinati a farsi da parte per la generazione successiva. Una realtà tanto difficile da accettare nell’epoca del mito dell’eterna giovinezza.

L'Osservatore Romano, luglio 2018