lunedì 12 marzo 2018

L'Osservatore Romano
(1) Misericordia
JEAN-MARIE GUÉNOIS
Chi si ricorda della Misericordina? Quelle piccole scatole che sembravano una medicina ma che contenevano un rosario e un’immaginetta, rimedio spirituale per curare e guarire nel profondo il cuore e lo spirito? Hanno fatto furore all’inizio del pontificato perché quella farmacia del cuore era un simbolo perfetto del trattamento prescritto alla Chiesa cattolica dal nuovo Papa. Sul foglietto illustrativo si leggevano due parole tante volte ripetute da Francesco: «rivoluzione della tenerezza».
Indicavano una terapia ma anche e soprattutto una diagnosi. Quella di una Chiesa cattolica che non riusciva a far passare il suo messaggio più essenziale, la compassione e la misericordia di Cristo per tutte le miserie della vita. Il Salvatore non ne rifiuta nessuna, soprattutto le più nascoste, le più inconfessabili, quel tessuto cellulare invisibile dove prospera il vero acido della coscienza umana, quel virus letale che persuade l’uomo di due cose: che non potrà mai uscire dai suoi bassifondi e che Dio non lo perdonerà mai. Un ingrediente perfetto, perché silenzioso e segreto, della disperazione profonda.
Eppure il messaggio della misericordia veniva da lontano e da molto tempo. Per restare al Novecento, suor Faustina Kowalska, la santa polacca della divina misericordia, ebbe un’influenza decisiva su Karol Wojtyła che alla misericordia dedicò la sua seconda enciclica. E proprio nel segno della misericordia, cuore del Vangelo, il concilio era stato aperto e fu concluso.
Con uno sguardo retrospettivo si può dire che quel prezioso messaggio della misericordia divina fu molto notato ma non riuscì a conquistare il favore dell’opinione pubblica, credente o non credente, cristiana e persino cattolica. Opinione pubblica che continuava ad avere della Chiesa cattolica l’immagine di un intransigente gendarme morale. Di fatto era difficile, dopo secoli di scrupoloso moralismo, cancellare quella immagine negativa spiegando che ormai regnava «l’inconcepibile misericordia», come diceva suor Faustina, e non più la triste contabilità dei peccati.
Ecco forse uno dei grandi capovolgimenti di questi primi cinque anni di pontificato di Francesco. Questo Papa, insistendo sulla confessione, celebrando un anno santo straordinario dedicato alla misericordia, è riuscito a conquistare il grande pubblico e a comunicare quel messaggio spirituale dell’amore divino incondizionato, la misericordia. Quello che i suoi predecessori hanno seminato appare ora coltivato su vasta scala da Francesco. E sotto forma di nutrimento spirituale per tutti.
(2) Uscita
SILVINA PÉREZ
Uscita. Una parola che racchiude una delle novità del pontificato di Francesco, parola attorno alla quale si è concentrato il programma pastorale consegnato nell’esortazione apostolica Evangelii gaudium. Senza dubbio è un’espressione con la quale il Pontefice vuole spiegare come, di fronte a un’umanità sofferente per ferite di ogni genere, debba avvenire l’evangelizzazione, cioè portando il Vangelo fino alle periferie esistenziali.
«Voi uscite per le strade e andate ai crocicchi: tutti quelli che troverete, chiamateli, nessuno escluso (cfr. Matteo 22, 9). Soprattutto accompagnate chi è rimasto al bordo della strada, «zoppi, storpi, ciechi, sordi» (Matteo 15, 30). «Dovunque voi siate, non costruite mai muri né frontiere, ma piazze e ospedali da campo». Con queste parole, indirizzate ai vescovi italiani il 10 novembre 2015 nella cattedrale fiorentina di Santa Maria del Fiore, il Papa indica quale deve essere lo stile della Chiesa “in uscita”, capace di consolare, soccorrere, curare e soprattutto rendere visibile la misericordia di Dio.
Essere una Chiesa in uscita presuppone il cercare chi si è perso e l’accogliere chi chiede aiuto. La Chiesa dunque è in «dinamismo di “uscita”», perché animata dalla «potenza liberatrice e rinnovatrice» della parola di Dio. Ma per Francesco l’uscita prevede un passo antecedente: quello della conversione, perché non si è pronti se prima non si esce da se stessi, verso Dio e verso gli altri.
La disponibilità all’ascolto in uscita è una delle chiavi interpretative per capire tutta l’azione di Francesco, è il modo in cui il Papa vede nel suo magistero i segni della natura missionaria della Chiesa. Bergoglio ha avuto l’intuizione ecclesiale e pastorale di uscire, di andare nelle periferie e di capovolgere lo sguardo ripartendo proprio da queste, là dove con la celebrazione dell’eucaristia in comunione trova l’immagine di Chiesa che preferisce: quella espressa dal Vaticano II nella Lumen gentium, del «santo popolo fedele di Dio».
Dunque, sentire cum ecclesia significa per Papa Francesco essere Chiesa «in stato permanente di missione». Una Chiesa “in uscita” anche dall’autoreferenzialità rinchiusa in «una piccola cappella che può contenere solo un gruppetto di persone selezionate». Una Chiesa missionaria proiettata verso un mondo dove prevale la «globalizzazione dell’indifferenza». Indifferenza che provoca quella «cultura dello scarto» basata sulla preminenza dell’interesse individuale a cui secondo Francesco si deve contrapporre il Vangelo della misericordia.
L'Osservatore Romano, 12-13 marz0 2018.