martedì 22 maggio 2018

Cile
(a cura Redazione "Il sismografo")
 
Una solida e convicente risposta nelle parole del Presidente della Conferenza Episcopale del Cile mons. Santiago Silva. Undici riflessioni.
(Luis Badilla - ©copyright) Da venerdì mattina in alcuni ambienti, spesso cattolici e anche tra esperti di cose vaticane, circola un'idea, un'impressione, un giudizio che si può riassumere così: quando, giovedì scorso, dei 31 vescovi cileni in carica riuniti con il Papa per la quarta volta, 29 presentarono le loro rinunce con una lettera personale indirizzata a Francesco, nel fondo hanno voluto schiaffeggiare il Santo Padre, auto-liberandosi di ogni responsabilità per quanto riguarda la crisi-declino della chiesa del Cile. Secondo quest’analisi dunque, da un lato i presuli cileni si sarebbero tirati fuori dal problema, con furbizia e spregiudicatezza, e dall’altro avrebbero scaricato sul Pontefice l’intera responsabilità dell'odierna difficilissima situazione della chiesa locale (almeno d’ora in poi).
A nostro avviso si tratta di un’opinione superficiale e affrettata che ignora molti momenti decisivi e delicati di questa crisi; “crisi occulta” fino al 18 gennaio scorso quando Papa Francesco, avventurandosi senza buoni argomenti e corretta informazione nella difesa ad oltranza del vescovo Juan Barros, involontariamente, fece scoppiare definitivamente, in modo irreversibile, anche se in molti lavoravano da diversi anni per mantenere chiuso come un sarcofago questo vaso di Pandora che tra l’altro, sulla scia del Cile, potrebbe essere scoperchiato in altre chiese dell’America Latina e forse presto.
Perché affermare che i vescovi cileni hanno voluto schiaffeggiare il Papa è sbagliato e non corrisponde al vero?
Anzitutto si deve tenere conto che non è mai esistita una “rinuncia collettiva”. Non è vero che al Papa sia stata presentata la rinuncia della “Conferenza episcopale del Cile”. Non corrisponde al vero anche perché non avrebbe nessun fondamento giuridico. Al Papa, dei 34 vescovi cileni presenti, hanno consegnato una lettera con le dimissioni "personali" 29 di loro. Due hanno espresso il loro accordo ma hanno ricordato che dovevano regolare la propria situazione con modalità speciali: uno con le Forze Armate del Cile (Vescovo castrense, mons. Santiago Silva, Presidente dell’Episcopato) e l’altro con Propaganda Fides, essendo Vescovo Vicario apostolico (mons. Luis Ifanti, Aysén). Tra i tre emeriti presenti, uno, mons. Juan Luis Ysern, ha voluto presentare anche lui una lettera di rinuncia, per solidarietà con i suoi confratelli e per condividere il gesto di sottomissione al Papa.
Da quanto si è potuto sapere, e anche da quanto hanno dichiarato alcuni vescovi, le lettere personali, ovviamente non pubbliche, sono tutte documenti in cui ogni singolo vescovo riconosce l’autorità del Papa, accetta le critiche e mette a disposizione del Pontefice il suo mandato diocesano affinché il Papa si senta pienamente libero di prendere tutte le decisioni che ritiene necessarie, urgenti e prioritarie.
In questo gesto di ciascuno vescovo non sembra che ci sia nessuna furbizia o spregiudicatezza perché le lettere, a giudizio di vescovi cileni ben informati, sono  tutte trasparenti e precise tranne qualcuna in cui l’interessato prova a dimostrare di non avere nulla a che fare con quanto è accaduto.
Un vescovo piuttosto conservatore e legato alla cordata Sodano-Errázuriz, mons. Felipe Bacarreza Rodriguez, vescovo de Los Angeles, ieri ha dichiarato: "Andare dal Santo Padre senza mettere a disposizione della sua volontà i nostri mandati diocesani sarebbe stato inutile". Si tratta di una buona sintesi dello spirito e significato della decisione dei presuli cileni che alcuni leggono in modo polemico nei confronti di Francesco.
Infine, proprio poche ore fa, il vescovo delle Forze Armate, mons, Santiago Silva, Presidente dell'Episcopato, ha pubblicato una Nota editoriale dove si chiariscono definitivamente tutti i passaggi.
Ecco gli stralci più importanti: 
1 - Siamo tornati in Cile dopo quattro fruttuosi incontri con Papa Francesco. Se qualcosa si è chiarito in noi, frutto di conversazioni sincere, è che la vita dei vescovi e dei sacerdoti non sempre scorre attraverso i sentieri del Vangelo. Ci allontaniamo da questi sentieri a causa dei nostri errori e, cosa più grave ancora, anche per via di reati come l'abuso su minorenni.
2 - Ancora una volta chiediamo perdono, pregando insistentemente che i crimini vengano denunciati ai tribunali. La Chiesa non è un luogo per delinquere! A noi, al tempo stesso, ci è rimasto chiaro che sono molte le vite di credenti che danno testimonianza del Vangelo e per loro Cristo è il seme della nuova umanità.
3 - Indubbiamente saranno i valori evangelici ed ecclesiali quelli che ci permetteranno il desiderato e urgente rinnovamento. Ma dobbiamo mettere Cristo al centro e a partire da Lui  il servizio generoso alle persone, in particolare ai più vulnerabili e ai poveri.
4 - In questo momento, il più importante dei valori è la riparazione alle vittime nella giustizia e nella misericordia. Confesso che tutti i vescovi viviamo con il Papa il forte impatto del danno causato alle vittime, cosa non facile da sanare.
5 - Quando parliamo di "vergogna", lo facciamo con sincerità, perché la Chiesa non è stata costituita da Gesù per generare danni e perdipiù danni di tale portata. Capisco che molti non diano credito al perdono che chiediamo e al dolore che esprimiamo. Non recupereremo la fiducia da un giorno all'altro. Dobbiamo dimostrarlo con azioni riparatrici concrete.
6 - Per noi è imprescindibile conoscere a fondo ciò che nel rapporto del vescovo Scicluna fa riferimento a documenti smarriti, alla superficiale qualifica delle accuse, al ritardo nelle indagini, e cioè, tutti gli errori commessi in materia di abusi. Con l'incarnazione di Gesù sappiamo "che solo ciò che è stato assunto è redento". Ma per assumere, devi conoscere la realtà e accettarla con umiltà.
7 - La speranza ci aiuterà a non ruminare la desolazione, ma a generare uno sforzo continuo per rendere tutto nuovo. Assumere la realtà con speranza ci permetterà di fare i pastori a partire dalle nostre debolezze e povertà, non a partire dal potere e dall'elitarismo. In questo modo possiamo costruire legami che animati dal Vangelo costruiscono una nuova cultura dell'essere Chiesa.
8 - A che servono le buone intenzioni se tutto rimane uguale? In virtù del valore della conversione personale e pastorale, centrale nella predicazione di Gesù, spetta a tutti noi, in particolare ai vescovi, incoraggiare un intenso e vasto progetto di rinnovamento ecclesiale. E dobbiamo iniziare con il dialogo.
9 - La Chiesa non è costruita da gruppi di élite, perché è "il popolo di Dio santo, fedele e sofferente" nell'espressione del Papa. L'intero popolo di Dio quindi ha qualcosa da dire sugli abusi dei minori, sul potere e sulla coscienza, e sulla missione alla quale lo Spirito ci chiama come Chiesa in questa cultura postmoderna.
10 - È tempo di generare un dialogo dove nessuno si sente escluso. Tutti abbiamo bisogno l'uno dell'altro in questa "nuova Pentecoste" che speriamo di vivere. E spero che questo dialogo non sia solo intra-ecclesiale e, naturalmente, che non rimanga solo nelle buone intenzioni, ma che in realtà generi un processo di rinnovamento, cercando l'impegno di tutti. Solo come popolo di Dio che ascoltiamo insieme possiamo discernere ciò che lo Spirito dice alla Chiesa.
11 - Affinché questo rinnovamento ecclesiale diventi una realtà, abbiamo posto le nostre cariche pastorali nelle mani del Papa con totale disponibilità. Non si tratta di fuggire, ma di collaborare.