venerdì 11 maggio 2018

(a cura Redazione "Il sismografo")
(Intervista a cura di Francesco Gagliano) Nella presentazione dei 5 volumi che hai curato sui 50 anni di pastorale della mobilità in Italia e 30 anni della Fondazione Migrantes hai voluto sottolineare il «legame profondo tra "memoria e attualità". La tua indagine ti ha permesso di capire meglio l’'odierna gestione del fenomeno migratorio, soprattutto in Europa?
L'approccio alle migrazioni oggi più comune si basa su due errori di fondo: che la mobilità sia un evento esclusivamente emergenziale e che l'accoglienza dei migranti possa considerarsi assolta con il soddisfacimento dei loro bisogni primari e materiali - cibo, alloggio, lavoro, cure mediche.
La storia umana, secoli di magistero della Chiesa e cinquant'anni di pastorale della mobilità in Italia, invece, insegnano non soltanto che le migrazioni sono un fatto strutturale, ma soprattutto che anche nel campo della mobilità è necessario considerare la persona nella sua integralità - corpo, mente, affettività, spiritualità. Per questo la cura integrale della persona, tanto più se migrante, richiede orizzonti a lungo termine e un impegno sul piano pastorale.
L’'accoglienza è un aspetto essenziale del Vangelo. Senza accoglienza non c'’è Vangelo. Oggi questo non è di facile comprensione; cosa può insegnare la storia delle migrazioni per una pedagogia dell’'accoglienza?
Proprio in considerazione del legame fra Parola, accoglienza e pastorale, nulla più di quanto possa insegnare il Vangelo. A questo proposito, mi vengono alla mente due citazioni: "Ero straniero e mi avete accolto" (Mt 25,35) e "Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti" (Lc 16,31). Durante il suo intervento alla presentazione della mia ricerca, mons. Galantino ha invitato a dire più spesso che ciò che facciamo per i migranti lo facciamo perché siamo credenti, al di là di molte considerazioni di politica, di opportunità o di strategia. Anche questo è un insegnamento che proviene dalla storia della pastorale della mobilità.
’Italia è da pochi anni terra di arrivi ma per molti decenni è stata, ed è tuttora, luogo di partenza. Nel tuo lavoro indaghi un aspetto poco conosciuto: l’assistenza data dalla Chiesa ai migranti, a coloro che abbandonavano la loro casa d’origine nella speranza di trovare fortuna all'’estero. Puoi riassumere due o tre caratteristiche di questo impegno pastorale?
Con modi e tempi differenti emigrazione ed immigrazione fanno parte da decenni, ma potremmo dire da secoli, della storia del nostro Paese. Rispetto a queste dinamiche, due impegni della Fondazione Migrantes fra i molti possibili: la cura pastorale degli emigrati italiani - ancora oggi - attraverso l'invio di sacerdoti nelle nostre comunità all'estero e un investimento pastorale simile con i cappellani etnici per le comunità cattoliche di origine straniera presenti in Italia. In entrambi i casi si tratta di un arricchimento reciproco fra comunità autoctona e nuovi membri della Chiesa locale.