sabato 24 febbraio 2018

Sud Sudan
In Sud Sudan nella Loyola Secondary School si formano i leader di domani. È l’istruzione l’arma più efficace
L'Osservatore Romano
«La qualità dell’istruzione è un fattore importante per rompere il ciclo di povertà»: è quanto ha affermato il gesuita Beatus Mauki, preside della Loyola Secondary School (Lss) a Wau, in Sud Sudan, considerata da molti non solo una scuola, ma anche un rifugio. «La nostra speranza è che l’istituto fornisca al Sud Sudan i leader, uomini e donne, di domani, impegnati a servire il loro popolo con integrità e giustizia. La scuola — ha spiegato padre Mauki — è un luogo in cui ragazzi e ragazze possono ritrovare la serenità e possono costruire il futuro al di là delle violenze e della guerra».
Fondata nel 1982 dalla Compagnia di Gesù, la Loyola Secondary School è stata a lungo chiusa a causa della guerra combattuta tra Nord e Sud Sudan. Con l’indipendenza del Sud, le attività sono riprese e ben presto il numero degli studenti ha iniziato a crescere. Poi, nel 2013, è scoppiata la nuova guerra civile che presto si è trasformata in una lotta tra bande che ha investito tutto il paese. In quattro anni, nel paese africano sono morte almeno cinquantamila persone, altre migliaia sono state costrette a lasciare la propria casa. Il 40 per cento dei dodici milioni di abitanti ha problemi ad alimentarsi correttamente.
«La guerra civile — ha spiegato il preside all’agenzia Fides — ha devastato il paese. I combattimenti si sono estesi a tutte le province. L’attività della scuola ha rallentato, ma non si è arrestata. La Loyola Secondary School, che ha cinquecentottanta studenti seguiti da trentacinque insegnanti e sei gesuiti, è riuscita a creare uno spazio unico in cui i giovani convivono serenamente al di là delle differenze etniche. La scuola offre inoltre uno spazio per aspirare a raggiungere il loro pieno potenziale e garantisce l’opportunità di godersi la loro giovinezza».
Ciò è raro nel Sud Sudan, dove oltre diciannovemila bambini sono stati reclutati dalle milizie e almeno una scuola su tre è stata danneggiata, distrutta, occupata o addirittura chiusa. L’Unicef ha documentato non meno di milleduecento casi di violenza sessuale contro minori. Molti ragazzi poi hanno perso i genitori e sono costretti a prendersi cura dei fratelli più piccoli.
Consci di questa situazione, i dirigenti della scuola, grazie anche all’impegno delle strutture missionarie dei gesuiti, hanno iniziato a offrire borse di studio ai ragazzi più bisognosi e una colazione nutriente che, per alcuni, è l’unico pasto della giornata. Quasi il 60 per cento degli studenti vive infatti in campi profughi e alcuni di essi sono rimasti orfani. Padre Mauki attribuisce al programma alimentare il «miglioramento delle capacità fisiche e mentali degli studenti e il mantenimento di prestazioni accademiche superiori alla media».
L'Osservatore Romano, 23-24 febbraio 2018