martedì 23 gennaio 2018

Perù
L'Osservatore Romano
Oltre trenta minuti di colloquio, durante il quale il Papa ha risposto a una mezza dozzina di domande, hanno caratterizzato la parte finale dell’incontro con i vescovi del Perú nella tarda mattinata di domenica 21 a Lima. Il sinodo per l’Amazzonia, la paternità dei presuli nei confronti dei sacerdoti e la crisi della politica provocata dalla corruzione in America latina sono stati i principali temi affrontati nel dialogo in lingua spagnola. E nella familiarità di un fraterno e franco scambio di opinioni Francesco ha potuto soffermarsi su argomenti che gli stanno particolarmente a cuore, a cominciare proprio dall’assise sinodale che nell’ottobre 2019 sarà dedicata alla regione panamazzonica. Interpellato su quella che l’interlocutore ha definito «un’esperienza unica nella storia», il Papa ha confidato che quando ad Aparecida i brasiliani parlavano dell’Amazzonia, egli ha iniziato a chiedersi come mai insistessero così tanto su tale realtà. «Ciò è accaduto nel 2007 e, otto anni dopo, ho scritto Laudato si’» ha fatto notare, sottolineando come nel tempo sia maturata la propria conoscenza della questione ecologica, in una visione che pone quest’ultima in stretta relazione con quella del rispetto delle popolazioni indigene. «L’altro giorno la visita a Puerto Maldonado — ha chiarito Francesco — non l’ho vissuta come qualcosa di pittoresco, ma come una grazia. Lì qualcuno poteva dire “vado al carnevale dei nativi”. No, non era un carnevale. Era realtà, era vita, era cultura dei popoli». Come testimoniato durante il pranzo da alcuni rappresentanti delle diverse etnie: c’erano «un professore universitario con le piume, e una coordinatrice scolastica anche lei “tutta dipinta”» e «uno studente universitario che diceva “noi abbiamo diritto...”». Infatti «si sentono sopraffatti» ma «sono popoli capaci di trasmettere una cultura», ha ribadito il Papa con forza. Non è qualcosa «di folcloristico. Non si tratta di togliersi la mitra e di mettersi le piume»; al contrario occorre «fare quello che ha fatto Toribio», il santo vescovo spagnolo evangelizzatore degli indigeni: ovvero «metterci nella cultura dei popoli. Prendere da quella cultura e portare il Vangelo, la fede e tutta la promozione umana che il Vangelo esige».
In questo momento, ha proseguito il Pontefice, l’Amazzonia «è terra di nessuno, di sfruttamento umano da parte di qualsiasi straniero che voglia venire a rubare». E c’è il problema della tratta e del lavoro schiavo: «Mi ha colpito all’aeroporto — è stata la prima cosa che ho visto — un grande cartello con una ragazza che, facendo un cenno con la mano, diceva “alt alla tratta”, cioè allertava; il che mi sembra un segno molto bello della consapevolezza di questo popolo per difendere le sue ragazze».
Ma non basta: per questo Francesco ha dispensato un consiglio pratico, ispirato in qualche modo dall’esperienza del Canada, dove desta preoccupazione «il fatto che molti giovani dei popoli autoctoni» si stabiliscano nelle grandi città «senza essere vaccinati, in senso simbolico» finendo col venire “risucchiati”, perché «senza la loro cultura, sradicati dalla cultura del loro popolo, la città li risucchia». Ecco allora l’idea di mandarli a lezione «dai loro nonni» per «recuperare le radici. È questo il primo passo da fare. I ragazzi sradicati se li mangia il diavolo, sono carne da macello per il primo commerciante di vizi che si presenta». Mentre «farsi carico delle loro radici, è parte dell’evangelizzazione della cultura».
Infine, sempre riguardo all’Amazzonia il Papa ha accennato alla necessità di formare diaconi permanenti per contrastare i missionari di sette pseudocristiane che «in due e tre mesi fanno un corso al capotribù, gli garantiscono uno stipendio mensile e tutta l’etnia corre il rischio di passare a quella comunità». Da qui la consegna all’episcopato peruviano: «cercate il modo per avere diaconi permanenti, preparateli» dando le basi perché uno «impari a interpretare il Vangelo, perché sappia predicare, battezzare i bambini, seppellire i morti, essere testimone di matrimoni». Insomma Francesco ritiene che il «problema del diaconato sia una delle questioni su cui riflettere seriamente» in vista del Sinodo.
Il secondo tema affrontato è stato quello della paternità nei confronti dei preti. «Se andiamo a cercare nei libri ci perdiamo» ha esordito. Meglio allora guardare a come «un padre e una madre sanno gestire i conflitti con i figli. Quando vedono, per esempio, che il figlio ha iniziato a drogarsi, allora piangono, soffrono, non vanno a cercare il libro. Parlano con il figlio, lo ascoltano, gli offrono sostegno. E questa capacità, fratelli, o si ha o non si ha. Tutti riceviamo con il sacramento dell’ordine la grazia della paternità. Se qualcuno di noi non la esercita, o se la dimentica, o cerca altri cammini per mettersi in contatto con i propri preti, ha già perso la battaglia». Del resto «senza paternità i presbiteri si perdono. Hanno paura, si allontanano dal vescovo, si allontanano tra loro, il diavolo li manipola, mentono al vescovo. Dicono: “io da lui non vado, non è mio padre”».
«La prima caratteristica della paternità è la vicinanza. È quello che ha fatto san Toribio: lui era padre e quando doveva stringere la corda, la stringeva, ma lo accettavano perché lo sentivano padre. Nessun prete accetterà nulla da noi se non ci sente padri». E in proposito Francesco ha citato un aneddoto riguardante il vescovo italiano Antonino Bello. «Lui diceva che era dell’“ordine del grembiule”, perché doveva servire» e «quando ordinava un prete, gli versava tanto olio sulla mano. A chi gli chiedeva il perché, rispondeva “così i soldi non gli si attaccano”». Certo, il Papa si è detto consapevole «che ci sono situazioni in cui bisogna ricorrere a misure disciplinari. Anche un papà lo fa», ma in quel caso — ha consigliato — è meglio non prendere «mai una decisione irreversibile con un sacerdote senza un processo che lo tuteli».
A un vescovo che ha sottolineato come quelle che un tempo erano terre di evangelizzazione oggi contribuiscano all’evangelizzazione dell’Europa, il Pontefice ha risposto che quando i migranti ben formati giungono nel vecchio continente restituiscono la missione che è stata compiuta verso di loro. «In Italia, a Roma, è tipico delle donne filippine. Molte famiglie le cercano perché si prendano cura dei loro figli, e questo perché parlano inglese, ma così trasmettono la fede a quei figli». Queste donne «donano la freschezza di Chiese nuove. Le Chiese nuove aiutano sempre le Chiese vecchie e a loro volta hanno molto da imparare dalla storia» ha detto il Pontefice.
Infine il Papa ha affrontato la questione della crisi politica del continente. «Gran parte dell’America latina sta vivendo a livello politico una fase di grande decadenza dovuta in parte alla corruzione dei suoi dirigenti». In pratica, ha spiegato, «il gioco politico è molto difficile e ci mette in difficoltà, se vogliamo essere pastori». Di conseguenza «evangelizzare il mondo della politica non è facile. Non dobbiamo però — ha esortato — arrenderci. La denuncia non è l’unica arma». Ci sono le armi della persuasione, della formazione politica e tante altre «ma non trascuriamo la questione, perché ne va del futuro dei dirigenti dei nostri popoli. Se cadiamo in mano a gente che capisce solo il linguaggio della corruzione siamo fritti... allora i soldi si attaccano e non c’è più nulla da fare. Ed ecco il fenomeno dei paradisi fiscali, molti dei quali sono proprio» in questo continente. Al punto che Francesco si è domandato: «Che cosa è successo all’America latina che stava cercando un cammino verso la Patria Grande, quella sognata dai nostri eroi, che di colpo sta soffrendo sotto la spinta di un capitalismo liberale disumano, dove la gente s’indebita?». Le risposte arrivano direttamente dall’osservazione della realtà: «Stamattina — ha ricordato il Papa — ho salutato quattro detenuti. Ma, che cosa sta accadendo alle nostre carceri? Sono sovrappopolate, i detenuti vivono come animali e ci si manda uno che ha rubato una gallina perché impari la corruzione della droga. È la scuola della corruzione. Sono rifiuti che buttiamo via, ma rifiuti che fanno la stessa cosa delle scorie nucleari, finiranno col minare la nostra salute sociale. Sì, la politica è malata, molto malata, almeno in America latina». Ecco perché «bisogna essere consapevoli dei problemi. In una diocesi si può fare una cosa, in un’altra una cosa diversa, ma non bisogna mai trascurare il mondo della politica».
Un discorso, questo, esteso anche al mondo militare. «I militari — ha constatato — sono gli uomini neri, i cattivi dei film. È vero, a volte hanno oltrepassato il limite e fatto del male. Ma i giovani militari, i ragazzi di oggi, non possiamo lasciarli senza un’attenzione spirituale che li rafforzi, e se quelli del passato hanno oltrepassato il limite, che questi non l’oltrepassino». Perciò per il Pontefice sono importanti i cappellani e gli ordinari militari: «è una questione di zelo pastorale. Bisogna prendersi cura di tutto un settore di uomini e donne che lavorano per l’ordine pubblico e per la difesa della Patria. Poi alcuni si corrompono? Anche i politici si corrompono, per cui non è una buona scusa». Occorre continuare «a lavorare, a formarli bene, che siano buoni cristiani, buoni cittadini».
L'Osservatore Romano, 23-24 gennaio 2018.