mercoledì 30 maggio 2018

Vaticano
Lezione di vita. Nel ventennale della morte del cardinale Eduardo Francisco Pironio
L'Osservatore Romano
Giornata commemorativa. Nel ventesimo anniversario della morte del cardinale Eduardo Francisco Pironio, l’ambasciata argentina presso la Santa Sede ha organizzato il 30 maggio una giornata commemorativa del servo di Dio a palazzo San Calisto. Pubblichiamo stralci della relazione del vescovo segretario generale del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano, che ha tenuto il primo degli interventi dedicati alla vita e all’attualità del cardinale Pironio.
Lezione di vita
di FERNANDO VÉRGEZ ALZAGA

Non posso dimenticare la serenità e la pace con cui il cardinale Pironio ricevette la notizia della sua malattia. Il momento in cui i dottori della clinica Toniolo di Bologna gli comunicarono la diagnosi, confermata dalla biopsia, di un tumore maligno, è ancora oggi presente nella mia mente. Tutto ciò accadde il 10 febbraio del 1984, intorno alle due del pomeriggio. Il cardinale ricevette la notizia con tranquillità e serenità. Ringraziò i dottori per la chiarezza e la precisione con cui gli avevano comunicato la diagnosi e disse loro che, dopo Dio, si affidava alle loro mani. Una volta che i dottori si ritirarono dalla sua camera, il cardinale mi diede un forte abbraccio e mi disse: «Quale gioia, quando mi dissero: “Andremo alla casa del Signore”. E ora i miei piedi si fermano alle tue porte, Gerusalemme!», e dopo aggiunse: «Offro la mia vita per la Chiesa, per il Santo Padre e per la vita religiosa». Era, allora, prefetto della Congregazione per i religiosi e gli istituti secolari. Davanti alle mie proteste che quel tipo di tumore avrebbe potuto essere controllato, aggiunse: «Fernando, la guida è già a bordo».
L’esperienza di quasi due mesi in un ospedale degli Stati Uniti d’America per la radioterapia alla quale si dovette sottomettere, fu molto dura per il cardinale, soprattutto da un punto di vista spirituale. Scriveva in quei giorni: «Qui sto nelle mani del Padre e nel cuore di Maria. Prego molto, riposo, mi abbandono. Non so se questo mi curerà il corpo ma sì l’anima. Le lunghe ore quotidiane nell’ospedale, vedendo miserie corporali più dure della mia, mi fanno moltissimo bene. È l’esperienza che mi mancava. Che facile è parlare della croce!». In queste sue parole possiamo vedere come il cardinale accettò la sua malattia, con un profondo senso di fede e di fiducia nel Signore. Non in forma passiva: lottò contro la malattia.
Per undici anni convisse col tumore. Durante questi anni non risparmiò né forze né impegno nell’esercizio del suo ministero di animazione dei fedeli laici e di servizio alla sede apostolica. Nel 1995 gli studi medici dimostrarono che il tumore progrediva con metastasi anche nelle ossa. I dolori ricominciarono e la situazione si fece sempre più delicata. I dottori tentarono anche nuove terapie, ma il male avanzava e con lui tutte le sue conseguenze.
Fin dall’inizio del 1997 il cardinale cominciò a intravedere con chiarezza che l’ingresso alla casa del Padre si avvicinava. Un giorno, quando i dolori erano molto forti e intensi e cominciava a non poter camminare, mi chiamò in disparte e mi chiese tre cose: di non occultargli nulla della sua malattia, di non permettere che l’ospedalizzassero per fare esperimenti con lui o per allungargli artificialmente la vita ed infine che, se non fosse stato strettamente necessario, non permettessi mai che gli somministrassero morfina, dicendomi chiaramente: «voglio essere cosciente della croce del Signore e poter offrirla fino all’ultimo momento».
Il fatto di non poter assistere alla giornata mondiale dei giovani a Parigi fu per lui una nuova croce. Era stato invitato, ma la malattia non gli permise di partecipare. La seguì con molto interesse. Era la prima giornata alla quale non assisteva. Ma fu anche una grande gioia per lui quando il Santo Padre nell’omelia della messa di chiusura della giornata lo ricordò e lo ringraziò per quanto aveva fatto per le giornate mondiali dei giovani. Nel mese di novembre la malattia si scatenò e fu cosciente ormai che il suo tempo in vita era sempre più breve. Riuscì comunque a partecipare al Sinodo per l’America. Con grande serenità iniziò a manifestarmi le sue volontà, affinché sapessi agire quando fosse arrivato il momento. Le ultime frasi di questo testamento sono: «Voglio partire al Padre col cuore sereno, grato e felice. Fiat e Magnificat. Vado dal Padre. Benedico tutti col mio affetto di padre, fratello ed amico».
Durante questo periodo molte persone gli parlavano telefonicamente o venivano a fargli visita. In molti volevano ringraziare il pastore, l’amico, il fratello, il compagno di cammino, l’uomo la cui sola presenza parlava loro di Dio. Il mese di dicembre fu segnato in particolar modo dalla croce del “no”. La malattia l’obbligò a cancellare impegni ministeriali già presi o a non poterne accettare di nuovi. In questo modo continuava a crescere più intensamente l’abbandono nelle mani di Dio. Egli scriveva: «Ora il Signore mi chiede il ministero della preghiera e del silenzio, il ministero dell’offerta. Più difficile, ma anche più fecondo». E anche: «Il modo di pregare ora per me è soffrire in silenzio e offrire. L’ho tutto offerto: per la Chiesa, i sacerdoti, la vita consacrata, i laici, il Papa, la redenzione del mondo».
Alla fine del gennaio 1998 subì la rottura patologica del braccio sinistro. Il tumore aveva tarlato l’osso omerale. Gli immobilizzarono il braccio, ma il dolore era fortissimo. Ricordo che in macchina, andando in clinica, mi disse: “Fernando, a cane magro non gli mancano le pulci” e dopo un momento di silenzio aggiunse: “Se il Signore l’ha voluto così, la Vergine è contenta. Sia benedetta la Sua volontà”. Da questo momento, malgrado i dolori fossero forti, mai più lo sentii lamentarsi, o domandarsi il perché Dio permetteva questo. Si affidò totalmente alle mani del Signore. Era evidente che aveva la certezza che il suo incontro col Padre era già molto vicino.
Il 2 febbraio mi chiese l’unzione degli ammalati. Sembrava che la morte potesse arrivare da un momento all’altro. Salutò ognuno dei presenti e a ognuno rivolgeva una parola, ci ringraziava e ci chiedeva perdono per tutto. Mi disse: “Di qualunque cosa tu abbia bisogno, chiedimela in cielo”. Tutto avveniva con una grande serenità e pace. Sembrava che pregustasse già il faccia a faccia con Dio. Era la certezza che nasceva dalla sua virtù della speranza.
Tutti eravamo in preghiera vicino a lui, quando ricevette una telefonata dal Santo Padre. Con voce molto sicura gli disse: «Santo Padre, sto andando in cielo. Da lì continuerò a pregare per lei e ad aiutarLo nel Suo servizio alla Chiesa. Le rinnovo la mia completa disponibilità».
Il 4 febbraio, verso mezzogiorno, invocò nuovamente la Vergine della luce e della speranza. Il Padre Carlos, oggi vescovo di Chascomus, gli suggerì di pregare l’Ave Maria e finendo si fermò nell’ultima frase: “ora e nell’ora della nostra morte!”. La ripeté per tre volte e concluse: “Amen, Amen, Amen!”. Dopo, dirigendosi a noi che eravamo lì, disse: “Grazie, addio, addio! Vi aspetto in cielo. Vi dò la mia ultima benedizione”, e in un momento di silenzio il suo sguardo si diresse all’immagine della Vergine di Luján, il suo viso si illuminò ed esclamò: “Maria!, Maria!, Madre!, Madre!”. E da questo momento non parlò più, passando a una respirazione sempre più profonda e debole, ma senza perdere conoscenza.
Passò più o meno quella notte tranquillo, ma si notava che aveva forti dolori. Noi continuavamo a stare là in silenzio e a pregare. Poco prima di mezzogiorno, vedendo che il suo stato peggiorava, insieme a tutti i sacerdoti presenti abbiamo concelebrato l’Eucaristia di fronte al suo letto. La concelebrazione è stata presieduta da monsignor Karlic, arcivescovo di Paraná e presidente della Conferenza episcopale argentina.
Finita la santa messa abbiamo pregato per la raccomandazione dell’anima e il rosario, diretto dallo stesso monsignor Karlic. Nel mentre la sua respirazione diveniva sempre più flebile. Al termine del rosario e nel momento stesso in cui concludevamo la preghiera del Salve Regina, il cardinale consegnò la sua anima a Dio. Era l’una del pomeriggio del 5 febbraio 1998, il primo giovedì del mese.
Finisco con le parole che scrisse di lui frère Roger di Taizé: «Con il dono della sua vita, il cardinale rifletteva l’immagine di una Chiesa che nei piccoli dettagli si rende accogliente, vicina alla sofferenza degli uomini, presente nella storia e attenta ai più poveri. Era cosciente di questa grande verità di fede: quanto più ci avviciniamo alla gioia e alle semplicità evangeliche, tanto più riusciamo a trasmettere le certezze che ci vengono dalla fede... Pironio, uomo di Dio, irradiava la santità di Dio nella Chiesa».

L'Osservatore Romano, 30-31 maggio 2018