sabato 19 maggio 2018

(a cura Redazione "Il sismografo")
Mons. Gonzalez - Card. Errázuriz
Il gruppo di lavoro offre al Pontefice una diagnosi autonoma “il più indipendente possibile nonché uno sguardo limpido sugli avvenimenti passati ma soprattutto sullo stato della situazione attuale”
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(Luis Badilla - ©copyright) Ormai è chiaro nonché pacifico che nella crisi della chiesa cilena, e nel trattamento della questione che il Papa ha portato avanti tra i giorni 15 e 17 scorsi con in 34 vescovi da lui convocati in Vaticano, il momento della svolta è la lettera di 10 cartelle con 27 note a piè di pagina che martedì scorso ha consegnato ai presuli dicendo: "per meditare e pregare". (Testo integrale in spagnolo).
Questo documento ha fatto saltare una sorta di insensato braccio di ferro che una parte dell'Episcopato, sotto la guida del cardinale Francisco Javier Errázuriz e del vescovo Opus Dei di San Bernardo, mons. Juan Ignacio González, auspicavano con piglio altezzoso e aggressivo come si è visto nelle diverse dichiarazioni dei due prelati alla stampa internazionale mentre erano a Roma.
La maggioranza dei vescovi cileni  sono arrivati in Vaticano così come si comportano in Cile da parecchi anni: divisi e organizzati in cordate, arroganti e gonfi di sentimenti di superiorità, convinti di essere più furbi di tutti, e soprattutto convinti che avrebbero avuto la meglio sul Papa trattato in pubblico con molta deferenza e rispetto, ma in privato definito come persona esagerata e melodrammatica, come qualcuno che usa questa vicenda ingigantendone la sua dimensione per occultare altre crisi del suo pontificato.
Ignoravano che il Papa e i suoi collaboratori si erano preparati a lungo e con metodo per questi incontri, consapevoli di avere a che fare con un passaggio singolare e pieno d’insidie. In questa preparazione ad un certo punto scatta l’idea vincente: tagliare i ponti con i vecchi metodi riguardo la circolazione delle informazioni e creare un proprio canale, autonomo, affidabile e indipendente.
Come lo stesso Papa Francesco ammette pubblicamente, ad un certo punto del percorso, lui prese la decisione di nominare, settimane fa, una speciale Commissione, sino a ieri sconosciuta, per fare le indagini e superare quel limite deleterio che in passato lo condannò a ricevere "informazioni non veritiere e non equilibrate".
Il Papa, nella Lettera del martedì 15  maggio, dopo alcune rilevanti considerazioni sul modo in cui si è comportato l’Episcopato cileno, aggiunge: "In questo ambito, sentendo il parere di diverse persone e dopo aver costatato la persistenza della ferita ho creato una commissione speciale affinché, con libertà di spirito, in un modo giuridico e tecnico, potesse offrire una diagnosi il più indipendente possibile nonché uno sguardo limpido sugli avvenimenti passati ma soprattutto sullo stato della situazione attuale".
Questo passaggio del documento è fondamentale per capire lo sviluppo degli avvenimenti a partire di mercoledì pomeriggio, giorno del secondo incontro dei vescovi cileni con il Papa, e soprattutto la fine dell’intero intenso e breve processo. L'agire preventivo del Santo Padre e dei suoi collaboratori ha permesso di smontare e neutralizzare anzitempo le nuove trappole che forse qualcuno immaginava di poter tendere ancora.
Su questa Commissione speciale non si sa nulla sia per quanto riguarda le persone che la integrano e nulla neanche sul come si sono fatte le indagini sia in Vaticano sia in Cile. E’ chiaro che il gruppo ha lavorato, e continua a lavorare, in contemporanea in un luogo e in un altro, raggiugendo risultati impensabili. Poche ore fa, l’arcivescovo di Santiago, cardinale Ricardo Ezzati, rientrando in Cile ha dichiarato: “Il Papa ci ha informato di cose che qui in Cile nessun di noi conosceva, né io né l’Episcopato. Ci ha fornito in alcuni casi informazioni per noi completamente nuove”.