venerdì 23 febbraio 2018

Svizzera
La visita dell’arcivescovo Welby al Wcc. Siamo un solo gregge
L'Osservatore Romano
«Siamo uno con le nostre differenze e non molti che cercano di essere uno». Si chiama «ecclesiologia dai confini aperti» ed è la sfida ecumenica che le Chiese del terzo millennio si trovano ad affrontare, secondo l’arcivescovo di Canterbury e primate della Comunione anglicana, Justin Welby, il quale ha aperto, nei giorni scorsi, a Ginevra una serie di incontri e cerimonie promosse dal World Council of Churches (Wcc) per celebrare il settantesimo anniversario dell’organismo ecumenico.
Un anniversario che offre oggi un’occasione a tutto il movimento ecumenico per ripercorrere insieme i passi compiuti nel passato, fare il punto sui traguardi raggiunti e guardare al futuro per capire come le Chiese, insieme e solo insieme, vogliono porsi di fronte a un mondo che invoca pace e riconciliazione.
«Il dialogo teologico ha portato grandi frutti», ha esordito l’arcivescovo Welby nella sua Lectio al Wcc. Nel corso del ventesimo secolo abbiamo assistito a un importante riavvicinamento teologico e dottrinale tra le Chiese. Sono passati quasi venticinque anni, quando per la prima volta l’allora segretario generale del World Council of Churches parlò di “inverno ecumenico”. Tuttavia, «quell’inverno — ha spiegato l’arcivescovo Welby — seppe generare frutti importanti, accordi teologici che segnano ancora il passo del cammino delle Chiese verso l’unità. Una ricchezza di risultati ecumenici che spinse il cardinale Walter Kasper a scrivere un libro intitolato Harvesting the Fruits (“Raccolta dei frutti”)».
Molte, se non tutte, le divisioni nella Chiesa riguardano questioni di principio e di dottrina, questioni di potere e di autorità se non addirittura dispute territoriali. Sono questioni in cui spuntano le barriere che delimitano un territorio, definiscono identità. «Se da una parte le frontiere implicano una differenza», dall’altra — ha fatto notare l’arcivescovo Welby — «ci dicono che c’è l’altro, l’altra persona, l’altra cultura, l’altra razza, l’altra nazione». Tutto sta nel capire, dunque, come le Chiese vogliono vivere la «frontiera», se come spazio chiuso o porta aperta.
«I confini aperti — ha aggiunto il primate anglicano nella sua Lectio — consentono all’altro di essere parte di noi stessi. Permettono il movimento, esibendo non divisione ma diversità. Nella loro apertura, invitano all’incontro».
Guardando avanti, Justin Welby tratteggia «un ecumenismo dell’azione, teologicamente supportata». E al riguardo, ha ricordato la dichiarazione congiunta firmata con Papa Francesco in occasione del cinquantesimo anniversario dell’incontro di Papa Paolo VI e dell’arcivescovo anglicano Michael Ramsay.
Secondo l’arcivescovo Welby, «l’ecumenismo dell’azione dice che di fronte al male, i cristiani si uniscono nell’amore e dimostrano di essere uno». Lo disse il predicatore della casa pontificia, padre Raniero Cantalamessa, in un sermone pronunciato nel 2015, davanti alla regina Elisabetta, nell’abbazia di Westminster. «Quando ci uccidono, non chiedono se siamo cattolici, ortodossi, pentecostali o anglicani. Chiedono se siamo cristiani».
Infine, il primate della Comunione anglicana ha ricordato che nei primi giorni del suo pontificato, Papa Francesco esortò tutto il clero e i pastori ad avere l’«odore delle pecore», ad andare oltre l’ovile (la frontiera) per cercare soprattutto chi è rimasto fuori. «Il compito è grandioso — ha concluso Welby — ma è un imperativo per tutte le Chiese lavorare insieme per cercare chi si è perso, ovunque esso sia. Per scoprire che il gregge è uno solo come uno è il Buon pastore, che prega affinché noi possiamo essere uno».

L'Osservatore Romano, 22-23 febbraio 2018