lunedì 12 marzo 2018

L'Osservatore Romano
(3) Poveri
JOSÉ BELTRÁN
L'interno della Sistina. Ovazione. Lo spoglio dei voti è finito. Non si può tornare indietro. Primo piano. Il volto sereno di Bergoglio, meditativo. Accanto a lui Hummes. Un abbraccio. Gli dice qualcosa all’orecchio. Primissimo piano. «Non ti dimenticare dei poveri». Un sussurro del brasiliano. Dio, a voce bassa. Brezza dello Spirito che si fa eco nella testa dell’argentino, «i poveri, i poveri». Subito un’altra parola nasce dal cuore. Nasce Francesco. Un altro “poverello”. Quelli che non contano per la società, i condannati a vivere senza nome, danno nome al nuovo pontificato. E senso. Minuto zero. «Sogno una Chiesa povera e per i poveri». Il programma del vescovo di Roma per tutti i cattolici. Sogno, non fantasticheria.
Tabella di marcia che lui stesso stabilisce con il suo passo, con sandali consumati da pescatore che lo portano a Lampedusa come prima destinazione. I rifugiati che il mare inghiotte, spinti nell’abisso dai potenti. Poveri tra i poveri. La valigia papale da allora viaggia tra i sobborghi del mondo. Da una bambina vittima della tratta nelle Filippine alle madri detenute in Colombia. Per lavare i piedi a un migrante musulmano e per tendere la mano agli oltraggiati rohingya. «Prendendo un bambino, lo mise in mezzo a loro e lo abbracciò». Dalla periferia al centro. Francesco abbraccia la povertà come stile di vita. Una provocazione. Perché la povertà ha un cattivo odore, non è fotogenica e comporta solo problemi. Lo sa bene il pastore che ha percorso in lungo e in largo le villas di Buenos Aires, che ha voluto complicarsi la vita con i cartoneros, con i bambini dipendenti dal paco e con le madri sole. E come Papa ha complicato la vita a più di una persona che preferiva guardare da lontano quella realtà. O al massimo toccarla con guanti sterilizzati.
Francesco ha fatto scendere la Chiesa dall’automobile ufficiale della falsa compassione per sporcarsi di fango. Non si è perso in discorsi da salotto, ogni giorno pronuncia a Santa Marta l’omelia dell’austerità, dell’umiltà e della semplicità che nasce dalla stalla di Betlemme.
Perché abbracciare la povertà per lui non è un postulato etico né mero assistenzialismo. È il Vangelo, scoprire il volto di Gesù nello sguardo dell’indigente che penetra dentro. È commuoversi fino alle viscere come il padre del figliol prodigo, per ribellarsi contro le situazioni d’ingiustizia che hanno portato a creare ghetti in tutti i popoli. La premessa bergogliana: sono io privilegiato a essere in debito con il povero e non il contrario. Perciò questo è un papato scomodo. Per il primo Papa latinoamericano abbracciare la povertà è denunciarne le cause e combatterle. Indignazione di fronte alla disuguaglianza. Gridare per porre fine a un’economia che scarta e uccide di fame, contro una guerra a puntate che crea nuove sacche di miseria, contro un’opinione pubblica che rende invisibile chi dorme davanti a una banca o chiede l’elemosina all’ingresso di un supermercato. I poveri, in primo piano per Francesco. Dal minuto zero. A oggi.
(4) Periferie
LUCETTA SCARAFFIA
Il Papa venuto dalla fine del mondo ha portato subito a Roma, in Vaticano, la periferia attraverso i suoi occhi. Il punto di vista dal quale ha guardato al ruolo che doveva assumere, al modo di vivere previsto per un Papa, era così nuovo che ne ha subito colto il rischio di distacco dalla vita vera, dai rapporti con gli altri esseri umani, soprattutto da quei rapporti imprevisti dai quali — lui lo sapeva bene — potevano venire ispirazione e forza.
Guardare il mondo dal punto di vista delle periferie ha ispirato ogni gesto e ogni decisione del suo pontificato: sin dal primo viaggio a Lampedusa, isola sperduta nel Mediterraneo, il cui interesse ai suoi occhi era quello di essere punto di arrivo di migliaia di migranti, periferia che accoglieva coloro che fuggivano dalle periferie disastrate del mondo. Poi sono venuti i viaggi al confine fra Messico e Stati Uniti, altro luogo dove si consuma la tragedia delle migrazioni, e nelle zone più devastate del pianeta — come le bidonville delle città latinoamericane dove si prepara e distribuisce la droga poi venduta nei paesi ricchi — sempre alla ricerca delle parole giuste per scuotere un mondo ricco che non vuole sentire parlare dei poveri.
Papa Francesco sa bene che dalle periferie viene il male, e quindi può venire il bene, per il mondo. In questa ottica, rivoluzionando le tradizioni curiali, ha creato molti cardinali che operano in luoghi periferici e considerati di poco conto, per far capire ancora una volta che guardare alle periferie significava rovesciare il tavolo e rinnovare sul serio.
Due sono gli atti più forti che ha compiuto: l’enciclica Laudato si’, che ha ribaltato completamente il punto di vista dal quale si guarda l’inquinamento, buttando davanti agli occhi del mondo — abituato alle lamentele per lo smog delle grandi città — il prezzo enorme e ingiusto che pagano coloro che vivono nei paesi poveri a uno sviluppo che non tiene conto delle esigenze degli esseri umani e della natura, ma solo del guadagno.
E poi l’apertura del giubileo della misericordia a Bangui: quando Francesco ha aperto la porta di quella povera cattedrale, in mezzo a una popolazione dilaniata dalla guerra, tutto il mondo ha capito che l’era della Chiesa trionfale che mostra la sua bellezza e la sua opulenza da San Pietro veniva superata. Era la Chiesa stessa che chiedeva misericordia per le periferie spesso dimenticate.
Ma c’è un’altra periferia ancora da salvare, proprio nel cuore della Chiesa: le donne, religiose e laiche, che hanno tanto da dire, tanto da dare, e non sono ascoltate.
(5) Diavolo
ENZO BIANCHI
«I diavolo c’è anche nel XXI secolo e noi dobbiamo imparare dal Vangelo come lottare contro di lui». In questa frase dell’omelia a Santa Marta dell’11 aprile 2014 è condensato il pensiero di Papa Francesco non tanto sull’esistenza del diavolo, quanto — ben più in profondità — su come il cristiano deve affrontare questa presenza che, pur privata di immagini e personificazioni stereotipate, non cessa di incidere sul vissuto quotidiano di ciascuno.
A Francesco non interessa tanto descrivere il demonio, il “divisore” che tenta incessantemente di separarci da Dio e di contrapporci gli uni gli altri. Al Papa sta soprattutto a cuore che il cristiano sappia lottare giorno dopo giorno contro i demoni, usando come arma il Vangelo, la buona notizia del Dio che si è fatto uomo per curare i malati, salvare chi era perduto, riconciliare a sé ogni creatura.
E le armi del Vangelo che è Gesù Cristo si affinano con il discernimento — dei pensieri, delle parole, delle azioni e delle omissioni — che porta a riconoscere ciò che viene da Dio e ciò che viene dal maligno. Un discernimento che sa cogliere come prende corpo in noi (come singoli e come comunità ecclesiale) la tentazione da parte del demonio, che «ha tre caratteristiche, cresce, contagia e si giustifica» precisa il Papa. Sì, il tentatore come virus si insinua astutamente, mostrandosi dapprima di lieve entità, poi trasmettendo attorno a sé il proprio contagio, fino ad apparire una condizione tutto sommato giustificabile.
La lotta allora deve avvenire con la spada della parola di Dio (cfr. Ebrei 4, 12) che penetra e opera una “divisione” contrapposta a quella del demonio, ispirando una presa di posizione che ricolloca il cristiano alla sequela del Signore, ne raddrizza il cammino, lo guida a conversione. È l’assiduità con la parola di Dio che impedisce alla tentazione di crescere e mettere radici, che ne ferma il contagio e ne annienta le giustificazioni. Nel contempo lo Spirito lotta in noi e accanto a noi, confortandoci, risollevandoci dalla disperazione, annunciandoci la buona notizia del Signore che perdona i nostri peccati.
Questo volto misericordioso del Signore è l’antidoto che Francesco ricorda costantemente per rinsaldare i cristiani nella loro lotta anti-idolatrica e per consolare chi è tentato di cedere alle lusinghe del diavolo. È il Signore Gesù — narrato e predicato nel Vangelo, colui che ha abbattuto il muro di separazione, che ha creato l’unità dei due popoli (cfr. Efesini 2, 14) e che ogni giorno ricrea la comunione tra i suoi discepoli — il solo che può sconfiggere il divisore e unificare il nostro cuore. Del resto, il Papa lo ha affermato fin dal giorno dopo la sua elezione, citando Léon Bloy: «Quando non si confessa Gesù Cristo, si confessa la mondanità del diavolo».
L'Osservatore Romano, 12-13 marz0 2018.