lunedì 30 aprile 2018

(Istvan Csaszar, Vicario generale della diocesi di Szombathely) Nell’Ungheria degli anni Cinquanta, agli occhi del regime comunista un prete che con semplicità e disponibilità conquistava il cuore della gente, e soprattutto quello dei giovani, non era ammissibile. Fu questa la causa del martirio di János Brenner, il sacerdote che viene beatificato martedì 1° maggio nella sua città natale, Szombathely, dal cardinale Angelo Amato, prefetto della Congregazione delle cause dei santi, in rappresentanza del Papa.
János Brenner nacque il 27 dicembre 1931 in una famiglia profondamente radicata nella fede e particolarmente legata al culto della Vergine Maria. Il padre partecipava tutti i giorni alla messa e si confessava il primo venerdì di ogni mese meditando sulle sofferenze di Gesù Cristo. Anche la madre gli diede il buon esempio con una vita devota e un carattere paziente e mite. Aveva una parola buona e gentile per tutti e aiutava il prossimo nonostante la famiglia vivesse in ristrettezze nel difficile periodo seguito alla seconda guerra mondiale. E pure nel più crudele periodo dell’era staliniana il padre di János accolse con gioia la vocazione sacerdotale dei suoi tre figli.
János cominciò gli studi nella scuola elementare episcopale di Szombathely. In quegli anni venne organizzato uno spettacolino teatrale ispirato alla storia di san Tarcisio, patrono dei chierichetti. E “Giovannino” Brenner recitò con profonda immedesimazione proprio il ruolo dell’adolescente martire per l’Eucaristia. Nemmeno vent’anni dopo si sarebbe trovato lui stesso protagonista di una vicenda simile.
A Zirc concluse gli studi liceali e successivamente, il 19 agosto 1950, cominciò il noviziato. Prese il nome monacale di Anasztáz, distinguendosi per equilibrio, schiettezza ed entusiasmo. In seguito allo scioglimento forzato degli ordini conventuali, divenne studente civile presso l’accademia di teologia di Budapest, mentre sotto la direzione di un padre spirituale terminò clandestinamente l’anno di noviziato pronunciando sempre in clandestinità anche i voti semplici. Tuttavia non poté rinnovarli. In seguito richiese l’ammissione fra i seminaristi della diocesi di Szombathely. Ma dopo gli ordini conventuali erano stati sciolti anche la maggior parte dei seminari, e fra essi anche quello di Szombathely.
Così a partire dal settembre 1952 si preparò al sacerdozio nel seminario di Győr con i suoi due fratelli: il maggiore László era al quinto anno, lui al terzo, il minore József al primo. Uno dei compagni di studi lo descriveva così: «János era tutto sorrisi, serenità e buona volontà. Nessuno poteva andare da lui con un problema, una richiesta senza che non ci aiutasse subito con tutto il cuore e l’anima. È impossibile cancellare dai nostri ricordi il suo volto sorridente, il suo sguardo, l’amore che si sprigionava da lui. I decenni non hanno fatto sbiadire questo ricordo».
Brenner venne ordinato prete il 19 giugno 1955 nella cattedrale di Szombathely. Come motto scelse «Tutto concorre al bene di coloro che amano Dio» (Romani, 8, 28). Fu destinato alla diocesi di Szentgotthárd-Rábakethelyre come vicario parrocchiale. Qui mostrò subito la sua disponibilità al sacrificio per i fedeli, soprattutto per i bambini e per i giovani. Rispettava e amava la gente e non faceva distinzioni fra le persone. Per tutti aveva una buona parola: dal soldato al maestro, fino all’umile zingaro. Nelle persone vedeva Gesù e pertanto si avvicinava a tutti con grande semplicità e umiltà.
Un fedele lo ricorda così: «Aveva una certa aura che non si può descrivere a parole. La gente gli voleva bene e si impegnava ad andare dove c’era lui, ad ascoltare le sue parole. Fu questa la sua colpa principale agli occhi dei comunisti: era amato dai giovani e dai vecchi. Avvicinò alla fede e alla Chiesa tantissime persone. Quell’eterno sorriso sul suo volto...».
In apparenza don János non portò a termine grandi cose eppure nel suo breve servizio sacerdotale — in tutto due anni e mezzo — i fedeli lo amarono molto. Vedevano in lui il prete veramente impegnato e dedito alla preghiera. Una persona che viveva e svolgeva il proprio ministero sempre con sincera vocazione. Era consapevole del fatto che a quei tempi l’esercizio della missione sacerdotale era un compito che lo avrebbe messo maggiormente alla prova rispetto a quando avevano disgregato gli ordini conventuali. Il regime comunista non gradiva che i sacerdoti si occupassero di giovani. Ed era proprio questo uno dei “reati” imputati a don János, visto che la sua parrocchia rappresentava per la gioventù una seconda casa.
Fu così che l’ufficio statale per gli affari ecclesiastici, cercò di farlo trasferire. Ma Brenner rispose con poche parole: «Non ho paura, resto qui volentieri». Il vescovo allora decise di non mandarlo via. E il delegato dell’ufficio statale reagì con le seguenti parole: «Bene. Allora stiano a vedere le conseguenze!». E così una tarda sera d’autunno, mentre tornava a casa alcuni sconosciuti gli gettarono sulla strada dei ceppi d’albero da un ripido pendìo, ma egli con un’abile manovra riuscì a scansarli. Nonostante l’accaduto non si spaventò e, anzi, ne parlava scherzandoci sopra.
Ma non finì lì. Intorno alla mezzanotte del 14 dicembre 1957 un giovanotto bussò in parrocchia e raccontò che un suo zio era agonizzante e che bisognava amministrargli l’estrema unzione. Subito Brenner indossò il camice e la stola e ripose l’olio degli infermi e l’Eucaristia in una bustina che appese al collo. Si avviò, quindi, verso l’indirizzo che gli era stato dato. Fu aggredito una prima volta a circa duecento metri dalla chiesa, ma grazie al fisico sportivo riuscì a fuggire. Però un altro gruppo di aggressori lo stava aspettando presso la casa del presunto ammalato e fu lì che venne portato a termine il piano omicida. Venne ucciso in modo bestiale, con trentadue coltellate. Non poté salvare la propria vita ma riuscì a proteggere dal sacrilegio quell’Eucaristia che, come Tarcisio, portava al collo.
I devoti di padre János hanno custodito la storia di questo prete martire e oggi sono tanti quelli che hanno la possibilità di conoscerlo. Il suo culto è esploso con la fine di una proibizione durata diversi decenni e si rafforza sempre di più. Quanti lo hanno conosciuto o hanno sentito parlare di lui sono sicuri che è stato un martire.
L'Osservatore Romano, 30 aprile -1° maggio 2018.