giovedì 14 dicembre 2017

Vaticano
L'Osservatore Romano
Grazie per essere venuti. Vedo molte facce giovani, e mi fa piacere. È una cosa buona, perché è una promessa. I giovani hanno futuro, se hanno radici. Se non hanno radici, vanno dove tira il vento. Per cominciare, a me piacerebbe porre una domanda. Ognuno se la rivolga nel suo esame di coscienza: dove sono le mie radici? Ho radici? Le mie radici sono tenaci o sono deboli? È una domanda che ci farà bene. Sant’Ignazio cominciava gli Esercizi Spirituali parlando di una radice: «L’uomo è creato per lodare...». E concludeva con un’altra radice: quella dell’amore. E proponeva una contemplazione per crescere nell’amore. Non c’è vero amore, se non mette radici. Ecco: questa è la mia predica iniziale! Ma adesso vorrei che foste voi a fare qualche domanda.
Santo Padre, grazie per aver parlato del popolo rohingya. Sono nostri fratelli e sorelle, e lei ne ha parlato in questi termini: di fratelli e sorelle. Il Provinciale ha inviato due di noi a svolgere un servizio di aiuto tra loro...
Gesù Cristo oggi si chiama rohingya. Tu parli di loro come fratelli e sorelle: lo sono. Penso a san Pedro Claver, che mi è molto caro. Lui ha lavorato con gli schiavi del suo tempo... e pensare che alcuni teologi di allora — non tanti, grazie a Dio — discutevano se loro avessero un’anima o no! La sua vita è stata una profezia, e ha aiutato i suoi fratelli e le sue sorelle che vivevano in una condizione vergognosa. Ma questa vergogna oggi non è finita. Oggi si discute tanto su come salvare le banche. Il problema è la salvezza delle banche. Ma chi salva la dignità di uomini e donne oggi? La gente che va in rovina non interessa più a nessuno. Il diavolo riesce ad agire così nel mondo di oggi. Se noi avessimo un po’ di senso del reale, questo dovrebbe scandalizzarci. Lo scandalo mediatico oggi riguarda le banche e non le persone. Davanti a tutto questo dobbiamo chiedere una grazia: quella di piangere. Il mondo ha perso il dono delle lacrime. Sant’Ignazio, che faceva questa esperienza, chiedeva il dono delle lacrime. La faceva anche san Pietro Favre. Una volta esisteva il formulario di una Messa proprio per chiedere il dono delle lacrime. E la preghiera era: «Signore, che tu hai fatto scaturire acqua dalla roccia, fai sgorgare lacrime dal mio cuore peccatore». La sfacciataggine del nostro mondo è tale che l’unica soluzione è pregare e chiedere la grazia delle lacrime. Ma io questa sera davanti a quella povera gente che ho incontrato ho sentito vergogna! Ho sentito vergogna per me stesso, per il mondo intero! Scusate, sto solamente cercando di condividere con voi i miei sentimenti...
Come la Compagnia di Gesù può rispondere oggi ai bisogni del Bangladesh?
Sinceramente non conosco bene le attività della Compagnia di Gesù in Bangladesh. Ma il fatto che il Provinciale abbia incaricato due gesuiti di lavorare nei campi profughi mi fa capire che i gesuiti si muovono! E questo è proprio della nostra vocazione, ed è ben detto in una parola della «Formula dell’Istituto» della Compagnia: discurrir, cioè... andare avanti, muoversi... andare in giro... provare gli spiriti... Questo è bello ed è proprio della nostra vocazione.
Ci sentiamo benedetti del fatto che lei è venuto in Bangladesh, cioè in una nazione dove c’è una comunità cristiana così piccola. E lei ha creato cardinale l’arcivescovo della nostra capitale. Come mai questa attenzione per noi?
Devo dire che anche per me il Bangladesh è stata una sorpresa: c’è tanta ricchezza! Nominando i cardinali, ho cercato di guardare alle piccole Chiese, quelle che crescono in periferia. Non per dare consolazione a quelle Chiese, ma per lanciare un chiaro messaggio: le piccole Chiese che crescono in periferia e sono senza antiche tradizioni cattoliche oggi devono parlare alla Chiesa universale, a tutta la Chiesa. Sento chiaramente che hanno qualcosa da insegnarci.
Come si sente lei oggi, dopo aver celebrato la messa con i cattolici? È riuscito a salutare i bambini, come fa sempre?
Sì. Ne ho salutati alcuni. E questa sera ho salutato le due bambine rohingya. I bambini mi danno tenerezza. La tenerezza fa bene in questo mondo tante volte crudele: ne abbiamo bisogno. Voglio aggiungere una cosa a questo riguardo: sant’Ignazio era mistico. La sua vera figura è stata riscoperta di recente. Si aveva di lui un’immagine rigida. Ma lui era una madre con gli ammalati! Lui era capace di una profonda tenerezza, che ha manifestato in molte occasioni. È stato padre Arrupe che come Generale della Compagnia ci ha ripetuto queste cose e ci ha mostrato la profonda anima di Ignazio. Ha fondato il Centro Ignaziano di Spiritualità e la rivista Christus per approfondire in maniera rinnovata la nostra spiritualità. Per me, è figura profetica. La tua domanda mi fa pensare a quanto sia importante avere un cuore capace di tenerezza e di compassione per chi è debole o povero o piccolo. E ricordatevi che è stato il padre Arrupe a fondare il Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati. A Bangkok, prima di prendere l’aereo sul quale avrebbe avuto un ictus, ha detto: «Pregate, pregate, pregate». Questo era il senso del discorso che là ha rivolto ai gesuiti che stanno lavorando con i rifugiati: di non trascurare la preghiera. Questo è stato il suo «canto del cigno». È stata proprio questa l’eredità ultima che egli ha lasciato alla Compagnia. Capite? La sociologia è importante sì, ma conta di più, molto di più, la preghiera.
 Il dono delle lacrime. A Dacca
Siamo un gruppo di gesuiti che operano nel Bangladesh. Nove siamo originari del Paese, tre vengono dall’India e uno dal Belgio. Dio ci ha benedetti e noi lavoriamo qui in Bangladesh in tre diocesi. La missione conta altri quattordici scolastici, tre juniores e tre novizi. Lavoriamo in una casa di Esercizi e di formazione, nei ministeri parrocchiali, nell’apostolato educativo, e nel servizio per i rifugiati. La prima presenza dei gesuiti in questa terra risale alla fine del Cinquecento. Nel 1600 venne costruita una chiesa, ma già l’anno seguente essa fu distrutta. Dopo alterne vicende siamo nuovamente nel Bangladesh dal 1994, quando siamo stati invitati dalla Chiesa locale. Lei oggi ci dà il privilegio di incontrarla. Noi tutti ci sentiamo orgogliosi di essere gesuiti e chiediamo la sua benedizione. Oggi pensavo di fare un discorso, ma poi ho creduto meglio di non farlo: molto meglio è avere una conversazione aperta...
Le due date che hai menzionato hanno attirato la mia attenzione: 1600 e 1994. Dunque, per secoli i gesuiti hanno vissuto alterne vicende senza una stabilità di presenza. E questo va bene: i gesuiti vivono anche così. Padre Hugo Rahner diceva che il gesuita deve essere un uomo capace di muoversi facendo discernimento, sia nel campo di Dio, sia nel campo del diavolo. Questi vostri anni sono stati un po’ così: un muoversi senza stabilità e un andare avanti alla luce del discernimento.
Santo Padre, grazie per aver parlato del popolo rohingya. Sono nostri fratelli e sorelle, e lei ne ha parlato in questi termini: di fratelli e sorelle. Il Provinciale ha inviato due di noi a svolgere un servizio di aiuto tra loro...
Gesù Cristo oggi si chiama rohingya. Tu parli di loro come fratelli e sorelle: lo sono. Penso a san Pedro Claver, che mi è molto caro. Lui ha lavorato con gli schiavi del suo tempo... e pensare che alcuni teologi di allora — non tanti, grazie a Dio — discutevano se loro avessero un’anima o no! La sua vita è stata una profezia, e ha aiutato i suoi fratelli e le sue sorelle che vivevano in una condizione vergognosa. Ma questa vergogna oggi non è finita. Oggi si discute tanto su come salvare le banche. Il problema è la salvezza delle banche. Ma chi salva la dignità di uomini e donne oggi? La gente che va in rovina non interessa più a nessuno. Il diavolo riesce ad agire così nel mondo di oggi. Se noi avessimo un po’ di senso del reale, questo dovrebbe scandalizzarci. Lo scandalo mediatico oggi riguarda le banche e non le persone. Davanti a tutto questo dobbiamo chiedere una grazia: quella di piangere. Il mondo ha perso il dono delle lacrime. Sant’Ignazio, che faceva questa esperienza, chiedeva il dono delle lacrime. La faceva anche san Pietro Favre. Una volta esisteva il formulario di una Messa proprio per chiedere il dono delle lacrime. E la preghiera era: «Signore, che tu hai fatto scaturire acqua dalla roccia, fai sgorgare lacrime dal mio cuore peccatore». La sfacciataggine del nostro mondo è tale che l’unica soluzione è pregare e chiedere la grazia delle lacrime. Ma io questa sera davanti a quella povera gente che ho incontrato ho sentito vergogna! Ho sentito vergogna per me stesso, per il mondo intero! Scusate, sto solamente cercando di condividere con voi i miei sentimenti...
Come la Compagnia di Gesù può rispondere oggi ai bisogni del Bangladesh?
Sinceramente non conosco bene le attività della Compagnia di Gesù in Bangladesh. Ma il fatto che il Provinciale abbia incaricato due gesuiti di lavorare nei campi profughi mi fa capire che i gesuiti si muovono! E questo è proprio della nostra vocazione, ed è ben detto in una parola della «Formula dell’Istituto» della Compagnia: discurrir, cioè... andare avanti, muoversi... andare in giro... provare gli spiriti... Questo è bello ed è proprio della nostra vocazione.
Ci sentiamo benedetti del fatto che lei è venuto in Bangladesh, cioè in una nazione dove c’è una comunità cristiana così piccola. E lei ha creato cardinale l’arcivescovo della nostra capitale. Come mai questa attenzione per noi?
Devo dire che anche per me il Bangladesh è stata una sorpresa: c’è tanta ricchezza! Nominando i cardinali, ho cercato di guardare alle piccole Chiese, quelle che crescono in periferia. Non per dare consolazione a quelle Chiese, ma per lanciare un chiaro messaggio: le piccole Chiese che crescono in periferia e sono senza antiche tradizioni cattoliche oggi devono parlare alla Chiesa universale, a tutta la Chiesa. Sento chiaramente che hanno qualcosa da insegnarci.
Come si sente lei oggi, dopo aver celebrato la messa con i cattolici? È riuscito a salutare i bambini, come fa sempre?
Sì. Ne ho salutati alcuni. E questa sera ho salutato le due bambine rohingya. I bambini mi danno tenerezza. La tenerezza fa bene in questo mondo tante volte crudele: ne abbiamo bisogno. Voglio aggiungere una cosa a questo riguardo: sant’Ignazio era mistico. La sua vera figura è stata riscoperta di recente. Si aveva di lui un’immagine rigida. Ma lui era una madre con gli ammalati! Lui era capace di una profonda tenerezza, che ha manifestato in molte occasioni. È stato padre Arrupe che come Generale della Compagnia ci ha ripetuto queste cose e ci ha mostrato la profonda anima di Ignazio. Ha fondato il Centro Ignaziano di Spiritualità e la rivista Christus per approfondire in maniera rinnovata la nostra spiritualità. Per me, è figura profetica. La tua domanda mi fa pensare a quanto sia importante avere un cuore capace di tenerezza e di compassione per chi è debole o povero o piccolo. E ricordatevi che è stato il padre Arrupe a fondare il Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati. A Bangkok, prima di prendere l’aereo sul quale avrebbe avuto un ictus, ha detto: «Pregate, pregate, pregate». Questo era il senso del discorso che là ha rivolto ai gesuiti che stanno lavorando con i rifugiati: di non trascurare la preghiera. Questo è stato il suo «canto del cigno». È stata proprio questa l’eredità ultima che egli ha lasciato alla Compagnia. Capite? La sociologia è importante sì, ma conta di più, molto di più, la preghiera.

Missione in Asia
Sul quaderno 4020 «La Civiltà Cattolica» pubblica, a cura del direttore padre Antonio Spadaro, la trascrizione dei colloqui che Papa Francesco, durante il suo viaggio in Myanmar e in Bangladesh, ha avuto con due gruppi di gesuiti. Il primo si è tenuto il 29 novembre scorso, subito dopo l’incontro con i vescovi del Myanmar, nella cappella del pianoterra dell’arcivescovado di Yangon: qui il Pontefice ha trovato ad attenderlo trentuno gesuiti che svolgono la loro missione nel paese. Il secondo incontro ha avuto luogo nella sera del 1° dicembre quando, presso la nunziatura apostolica di Dacca, il Papa si è trattenuto con tredici gesuiti che svolgono la loro missione in Bangladesh. In conclusione il direttore della Civiltà Cattolica sottolinea che in queste conversazioni occorre sempre ricordare quel che il Pontefice ha scritto nella prefazione al libro Adesso fate le vostre domande (Milano, Rizzoli, 2017, pagine 240, euro 19,50) che contiene, tra l’altro, le sue precedenti conversazioni con i gesuiti durante i viaggi. «Devo dire — scrive il Papa — che quei momenti li avverto molto liberi, specie quando avvengono durante i viaggi: si tratta dell’occasione per fare le mie prime riflessioni su quel viaggio. Mi sento in famiglia e parlo il nostro linguaggio di famiglia, e non temo fraintendimenti. Perciò quello che dico a volte può essere un po’ arrischiato». E ha aggiunto: «A volte quello che sento di dover dire lo dico a me stesso, è importante anche per me. Nelle conversazioni mi nascono alcune cose importanti sulle quali poi rifletto». Dalla Civiltà Cattolica anticipiamo per intero i due testi.
L'Osservatore Romano, 14-15 dicembre 2017.