domenica 28 gennaio 2018

Spagna
Duemila numeri. Il Papa alla rivista pubblicata in catalano e in spagnolo
L'Osservatore Romano
Gli auguri del Papa per il numero 2000 di «Catalunya Cristiana» al cardinale Juan José Omella y Omella, arcivescovo di Barcellona e presidente della fondazione omonima, sono stati condivisi sui social da moltissimi lettori. E ovviamente pubblicati sulla prima pagina della rivista che dal 1979 esce ogni settimana in catalano e in spagnolo. «Amb motiu de la publicació número dos mil del setmanari Catalunya Cristiana, desitjo fer arribar al seu equip editorial, als treballadors i als seus lectors la meva felicitació més cordial» ha scritto il Pontefice all’arcivescovo, che la sera del 28 gennaio nella sua cattedrale celebra per l’occasione una messa.Ma la frase del Papa che più ha colpito è stato l’invito a continuare a lavorare così in futuro, per diffondere la gioia del Vangelo, obiettivo della testata sin dalle origini, quando fu fondata da Francesc Malgosa e Joan Jarque, il primo direttore intervistato sul numero commemorativo. «Un punto di riferimento per i cristiani» la definisce l’attore Joan Pera nel suo messaggio di felicitazioni.
Per l’occasione il direttore Jaume Aymar i Ragolta ha intervistato il cardinale Pietro Parolin. Alla domanda sulla principale missione del segretario di Stato, la risposta è stata: semplicemente aiutare il Papa nell’esercizio dei suoi compiti, che hanno la vastità del mondo intero. Sulla diplomazia pontificia Parolin ha detto che la Chiesa non sarebbe fedele alla sua missione se non fosse vicina alla gente, in modo particolare a chi soffre. Per questo non si limita a osservare gli eventi o a essere una voce critica, ma cerca di facilitare la convivenza e promuovere la fraternità tra le nazioni, collaborando alla ricerca del bene comune e individuale.
Numerosi sono i contributi pubblicati sul numero commemorativo della rivista. «Come l’arte di accompagnare, la comunicazione quando è umana, sempre educa, umanizza» scrive Sebastià Taltavull Anglada, vescovo di Mallorca, mentre Leticia Soberón sottolinea il ruolo dei tre Pontefici succedutisi nei primi quarant’anni di «Catalunya cristiana» nello sviluppo dei media cattolici. Sulla Chiesa in Catalogna punta invece l’attenzione Carme Munté con un’intervista a quattro voci ad altrettanti protagonisti (Carles Soler, Bernabé Dalmau, Ramon Prat, Núria Gispert) del concilio provinciale tarraconense, che nel 1995 rappresentò per la regione un importante richiamo del Vaticano II.
Tra i diversi altri interventi spiccano quelli di Josep Soler, abate di Montserrat, di Antonio Gil sulla breve avventura della rivista «Iglesia en Andalucía», ispirata a quella della testata catalana, di Jordi Llisterri, di Miriam Díez Bosch, di Josep Rius-Camps, di Mercè Solé e del direttore dell’Osservatore Romano (che pubblichiamo per intero in questa pagina). E senza lo spazio del settimanale «molte iniziative, umili ma preziose, non avrebbero eco pubblica» sottolinea infine il cardinale Omella nel suo contributo. 

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Capire il mondo di oggi
I duemila numeri di «Catalunya Cristiana» segnano un traguardo importante e sono un’occasione per riflettere sul ruolo della stampa cattolica. Bisogna premettere che negli ultimi tempi il mondo della comunicazione si è evoluto e si evolve molto rapidamente e che di fronte alla diffusione dei nuovi media è evidente la crisi di quelli tradizionali. Altrettanto evidente è, in un contesto occidentale sempre più secolarizzato, la crescente scristianizzazione.
In questa situazione complessiva non è comunque giustificato il pessimismo. La stessa continua trasformazione dei nuovi media si rivela come limite di fronte alla stabilità dei supporti tradizionali, cioè della carta stampata: libri, riviste, quotidiani. Si sa che molto è andato perduto nel corso dei secoli, ma molto si conserva nelle biblioteche, mentre restano ignote le reali prospettive di conservazione dei dati digitali. Bisogna ricordare poi che la secolarizzazione ha purificato la fede cristiana, ma anche che senza di essa il mondo sarebbe più povero, e in parte incomprensibile. Senza rifiutare i nuovi media, è dunque lecito l’ottimismo sul futuro della stampa cattolica, e più in generale di ispirazione cristiana.
La storia insegna che va evitato un pericolo gravissimo, e cioè l’autoreferenzialità. Un giornale che si ispira alla fede cristiana infatti non deve guardare principalmente al suo interno. Ovviamente non può ignorare il messaggio che vuole comunicare, perché altrimenti perderebbe la propria identità. Ma deve saperlo trasmettere in modo aperto, con un linguaggio comprensibile e senza servire interessi estranei alla fede.
E se per la stampa cattolica l’apertura implica la volontà di cercare di capire il mondo di oggi, il linguaggio deve essere non clericale né gergale, cioè comprensibile a tutti. Ed evitare interessi estranei alla fede significa infine soprattutto il rifiuto di legarla a scelte politiche parziali, che possono essere legittime ma che restano opinabili e che porterebbero a nuovi integrismi. (g.m.v.)
L'Osservatore Romano, 27-28 gennaio 2018