mercoledì 17 gennaio 2018

Cile
Sala stampa della Santa Sede
[Text: Italiano, Français, English, Español, Português]
Questo pomeriggio, alle ore 19 locali (23 ora di Roma) il Santo Padre Francesco si è reca in visita alla Pontificia Università Cattolica del Cile a Santiago. Al Suo arrivo è stato all’ingresso principale dell’Ateneo dal Rettore e dal Vice Gran Cancelliere che lo accompagnano, insieme all’Arcivescovo di Santiago Card. Ricardo Ezzati Andrello, S.D.B., nel cortile dove sono riuniti circa 700 studenti e un gruppo di bambini. Papa Francesco attraversa il Patio dove si trovano circa 1.200 esponenti del mondo accademico cileno e si affaccia all’ingresso principale del Salón Fresno dal quale circa 500 studenti seguono l’evento. Quindi rientra nel Patio per raggiungere il podio.
Discorso del Santo Padre
Traduzione in lingua italiana
Signor Gran Cancelliere, Cardinale Ricardo Ezzati,
Fratelli nell’episcopato,
Signor Rettore, Dott. Ignacio Sánchez,
distinte autorità universitarie,
cari professori, funzionari,
cari studenti!
Sono lieto di trovarmi con voi in questa Casa di Studio che, nei suoi quasi 130 anni di vita, ha offerto un servizio inestimabile al Paese. Ringrazio il Signor Rettore per le sue parole di benvenuto a nome di tutti i presenti.
La storia di questa Università si intreccia, in un certo modo, con la storia del Cile. Sono migliaia gli uomini e le donne che, formatisi qui, hanno svolto compiti importanti per lo sviluppo della patria. Vorrei ricordare in particolare la figura di San Alberto Hurtado, in quest’anno centenario da quando egli cominciò i suoi studi qui. La sua vita diventa una chiara testimonianza di come l’intelligenza, l’eccellenza accademica e la professionalità nell’operare, armonizzate con la fede, la giustizia e la carità, lungi dall’essere sminuite, acquistano una forza profetica capace di aprire orizzonti e illuminare il cammino, soprattutto per gli scartati dalla società.
A questo proposito, vorrei riprendere le Sue parole, Signor Rettore, quando ha detto: «Abbiamo importanti sfide per la nostra patria, che sono legate alla convivenza nazionale e alla capacità di progredire in comunità».
1. Convivenza nazionale
Parlare di sfide è ammettere che ci sono situazioni che hanno raggiunto un punto che richiede un ripensamento. Ciò che fino a ieri poteva essere un fattore di unità e coesione, oggi esige nuove risposte. Il ritmo accelerato e l’avvio quasi vertiginoso di alcuni processi e cambiamenti che si impongono nelle nostre società ci invitano in modo sereno, ma senza indugio, a una riflessione che non sia ingenua, utopistica e ancor meno volontaristica. Il che non significa frenare lo sviluppo della conoscenza, ma fare dell’università uno spazio privilegiato «per praticare la grammatica del dialogo che forma all’incontro»[1]. Poiché «la vera sapienza [è] frutto della riflessione, del dialogo e dell’incontro generoso fra le persone»[2].
La convivenza nazionale è possibile – tra le altre cose – nella misura in cui diamo vita a processi educativi che sono anche trasformatori, inclusivi e di convivenza. Educare alla convivenza non significa solo aggiungere valori al lavoro educativo, ma generare una dinamica di convivenza all’interno del sistema educativo stesso. Non è tanto una questione di contenuti, ma di insegnare a pensare e ragionare in modo integrale. Quello che i classici chiamavano il nome di forma mentis.
E per raggiungere ciò è necessario sviluppare quella che definirei una alfabetizzazione integrale, che sappia adattare i processi di trasformazione che avvengono all’interno delle nostre società.
Un tale processo di alfabetizzazione richiede di lavorare contemporaneamente all’integrazione delle diverse lingue che ci costituiscono come persone, ossia un’educazione (alfabetizzazione) che integri e armonizzi l’intelletto (la testa), gli affetti (il cuore) e l’azione (le mani). Ciò offrirà e consentirà la crescita degli studenti in maniera armonica non solo a livello personale ma, contemporaneamente, a livello sociale. È urgente creare spazi in cui la frammentazione non sia lo schema dominante, nemmeno del pensiero; per questo è necessario insegnare a pensare ciò che si sente e si fa; a sentire ciò che si pensa e si fa; a fare ciò che si pensa e si sente. Un dinamismo di capacità al servizio della persona e della società.
L’alfabetizzazione, basata sull’integrazione dei diversi linguaggi che ci costituiscono, coinvolgerà gli studenti nel loro processo educativo, processo di fronte alle sfide che il prossimo futuro presenterà loro. Il “divorzio” dei saperi e dei linguaggi, l’analfabetismo su come integrare le diverse dimensioni della vita, non produce altro che frammentazione e rottura sociale.
In questa società liquida[3] o leggera[4], come alcuni pensatori l’hanno definita, vanno scomparendo i punti di riferimento a partire dai quali le persone possono costruirsi individualmente e socialmente. Sembra che oggi la “nuvola” sia il nuovo punto di incontro, caratterizzato dalla mancanza di stabilità poiché tutto si volatilizza e quindi perde consistenza.
Questa mancanza di consistenza potrebbe essere una delle ragioni della perdita di consapevolezza dello spazio pubblico. Uno spazio che richiede un minimo di trascendenza sugli interessi privati (vivere di più e meglio), per costruire su basi che rivelino quella dimensione importante della nostra vita che è il “noi”. Senza quella consapevolezza, ma soprattutto senza quel sentimento e quindi senza quella esperienza è e sarà molto difficile costruire la nazione, e dunque sembrerebbe che sia importante e valido solo ciò che riguarda l’individuo, mentre tutto ciò che rimane al di fuori di questa giurisdizione diventa obsoleto. Una cultura di questo tipo ha perso la memoria, ha perso i legami che sostengono e rendono possibile la vita. Senza il “noi” di un popolo, di una famiglia, di una nazione e, nello stesso tempo, senza il “noi” del futuro, dei bambini e di domani; senza il “noi” di una città che “mi” trascenda e sia più ricca degli interessi individuali, la vita sarà non solo sempre più frammentata ma anche più conflittuale e violenta.
L’Università, in questo senso, vive la sfida di generare, all’interno del proprio stesso ambito, le nuove dinamiche che superino ogni frammentazione del sapere e stimolino una vera universitas.
2. Progredire in comunità
Da qui, il secondo elemento molto importante per questa casa di studio: la capacità di progredire in comunità.
Mi ha rallegrato sapere dello sforzo evangelizzatore e della gioiosa vitalità della vostra pastorale universitaria, segno di una Chiesa giovane, viva e “in uscita”. Le missioni che realizzate tutti gli anni in diverse parti del Paese sono un punto forte e molto arricchente. In queste occasioni, voi riuscite ad allargare l’orizzonte del vostro sguardo e ad entrare in contatto con varie situazioni che, aldilà dell’evento specifico, vi lasciano mobilitati. Il “missionario” infatti non ritorna mai dalla missione uguale a prima; sperimenta il passaggio di Dio nell’incontro con tanti volti.
Queste esperienze non possono rimanere isolate dal percorso universitario. I metodi classici di ricerca sperimentano certi limiti, tanto più quando si tratta di una cultura come la nostra che stimola la partecipazione diretta e istantanea dei soggetti. La cultura attuale richiede nuove forme capaci di includere tutti gli attori che danno vita alla realtà sociale e quindi educativa. Da qui l’importanza di ampliare il concetto di comunità educativa.
Questa comunità seve affrontare la sfida di non rimanere isolata da [nuove] forme di conoscenza; come pure di non costruire conoscenza al margine dei destinatari della stessa. È necessario che l’acquisizione della conoscenza sia in grado di generare un’interazione tra l’aula e la sapienza dei popoli che costituiscono questa terra benedetta. Una sapienza carica di intuizioni, di “odori”, che non si possono ignorare quando si pensa al Cile. Così si produrrà quella sinergia così arricchente tra rigore scientifico e intuizione popolare. Questa stretta interazione reciproca impedisce il divorzio tra la ragione e l’azione, tra il pensare e il sentire, tra il conoscere e il vivere, tra la professione e il servizio. La conoscenza deve sempre sentirsi al servizio della vita e confrontarsi con essa per poter continuare a progredire. Di conseguenza, la comunità educativa non si può limitare ad aule e biblioteche, ma è sempre chiamata alla sfida della partecipazione. Un tale dialogo può essere condotto solo da un episteme capace di assumere una logica plurale, quella cioè che fa propria l’interdisciplinarità e l’interdipendenza del sapere. «In questo senso, è indispensabile prestare speciale attenzione alle comunità aborigene con le loro tradizioni culturali. Non sono una semplice minoranza tra le altre, ma piuttosto devono diventare i principali interlocutori, soprattutto nel momento in cui si procede con grandi progetti che interessano i loro spazi»[5].
La comunità educativa porta in sé un numero infinito di possibilità e potenzialità quando si lascia arricchire e interpellare da tutti gli attori che compongono la realtà educativa. Ciò richiede uno sforzo maggiore in termini di qualità e di integrazione. Il servizio universitario deve sempre puntare ad essere di qualità e di eccellenza poste al servizio della convivenza nazionale. In questo senso, potremmo dire che l’università diventa un laboratorio per il futuro del Paese, perché sa incorporare in sé la vita e il cammino del popolo superando ogni logica antagonistica ed elitaria del sapere.
Un’antica tradizione cabalistica racconta che l’origine del male si trova nella scissione prodotta dall’essere umano quando mangiò dell’albero della scienza del bene e del male. In questo modo, la conoscenza acquistò un primato sulla Creazione, sottoponendola ai propri schemi e desideri[6]. Sarà la tentazione latente in ogni ambito accademico, quella di ridurre la Creazione ad alcuni schemi interpretativi, privandola del Mistero che le è proprio e che ha spinto generazioni intere a cercare ciò che è giusto, buono, bello e vero. E quando il professore, per la sua sapienza, diventa “maestro” è in grado di risvegliare la capacità di stupore nei nostri studenti. Stupore davanti a un mondo e un universo da scoprire!
Oggi la missione che vi è affidata risulta profetica. Siete chiamati a generare processi che illuminino la cultura attuale proponendo un umanesimo rinnovato che eviti di cadere in ogni tipo di riduzionismo. E questa profezia che ci viene chiesta ci spinge a cercare spazi sempre nuovi di dialogo più che di scontro; spazi di incontro più che di divisione; strade di amichevole discrepanza, perché ci si differenzia con rispetto tra persone che camminano cercando lealmente di progredire in comunità verso una rinnovata convivenza nazionale.
E, se lo chiederete, non dubito che lo Spirito Santo guiderà i vostri passi affinché questa Casa continui a dare frutti per il bene del Popolo del Cile e per la Gloria di Dio.
Vi ringrazio ancora per questo incontro, e vi chiedo di non dimenticarvi di pregare per me.
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[1] Discorso alla Plenaria della Congregazione per l’Educazione Cattolica (9 febbraio 2017).
[2] Lett. enc. Laudato si’, 47.
[3] Cfr Zygmunt Bauman, Modernidad líquida, 1999.
[4] Cfr Gilles Lipovetsky, De la ligereza, 2016.
[5] Lettera enc. Laudato si’, 146.
[6] Cfr Gershom Scholem, La mystique juive, Paris 1985, 86.
Testo originale in lingua spagnola
Discorso del Santo Padre
Señor Gran Canciller, cardenal Ricardo Ezzati,
hermanos en el episcopado,
señor Rector, Doctor Ignacio Sánchez,
distinguidas autoridades universitarias,
queridos profesores, funcionarios,
queridos alumnos:
Siento alegría por estar junto a ustedes en esta Casa de Estudios que, en sus casi 130 años de vida, ha ofrecido un servicio inestimable al país. Agradezco al señor Rector sus palabras de bienvenida en nombre de todos los presentes.
La historia de esta Universidad está entrelazada, en cierto modo, con la historia de Chile. Son miles los hombres y mujeres que, formándose aquí, han cumplido tareas relevantes para el desarrollo de la patria. Quisiera recordar especialmente la figura de san Alberto Hurtado, en este año que se cumplen 100 años desde que comenzó aquí sus estudios. Su vida se vuelve un claro testimonio de cómo la inteligencia, la excelencia académica y la profesionalidad en el quehacer, armonizadas con la fe, la justica y la caridad, lejos de disminuirse, alcanzan una fuerza profética capaz de abrir horizontes e iluminar el sendero, especialmente para los descartados de la sociedad.
En este sentido, quiero retomar sus palabras, señor Rector, cuando afirmaba: «Tenemos importantes desafíos para nuestra patria, que dicen relación con la convivencia nacional y con la capacidad de avanzar en comunidad».
1. Convivencia nacional
Hablar de desafíos es asumir que hay situaciones que han llegado a un punto que exigen ser repensadas. Lo que hasta ayer podía ser un factor de unidad y cohesión, hoy está reclamando nuevas respuestas. El ritmo acelerado y la implantación casi vertiginosa de algunos procesos y cambios que se imponen en nuestras sociedades nos invitan de manera serena, pero sin demora, a una reflexión que no sea ingenua, utópica y menos aún voluntarista. Lo cual no significa frenar el desarrollo del conocimiento, sino hacer de la Universidad un espacio privilegiado «para practicar la gramática del diálogo que forma encuentro».[1] Ya que «la verdadera sabiduría, [es] producto de la reflexión, del diálogo y del encuentro generoso entre las personas».[2]
La convivencia nacional es posible —entre otras cosas— en la medida en que generemos procesos educativos también transformadores, inclusivos y de convivencia. Educar para la convivencia no es solamente adjuntar valores a la labor educativa, sino generar una dinámica de convivencia al interno del propio sistema educativo. No es tanto una cuestión de contenidos sino de enseñar a pensar y a razonar de manera integradora. Lo que los clásicos solían llamar con el nombre de forma mentis.
Y para lograr esto es necesario desarrollar lo que llamaría una alfabetización integradora que sepa acompasar los procesos de transformación que se están produciendo en el seno de nuestras sociedades.
Tal proceso de alfabetización exige trabajar de manera simultánea la integración de los diversos lenguajes que nos constituyen como personas. Es decir, una educación —alfabetización— que integre y armonice el intelecto —la cabeza—, los afectos —el corazón—, y la acción —las manos—. Esto brindará y posibilitará a los estudiantes un crecimiento no sólo armonioso a nivel personal sino, simultáneamente, a nivel social. Urge generar espacios donde la fragmentación no sea el esquema dominante, incluso del pensamiento; para ello es necesario enseñar a pensar lo que se siente y se hace; a sentir lo que se piensa y se hace; a hacer lo que se piensa y se siente. Un dinamismo de capacidades al servicio de la persona y de la sociedad.
La alfabetización, basada en la integración de los distintos lenguajes que nos conforman, irá implicando a los estudiantes en su propio proceso educativo; proceso de cara a los desafíos que el futuro próximo les presentará. El «divorcio» de los saberes y de los lenguajes, el analfabetismo
sobre cómo integrar las distintas dimensiones de la vida, lo único que consigue es fragmentación y ruptura social.
En esta sociedad líquida[3] o ligera,[4] como la han querido denominar algunos pensadores, van desapareciendo los puntos de referencia desde donde las personas pueden construirse individual y socialmente. Pareciera que hoy en día la «nube» es el nuevo punto de encuentro, que está marcado por la falta de estabilidad ya que todo se volatiliza y por lo tanto pierde consistencia.
Esta falta de consistencia podría ser una de las razones de la pérdida de conciencia del espacio público. Un espacio que exige un mínimo de trascendencia sobre los intereses privados —vivir más y mejor— para construir sobre cimientos que revelen esa dimensión tan importante de nuestra vida como es el «nosotros». Sin esa conciencia, pero especialmente sin ese sentimiento y, por lo tanto, sin esa experiencia, es y será muy difícil construir la nación, y entonces parecería que lo único importante y válido es aquello que pertenece al individuo, y todo lo que queda fuera de esa jurisdicción se vuelve obsoleto. Una cultura así ha perdido la memoria, ha perdido los ligamentos que sostienen y posibilitan la vida. Sin el «nosotros» de un pueblo, de una familia, de una nación y, al mismo tiempo, sin el nosotros del futuro, de los hijos y del mañana; sin el nosotros de una ciudad que «me» trascienda y sea más rica que los intereses individuales, la vida será no sólo cada vez más fracturada sino más conflictiva y violenta.
La Universidad, en este sentido, tiene el desafío de generar nuevas dinámicas al interno de su propio claustro, que superen toda fragmentación del saber y estimulen a una verdadera universitas.
2. Avanzar en comunidad
De ahí, el segundo elemento tan importante para esta casa de estudios: la capacidad de avanzar en comunidad.
He sabido con alegría del esfuerzo evangelizador y de la vitalidad alegre de su Pastoral Universitaria, signo de una Iglesia joven, viva y «en salida». Las misiones que realizan todos los años en diversos puntos del País son un punto fuerte y muy enriquecedor. En estas instancias, ustedes logran alargar el horizonte de sus miradas y entran en contacto con diversas situaciones que, más allá del acontecimiento puntual, los dejan movilizados. El «misionero» nunca vuelve igual de la misión; experimenta el paso de Dios en el encuentro con tantos rostros.
Esas experiencias no pueden quedar aisladas del acontecer universitario. Los métodos clásicos de investigación experimentan ciertos límites, más cuando se trata de una cultura como la nuestra que estimula la participación directa e instantánea de los sujetos. La cultura actual exige nuevas formas capaces de incluir a todos los actores que conforman el hecho social y, por lo tanto, educativo. De ahí la importancia de ampliar el concepto de comunidad educativa.
Esta comunidad está desafiada a no quedarse aislada de los modos de conocer; así como tampoco a construir conocimiento al margen de los destinatarios de los mismos. Es necesario que la adquisición de conocimiento sepa generar una interacción entre el aula y la sabiduría de los pueblos que conforman esta bendecida tierra. Una sabiduría cargada de intuiciones, de «olfato», que no se puede obviar a la hora de pensar Chile. Así se producirá esa sinergia tan enriquecedora entre rigor científico e intuición popular. Esta estrecha interacción entre ambos impide el divorcio entre la razón y la acción, entre el pensar y el sentir, entre el conocer y el vivir, entre la profesión y el servicio. El conocimiento siempre debe sentirse al servicio de la vida y confrontarse con ella para poder seguir progresando. De ahí que la comunidad educativa no puede reducirse a aulas y bibliotecas, sino que debe ser desafiada continuamente a la participación. Tal diálogo sólo se puede realizar desde una episteme capaz de asumir una lógica plural, es decir, que asuma la interdisciplinariedad e interdependencia del saber. «En este sentido, es indispensable prestar atención a los pueblos originarios con sus tradiciones culturales. No son una simple minoría entre otras, sino que deben convertirse en los principales interlocutores, sobre todo a la hora de avanzar en grandes proyectos que afecten a sus espacios».[5]
La comunidad educativa guarda en sí un sinfín de posibilidades y potencialidades cuando se deja enriquecer e interpelar por todos los actores que configuran el hecho educativo. Esto exige un
mayor esfuerzo en la calidad y en la integración. El servicio universitario ha de apuntar siempre a ser de calidad y de excelencia, puestas al servicio de la convivencia nacional. En este sentido, podríamos decir que la Universidad se vuelve un laboratorio para el futuro del país, ya que logra incorporar en su seno la vida y el caminar del pueblo superando toda lógica antagónica y elitista del saber.
Cuenta una antigua tradición cabalística que el origen del mal se encuentra en la escisión producida por el ser humano al comer del árbol de la ciencia del bien y del mal. De esta forma, el conocimiento adquirió un primado sobre la creación, sometiéndola a sus esquemas y deseos.[6] La tentación latente en todo ámbito académico será la de reducir la Creación a unos esquemas interpretativos, privándola del Misterio propio que ha movido a generaciones enteras a buscar lo justo, bueno, bello y verdadero. Y cuando el profesor, por su sapiencialidad, se convierte en «maestro» es capaz de despertar la capacidad de asombro en nuestros estudiantes. ¡Asombro ante un mundo y un universo a descubrir!
Hoy resulta profética la misión que tienen entre manos. Ustedes son interpelados para generar procesos que iluminen la cultura actual, proponiendo un renovado humanismo que evite caer en todo tipo de reduccionismo. Y esta profecía que se nos pide, impulsa a buscar espacios recurrentes de diálogo más que de confrontación; espacios de encuentro más que de división; caminos de amistosa discrepancia, porque se difiere con respeto entre personas que caminan en la búsqueda honesta de avanzar en comunidad hacia una renovada convivencia nacional.
Y si lo piden, no dudo que el Espíritu Santo guiará sus pasos para que esta Casa siga fructificando por el bien del Pueblo de Chile y para la Gloria de Dios.
Les agradezco nuevamente este encuentro, y les pido que no se olviden de rezar por mí.
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[1] Discurso a la Plenaria de la Congregación para la Educación Católica (9 febrero 2017).
[2] Carta enc. Laudato si’, 47.
[3] Cf. Zygmunt Bauman, Modernidad líquida (1999).
[4] Cf. Gilles Lipovetsky, De la ligereza (2016).
[5] Carta enc. Laudato si’, 146.
[6] Cf. Gershom Scholem, La mystique juive, París (1985), 86.
Francese
Monsieur le Grand Chancelier, Cardinal Ricardo Ezzati,
Frères dans l’épiscopat,
Monsieur le Recteur, Docteur Ignacio Sánchez,
Distinguées Autorités universitaires,
Chers professeurs, fonctionnaires,
Chers étudiants,
Je me réjouis de me retrouver avec vous dans cette Maison de formation qui, au cours de ses presque 130 années d’existence, a rendu un service inestimable au pays. Merci à Monsieur le Recteur de ses paroles de bienvenue au nom de toutes les personnes présentes.
L’histoire de cette Université est étroitement liée, d’une certaine façon, à l’histoire du Chili. Ils sont des milliers, les hommes et les femmes qui, formés ici, ont assumé des charges importantes pour le développement de la patrie. Je voudrais évoquer en particulier la figure de saint Alberto Hurtado, en cette année qui marque le centième anniversaire du début de ses études ici. Sa vie devient un clair témoignage de la manière dont l’intelligence, l’excellence académique et le professionnalisme dans le travail, alliés à la foi, à la justice et à la charité, loin de diminuer, arrivent à se transformer en une force prophétique capable d’ouvrir des horizons et d’éclairer le chemin, en particulier pour les exclus de la société.
Dans ce sens, je voudrais reprendre vos paroles, Monsieur le Recteur, quand vous disiez : « Nous nous trouvons devant des défis importants pour notre patrie, qui mettent en exergue la relation entre la cohabitation nationale et la capacité à avancer vers la communauté ».
1. La cohabitation nationale.
Parler de défis c’est accepter qu’il y a des situations arrivées à un tel point qu’elles exigent d’être repensées. Ce qui, jusqu’à hier, pouvait être un facteur d’unité et de cohésion, requiert aujourd’hui de nouvelles réponses. Le rythme accéléré et la mise en oeuvre quasi vertigineuse d’un certain nombre de processus et les changements qui s’imposent dans nos sociétés nous invitent de manière sereine, mais sans tarder, à une réflexion qui ne soit pas naïve, utopique et encore moins volontariste. Ce qui ne signifie pas freiner le développement du savoir, mais faire de l’Université un lieu privilégié «pour pratiquer la grammaire du dialogue qui forme à la rencontre» (Discours aux participants à l’Assemblée plénière de la Congrégation pour l’Éducation Catholique, 9 février 2017). Etant donné que «la vraie sagesse [est] fruit de la réflexion, du dialogue et de la rencontre généreuse entre les personnes» (Lett. Enc. Laudato si’, n.47).
La cohabitation nationale est possible – entre autres choses – dans la mesure où nous créons des méthodes éducatives également génératrices de transformation, d’inclusion et de convivialité.
Éduquer à la cohabitation, ce n’est pas seulement adjoindre des valeurs à l’activité éducative, mais c’est générer une dynamique de convivialité dans le système éducatif lui-même. Ce n’est pas tant une question de contenu que d’enseigner à penser et à raisonner de manière inclusive. Ce que les classiques avaient l’habitude de qualifier de forma mentis.
Et pour y parvenir, il faut développer ce que j’appellerais une alphabétisation globale qui sache moduler les processus de transformation en cours au sein de nos sociétés.
Ce processus d’alphabétisation exige qu’on réalise de manière simultanée l’intégration des différents langages qui nous constituent comme personnes. C’est-à-dire une éducation (alphabétisation) qui intègre et harmonise l’intelligence (la tête), les affections (le coeur) et l’action (les mains). Cela offrira et donnera aux étudiants une croissance non seulement harmonieuse au niveau personnel mais, en même temps, au niveau social. Il est urgent de créer des espaces où la fragmentation ne soit pas le schéma dominant, y compris de la pensée ; c’est pourquoi, il faut enseigner à penser ce qu’on sent et ce qu’on fait ; à sentir ce qu’on pense et ce qu’on fait ; à faire ce qu’on pense et ce qu’on sent. Un dynamisme de capacités au service de la personne et de la société.
L’alphabétisation, fondée sur l’intégration des différents langages qui nous constituent, impliquera progressivement les étudiants dans leur propre processus de formation ; processus dans la perspective des défis avec lesquels l’avenir proche les confrontera. Le ‘‘divorce’’ entre les savoirs et les langages, l’alphabétisation concernant comment intégrer les différentes dimensions de la vie, l’unique chose à laquelle cela conduit, c’est la fragmentation et la rupture sociale.
Dans cette société liquide (Cf. Zygmunt Bauman, Modernidad liquida, 1999) ou légère (Cf. Gilles Lipovetsky, De la légèreté, 2016), comme ont voulu la qualifier certains penseurs, sont en train de disparaître les points de repère à partir desquels les personnes peuvent se construire individuellement et socialement. Il semble que de nos jours le “virtuel” soit le nouveau point de rencontre, caractérisé par l’instabilité, puisque tout se volatilise et perd donc consistance.
Ce manque de consistance pourrait être l’une des raisons de la perte de conscience de l’espace public. Un espace qui requiert un minimum de transcendance par rapport aux intérêts privés (vivre plus et mieux), pour construire sur des fondements qui révèlent cette dimension très importante de notre vie, à savoir le ‘‘nous’’. Sans cette conscience, et surtout sans un tel sentiment et par conséquent sans cette expérience, il est et il sera plus difficile de construire la nation ; et donc il semblerait que la seule chose importante et valable soit ce qui appartient à l’individu, et que tout ce qui se trouve hors de cette sphère devienne obsolète. Une culture de ce genre a perdu la mémoire, elle a perdu les liens qui soutiennent et rendent possible la vie. Sans le ‘‘nous’’ d’un peuple, d’une famille, d’une nation et, en même temps, sans le nous de l’avenir, des enfants et du lendemain, sans le nous d’une cité qui transcende le ‘‘moi’’ et soit plus grand que les intérêts individuels, la vie sera non seulement toujours plus morcelée mais aussi plus conflictuelle et violente.
L’Université, dans ce sens, a pour défi de créer de nouvelles dynamiques en son propre sein, qui surmontent toute fragmentation du savoir et favorisent une véritable universitas.
2. Avancer vers la communauté
D’où le second élément pour cette maison de formation : la capacité d’avancer en communauté.
Je suis au courant des efforts d’évangélisation et de la vitalité joyeuse de la pastorale universitaire, signe d’une Église jeune, vivante et ‘‘en sortie’’. Les missions réalisées chaque année en diverses régions du pays sont un point fort et très enrichissant. Avec ces initiatives, vous parvenez à élargir l’horizon de votre regard et vous entrez en contact avec diverses situations qui, au-delà de l’événement passager, vous maintiennent mobilisés. Le ‘‘missionnaire’’ ne revient jamais pareil de la mission. Il fait l’expérience du passage de Dieu dans la rencontre avec tant de personnes.
Ces expériences ne peuvent pas rester coupées de ce qui se vit à l’université. Les méthodes classiques de recherche soufrent plus de certaines limites, lorsqu’il s’agit d’une culture comme la nôtre qui encourage la participation directe et instantanée des sujets. La culture actuelle requiert de
nouveaux procédés capables d’inclure tous les acteurs qui façonnent la réalité sociale et, par conséquent, éducative. D’où l’importance d’élargir le concept de communauté éducative.
Cette communauté est mise au défi de ne pas rester coupée des modes de connaissance ; et également de ne pas construire non plus un savoir indépendamment de ceux qui en sont bénéficiaires. Il est nécessaire que l’acquisition de connaissance sache créer une interaction entre l’école et la sagesse des peuples qui habitent cette terre bénie. Une sagesse riche d’intuitions, de ‘‘flair’’, que l’on ne peut pas ignorer quand on pense au Chili. Aussi sera créée cette synergie tellement enrichissante entre la rigueur scientifique et l’intuition populaire. Cette étroite interaction entre les deux empêche le divorce entre la raison et l’action, entre la pensée et les sentiments, entre la connaissance et la vie, entre la profession et le service. La connaissance doit toujours être au service de la vie et se confronter à elle afin de continuer à progresser. Il en résulte que la communauté éducative ne peut pas se réduire aux écoles et aux bibliothèques, mais qu’elle doit se mesurer constamment au défi de la participation. Un tel dialogue ne peut se réaliser qu’à partir d’un épistème capable d’assumer une logique plurielle, c’est-à-dire, d’assumer l’interdisciplinarité et l’interdépendance des savoirs.«Dans ce sens, il est indispensable d’accorder une attention spéciale aux communautés aborigènes et à leurs traditions culturelles. Elles ne constituent pas une simple minorité parmi d’autres, mais elles doivent devenir les principaux interlocuteurs, surtout lorsque l’on développe les grands projets qui affectent leurs espaces » (Lett. Enc. Laudato si’, n.146).
La communauté éducative porte en elle d’infinies possibilités et potentialités quand elle se laisse enrichir et interpeler par tous les acteurs qui configurent la réalité éducative. Cela requiert un plus grand effort sur le plan de la qualité et de l’intégration. Le service universitaire doit toujours viser la qualité et l’excellence mises au service de la cohabitation nationale. Dans ce sens, nous pourrions dire que l’Université devient un laboratoire pour l’avenir du pays, puisqu’elle parvient à incorporer en son sein la vie et la marche du peuple, en surmontant toute logique antagoniste et élitiste du savoir.
Une ancienne tradition de la Kabbale raconte que l’origine du mal se trouve dans la scission produite par l’être humain quand il a mangé de l’arbre de la science du bien et du mal. De cette manière, le savoir a acquis une primauté sur la Création, en la soumettant à ses schémas et à sa volonté (Cf. Gershom Scholem, La mystique juive, Paris 1985, p. 86). C’est peut-être là une tentation, latente dans tous les domaines académiques, celle de réduire la Création à quelques schémas d’interprétation, la privant du Mystère propre qui a conduit des générations entières à chercher ce qui juste, ce qui est bien, beau, et vrai. Et quand le Professeur, par sa sagesse, devient un ‘‘maître’’, il est capable de réveiller la capacité d’émerveillement chez nos étudiants. Émerveillement devant un monde et un univers à découvrir!
Aujourd’hui, la mission qui vous revient, revêt un caractère prophétique. Vous êtes invités à créer des processus qui éclairent la culture actuelle en proposant un humanisme renouvelé qui évite de tomber dans tout genre de réductionnisme. Et cette attitude prophétique qui nous est demandée incite à rechercher des lieux accessibles de dialogue plus que de confrontation ; des lieux de rencontre plus que de division ; des chemins de désaccord amical parce qu’on exprime des opinions différentes dans le respect des personnes qui marchent dans le souci honnête d’avancer en communauté vers une cohabitation nationale renouvelée.
Et si vous le lui demandez, je ne doute pas que l’Esprit Saint guidera vos pas pour que cette Maison continue à porter du fruit pour le bien du peuple chilien et pour la gloire de Dieu.
Je vous remercie à nouveau pour cette rencontre, et je vous demande de ne pas oublier de prier pour moi.
Inglese
Traduzione in lingua inglese
Grand Chancellor, Cardinal Ricardo Ezzati,
My Brothers Bishops,
President Dr Ignacio Sánchez,
Distinguished University Authorities,
Dear Professors and Administrators,
Dear Students,
I am happy to be here with you at this House of Studies, which in its 130 years of life has rendered a priceless service to the country. I thank the President for his words of welcome on behalf of all present.
The history of this university is in a some sense woven into the history of Chile. Thousands of men and women who were educated here have made significant contributions to the development of the nation. I would like especially to mention Saint Albert Hurtado, who began his studies here a century ago. His life is a clear testimony to how intelligence, academic excellence and professionalism, when joined to faith, justice and charity, far from weakening, attain a prophetic power capable of opening horizons and pointing the way, especially for those on the margins of society.
In this regard, I would like to take up your words, dear President, when you said: “We have important challenges for our country that have to do with peaceful coexistence as a nation and the ability to progress as a community”.
1. Peaceful coexistence as a nation
To speak of challenges is to acknowledge that situations have reached the point where they need to be rethought. What was hitherto an element of unity and cohesion now calls for new responses. The accelerated pace and a sense of disorientation before new processes and changes in our societies call for a serene but urgent reflection that is neither naïve nor utopian, much less arbitrary. This has nothing to do with curbing the growth of knowledge, but rather with making the University a privileged space for “putting into practice the grammar of dialogue, which shapes encounter”.[1] For “true wisdom [is] the fruit of reflection, dialogue and generous encounter between persons”.[2]
Peaceful coexistence as a nation is possible, not least to the extent that we can generate educational processes that are also transformative, inclusive and meant to favour such coexistence. Educating for peaceful coexistence does not mean simply attaching values to the work of education, but rather establishing a dynamic of coexistence internal to the very system of education itself. It is not so much a question of content but of teaching how to think and reason in an integrated way. What was traditionally called forma mentis.
To achieve this, it is necessary to develop what might be called an “integrating literacy” capable of encompassing the processes of change now taking place in our societies.
This literacy process requires working simultaneously to integrate the different languages that constitute us as persons. That is to say, an education (literacy) that integrates and harmonizes intellect (the head), affections (the heart) and activity (the hands). This will offer students a growth that is harmonious not only at the personal level, but also at the level of society. We urgently need to create spaces where fragmentation is not the guiding principle, even for thinking. To do this, it is necessary to teach how to reflect on what we are feeling and doing; to feel what we are thinking and doing; to do what we are thinking and feeling. An interplay of capacities at the service of the person and society.
Literacy, based on the integration of the distinct languages that shape us, will engage students in their own educational process, a process that will prepare them to face the challenges of the immediate future. The “divorce” of fields of learning from languages, and illiteracy with regard to integrating the distinct dimensions of life, bring only fragmentation and social breakdown.
In this “liquid” society[3] or “society of lightness”,[4] as various thinkers have termed it, those points of reference that people use to build themselves individually and socially are disappearing. It seems that the new meeting place of today is the “cloud”, which is characterized by instability since everything evaporates and thus loses consistency.
This lack of consistency may be one of the reasons for the loss of a consciousness of the importance of public life, which requires a minimum ability to transcend private interests (living longer and better) in order to build upon foundations that reveal that crucial dimension of our life which is “us”.
Without that consciousness, but especially without that feeling and consequently without that experience, it is very difficult to build the nation. As a result, the only thing that appears to be important and valid is what pertains to the individual, and all else becomes irrelevant. A culture of this sort has lost its memory, lost the bonds that support it and make its life possible. Without the “us” of a people, of a family and of a nation, but also the “us” of the future, of our children and of tomorrow, without the “us” of a city that transcends “me” and is richer than individual interests, life will be not only increasingly fragmented, but also more conflictual and violent.
The university, in this context, is challenged to generate within its own precincts new processes that can overcome every fragmentation of knowledge and stimulate a true universitas.
2. Progressing as a community
Hence, the second key element for this House of Studies: the ability to progress as a community.
I was pleased to learn of the evangelizing outreach and the joyful vitality of your university chaplaincy, which is a sign of a young, lively Church that “goes forth”. The missions that take place each year in different parts of the country are an impressive and enriching reality. With these, you are able to broaden your outlook and encounter different situations that, along with regular events, keep you on the move. “Missionaries” are never equal to the mission; they learn to be sensitive to God’s pace through their encounter with all sorts of people.
Such experiences cannot remain isolated from the life of the university. The classic methods of research are experiencing certain limits, more so when it is a question of a culture such as ours, which stimulates direct and immediate participation by all. Present-day culture demands new forms that are more inclusive of all those who make up social and hence educational realities. We see, then, the importance of broadening the concept of the educating community.
The challenge for this community is to not isolate itself from modes of knowledge, or, for that matter, to develop a body of knowledge with minimal concern about those for whom it is intended. It is vital that the acquisition of knowledge lead to an interplay between the university classroom and the wisdom of the peoples who make up this richly blessed land. That wisdom is full of intuitions and perceptions that cannot be overlooked when we think of Chile. An enriching synergy will thus come about between scientific rigour and popular insight; the close interplay of these two parts will prevent a divorce between reason and action, between thinking and feeling, between knowing and living, between profession and service. Knowledge must always sense that it is at the service of life, and must confront it directly in order to keep progressing. Hence, the educational community cannot be reduced to classrooms and libraries but must be continually challenged to participation. This dialogue can only take place on the basis of an episteme capable of “thinking in the plural”, that is, conscious of the interdisciplinary and interdependent nature of learning. “In this sense, it is essential to show special care for indigenous communities and their cultural traditions. They are not merely one minority among others, but should be the principal dialogue partners, especially when large projects affecting their land are proposed”.[5]
The educational community can enjoy an endless number of possibilities and potentialities if it allows itself to be enriched and challenged by all who are part of the educational enterprise. This requires an increased concern for quality and integration. The service that the university offers must always aim for quality and excellence in the service of national coexistence. In this way, we could say that the university becomes a laboratory for the future of the country, insofar as it succeeds in embodying the life and progress of the people, and can overcome every antagonistic and elitist approach to learning.
An ancient cabalistic tradition says that evil originates in the rift produced in the human being by eating from the tree of the knowledge of good and evil. Knowledge thus gained the upper
hand over creation, subjecting it to its own designs and desires.[6] This will always be a subtle temptation in every academic setting: to reduce creation to certain interpretative models that deprive it of the very Mystery that has moved whole generations to seek what is just, good, beautiful and true. Whenever a “professor”, by virtue of his wisdom, becomes a “teacher”, he is then capable of awakening wonderment in our students. Wonderment at the world and at an entire universe waiting to be discovered!
In our day, the mission entrusted to you is prophetic. You are challenged to generate processes that enlighten contemporary culture by proposing a renewed humanism that eschews every form of reductionism. This prophetic role demanded of us prompts us to seek out ever new spaces for dialogue rather than confrontation, spaces of encounter rather than division, paths of friendly disagreement that allow for respectful differences between persons joined in a sincere effort to advance as a community towards a renewed national coexistence.
If you ask for this, I have no doubt that the Holy Spirit will guide your steps, so that this House will continue to bear fruit for the good of the Chilean people and for the glory of God.
I thank you once again for this meeting, and I ask you to remember to pray for me.
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[1] Address to the Plenary of the Congregation for Catholic Education (9 February 2017).
[2] Encyclical Letter Laudato Si’, 47.
[3] Cf. ZYGMUNT BAUMAN, Modernidad líquida, 1999.
[4] Cf. GILLES LIPOVETSKY, De la ligereza, 2016.
[5] Encyclical Letter Laudato Si’, 146.
[6] Cf. GERSHOM SCHOLEM, La mystique juive, Paris, 1985, 86.
Portoghese
Grão-Chanceler, Cardeal Ricardo Ezzati,
Irmãos no Episcopado,
Magnífico Reitor, Doutor Ignacio Sánchez,
Distintas autoridades universitárias,
Amados professores e funcionários,
Queridos alunos!
Sinto grande alegria por me encontrar convosco nesta Casa de Estudo, que, nos seus quase 130 anos de vida, ofereceu ao país um serviço inestimável. Agradeço ao senhor Reitor as suas palavras de boas-vindas, em nome de todos os presentes.
A história desta Universidade está, de certa forma, entrançada com a história do Chile. São milhares os homens e as mulheres que, tendo-se formado aqui, desempenharam tarefas importantes em prol do desenvolvimento do país. Apraz-me recordar especialmente a figura de Santo Alberto Hurtado, neste ano em que se celebra o centenário do início dos seus estudos aqui. A sua vida é um claro testemunho de como a inteligência, a excelência académica e o profissionalismo na atividade, harmonizados com a fé, a justiça e a caridade, longe de se debilitar, adquirem uma força profética capaz de abrir horizontes e iluminar o caminho, especialmente para as pessoas descartadas da sociedade.
A propósito quero retomar as suas palavras, senhor Reitor, quando afirmava: «Temos importantes desafios para o nosso país, que estão relacionados com a convivência nacional e com a capacidade de progredir em comunidade».
1. Convivência nacional
Falar de desafios é admitir que há situações que chegaram a um ponto que requer serem repensadas. O que até ontem podia ser um fator de unidade e coesão, hoje exige novas respostas. O ritmo acelerado e a implementação quase vertiginosa de alguns processos e mudanças, que se impõem nas nossas sociedades, convidam-nos, de maneira serena mas sem demora, a uma reflexão que não seja ingénua, utopista e menos ainda voluntarista. Isto não significa frenar o desenvolvimento do conhecimento, mas fazer da Universidade um espaço privilegiado para «praticar a gramática do diálogo que forma encontro».[1] Pois «a verdadeira sabedoria [é] fruto da reflexão, do diálogo e do encontro generoso entre as pessoas».[2]
A convivência nacional é possível na medida em que, para além do mais, dermos vida a processos educativos que sejam simultaneamente transformadores, inclusivos e de convivência. Educar para a convivência não significa apenas acrescentar valores ao trabalho educativo, mas gerar uma dinâmica de convivência dentro do próprio sistema educativo. Não é tanto uma questão de conteúdos, como sobretudo de ensinar a pensar e raciocinar de modo integral: aquilo que os clássicos costumavam designar com o nome de forma mentis.
E, para se alcançar isto, é necessário desenvolver o que eu chamaria uma alfabetização integral que saiba adaptar os processos de transformação que se estão a verificar no seio das nossas sociedades.
Tal processo de alfabetização requer que se trabalhe, de maneira simultânea, na integração das diferentes linguagens que nos constituem como pessoas. Ou seja, uma educação (alfabetização) que integre e harmonize o intelecto (a cabeça), os afetos (o coração) e a ação (as mãos). Isto proporcionará e possibilitará um crescimento dos alunos de maneira harmoniosa não só a nível pessoal, mas também e simultaneamente a nível social. É urgente criar espaços onde a fragmentação não seja o esquema dominante, mesmo do pensamento; para isso, é necessário ensinar a pensar o que se sente e faz; a sentir o que se pensa e faz; a fazer o que se pensa e sente. Um dinamismo de capacidades ao serviço da pessoa e da sociedade.
A alfabetização, baseada na integração das diferentes linguagens que nos constituem, envolverá os alunos no seu processo educativo; processo voltado para os desafios que o futuro próximo lhes apresentará. A única coisa que consegue o «divórcio» dos saberes e das linguagens, o analfabetismo sobre como integrar as diferentes dimensões da vida, é fragmentação e rutura social.
Nesta sociedade líquida[3] ou volátil,[4] como a definiram alguns pensadores, vão desparecendo os pontos de referência a partir dos quais se possam construir, individual e socialmente, as pessoas. Parece que hoje a «nuvem» seja o novo ponto de encontro, que se carateriza pela falta de estabilidade, já que tudo se volatiliza e, consequentemente, perde consistência.
Esta falta de consistência poderia ser uma das razões para a perda de consciência do espaço público. Um espaço que exige um mínimo de transcendência sobre os interesses privados (viver mais e melhor) para construir sobre bases que revelem aquela dimensão tão importante da nossa vida que é o «nós». Sem esta consciência, mas sobretudo sem este sentimento e, por conseguinte, sem esta experiência é, e será, muito difícil construir a nação. Neste caso, pareceria que a única coisa importante e válida fosse o que diz respeito ao indivíduo e, tudo o que ficasse fora desta jurisdição, torna-se-ia obsoleto. Semelhante cultura perdeu a memória, perdeu os vínculos que sustentam e tornam possível a vida. Sem o «nós» dum povo, duma família, duma nação e, ao mesmo tempo, sem o «nós» do futuro, dos filhos e do amanhã; sem o «nós» duma cidade que «me» transcenda e seja mais rica do que os interesses individuais, a vida será não só cada vez mais fragmentada, mas também mais conflituosa e violenta.
Neste sentido, a universidade tem o desafio de gerar, dentro do seu próprio claustro, as novas dinâmicas que superem toda a fragmentação do saber e estimulem a uma verdadeira universitas.
2. Progredir em comunidade
Daí segue-se o segundo elemento, muito importante para esta Casa de Estudo: a capacidade de progredir em comunidade.
Soube, com alegria, do esforço evangelizador e da vitalidade radiosa da vossa pastoral universitária, sinal duma Igreja jovem, viva e «em saída». As missões, que realizais anualmente em diferentes locais do país, são um ponto forte e muito enriquecedor. Em tais ocasiões, conseguis alargar o horizonte do vosso olhar e entrar em contacto com várias situações que, para além do evento específico, vos deixam mobilizados. De facto, o «missionário» nunca retorna igual da missão; experimenta a passagem de Deus no encontro com tantos rostos.
Estas experiências não podem ficar isoladas do percurso universitário. Os métodos clássicos de investigação provam nisso certos limites, e mais ainda numa cultura como a nossa que estimula a participação direta e instantânea dos sujeitos. A cultura atual exige novas formas capazes de incluir todos os atores que dão vida à realidade social e, consequentemente, educativa. Daí a importância de ampliar o conceito de comunidade educativa.
Esta comunidade é desafiada a não se isolar de [novas] formas de conhecimento; bem como a não construir conhecimentos à margem dos destinatários dos mesmos. É preciso que a aquisição de conhecimento seja capaz de gerar uma interação entre a aula e a sabedoria dos povos que constituem esta terra abençoada. Uma sabedoria carregada de intuições, de «olfato», que não se pode ignorar na hora de pensar o Chile. Deste modo, produzir-se-á a sinergia muito enriquecedora entre rigor científico e intuição popular. Esta estreita interação mútua impede o divórcio entre a razão e a ação, entre o pensar e o sentir, entre o conhecer e o viver, entre a profissão e o serviço. O conhecimento deve sentir-se sempre ao serviço da vida e confrontar-se com ela para continuar a progredir. Por isso, a comunidade educativa não se pode reduzir a aulas e bibliotecas, mas deve ser continuamente desafiada à participação. Tal diálogo só pode ser realizado a partir duma episteme capaz de assumir uma lógica plural, ou seja, que assume a interdisciplinaridade e a interdependência do saber. «Neste sentido, é indispensável prestar uma atenção especial às comunidades aborígenes com as suas tradições culturais. Não são apenas uma minoria entre outras, mas devem tornar-se os principais interlocutores, especialmente quando se avança com grandes projetos que afetam os seus espaços».[5]
A comunidade educativa guarda, em si mesma, um número infinito de possibilidades e potencialidades, quando se deixa enriquecer e interpelar por todos os atores que compõem a realidade educativa. Isto requer um maior esforço em termos de qualidade e integração. O serviço universitário deve ter sempre como objetivo ser de qualidade e excelência, colocadas ao serviço da convivência nacional. Neste sentido, poderíamos dizer que a universidade se torna um laboratório para o futuro do país, porque sabe incorporar em si a vida e a caminhada do povo, superando toda a lógica antagónica e elitista do saber.
Uma antiga tradição cabalística diz que a origem do mal se encontra na divisão produzida pelo ser humano quando comeu da árvore da ciência do bem e do mal. Desta forma, o conhecimento adquiriu um primado sobre a criação, submetendo-a aos seus esquemas e desejos.[6] Será tentação latente em todos os campos académicos, a de reduzir a criação a alguns esquemas interpretativos, privando-a do mistério que lhe é próprio e que impeliu gerações inteiras a procurar o que justo, bom, belo e verdadeiro. Mas, quando o professor se torna «mestre» pela sua dimensão sapiencial, é capaz de despertar a capacidade de deslumbramento nos nossos alunos. Deslumbramento perante um mundo e um universo a descobrir!
Hoje, a missão que têm entre mãos é profética. Sois chamados a gerar processos que iluminem a cultura atual, propondo um humanismo renovado que evite cair em qualquer tipo de reducionismo. E esta profecia, que nos é solicitada, impele-nos a buscar eventuais espaços mais de diálogo que de conflito; espaços mais de encontro que de divisão; caminhos de amistosa discrepância, porque se diverge, com respeito, entre pessoas que caminham procurando lealmente progredir em comunidade para uma convivência nacional renovada.
E, se o pedirdes, não duvido que o Espírito Santo guiará os vossos passos para que esta Casa continue a frutificar para o bem do povo do Chile e para a glória de Deus.
De novo vos agradeço por este encontro e peço-vos que não vos esqueçais de rezar por mim.
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[1] Francisco, Discurso à Plenária da Congregação para a Educação Católica (9/II/2017).
[2] Francisco, Carta enc. Laudato si’, 47.
[3] Cf. Zygmunt Bauman, Modernidad líquida (1999).
[4] Cf. Gilles Lipovetsky, De la ligereza (2016).
[5] Francisco, Carta enc. Laudato si’, 146.
[6] Cf. Gershom Scholem, La mystique juive (Paris 1985), 86.