martedì 24 ottobre 2017

Vaticano
Messa a Santa Marta. Nell’abisso del mistero
L'Osservatore Romano
«Entrare nel mistero di Gesù» guardando al Crocifisso e così «lasciarsi andare» nell’«abisso» della sua misericordia. Nell’invito fatto da Papa Francesco durante la messa celebrata a Santa Marta martedì 24 ottobre c’è l’indicazione di un «cammino» per ogni cristiano: un itinerario verso il vero «centro» della propria vita, nel quale scompare ogni parola e resta solo la contemplazione dell’amore di chi «ha dato la vita» per la salvezza dell’uomo.
La meditazione del Pontefice ha preso le mosse dalla prima lettura del giorno, un passo della Lettera ai Romani (5, 12.15.17-19.20-21) nel quale sembra quasi che Paolo non riesca «a esprimere quello che vuole dire». È un brano in cui l’apostolo utilizza una serie di «contrapposizioni»: per cinque volte parla di «un uomo» e di «un altro uomo», inserisce i concetti di «peccato, caduta, disobbedienza, grazia, giustizia, perdono», e ancora contrappone «abbondanza e soprabbondanza», affianca la «giustizia» al «perdono». Nel cercare di portare il lettore «a capire qualcosa», ha spiegato il Papa, l’apostolo usa un metodo che non è «studiato» ma «è proprio quello che gli esce dal cuore». Soprattutto Paolo «sente che è impotente» nello «spiegare quello che vuol spiegare».
In realtà, ha detto Francesco, dietro tutto questo discorso «c’è la storia della salvezza, c’è la creazione, c’è la storia del peccato, della caduta dell’uomo. C’è la “ri-creazione”, cioè la redenzione che la Chiesa dice che sia più meravigliosa della creazione, è più potente». E il linguaggio usato da Paolo si giustifica con il fatto che, effettivamente, «non ci sono parole sufficienti per spiegare Cristo». Perciò egli, avvertendo questa impossibilità, «ci spinge, ci porta quasi fino all’abisso e ci spinge; di più: ci scaraventa, perché cadiamo nel mistero». Nel «mistero di Cristo».
Quindi, ha detto il Pontefice, tutte «queste parole, queste contrapposizioni, queste descrizioni sono soltanto passi nel cammino per inabissarsi nel mistero di Cristo». Un mistero che «è così sovrabbondante, così forte, così generoso, così inspiegabile che non si può capire con argomentazioni». Le argomentazioni, ha aggiunto, «ti portano fino a lì, ma tu devi inabissarti nel mistero per capire chi è Gesù Cristo per te, chi è Gesù Cristo per me, chi è Gesù Cristo per noi».
La sintesi, ha spiegato il Papa, è quella proposta da Paolo In un altro brano in cui, guardando a Gesù, afferma: «”Mi amò e diede se stesso per me”, e non trova un’altra spiegazione». Scrive l’apostolo: «Difficilmente si trova tra noi uno che vuol dare la vita per una persona buona, una persona giusta: è difficile. Ma ce ne sono. Ma uno che voglia dare la vita per un criminale, per un peccatore come me? Solo Gesù Cristo». Così, ha detto Francesco, si entra nel mistero di Cristo. Anche se, comunque, «non è facile: è una grazia».
Tutto ciò, ha spiegato il Papa, lo hanno ben capito i santi. E «non solo i santi canonizzati» ma i «tanti santi nascosti nella vita quotidiana. Tanta gente umile, semplice che soltanto mette la sua speranza nel Signore. Sono entrati nel mistero di Gesù Cristo». Quel mistero che san Paolo descrive come una «pazzia» e del quale afferma anche: «Se io dovessi vantarmi di qualcosa non mi vanterei di quello che ho studiato nella sinagoga con Gamaliele, neppure di quell’altro che ho fatto, della mia famiglia, del mio sangue nobile: no, non mi vanterei di questo. Soltanto, posso vantarmi di due cose: dei miei peccati e di Gesù Cristo crocifisso». Ancora una volta una contrapposizione «ci porta al mistero di Gesù», ovvero: «lui, crocifisso, in dialogo con i miei peccati».
Si tratta in ogni caso, ha continuato il Pontefice, di un cammino difficile, perché «noi non siamo abituati a entrare nel mistero. Quando veniamo a messa, sì, andiamo a pregare, è vero; sappiamo che Gesù viene; anche, sappiamo che lui è nella parola di Dio, che lui viene nella comunità». Ma «questo non basta». Infatti «entrare nel mistero di Gesù Cristo è di più: è lasciarsi andare in quell’abisso di misericordia dove non ci sono parole: soltanto l’abbraccio dell’amore. L’amore che lo portò alla morte per noi».
Per far comprendere meglio tale concetto, il Papa ha utilizzato l’esempio del sacramento della riconciliazione: «Quando noi andiamo a confessarci perché abbiamo peccati», cosa facciamo? «Andiamo, diciamo i peccati al confessore e siamo tranquilli e contenti». Ma «se facciamo così, non siamo entrati nel mistero di Gesù Cristo». Invece «se io ci vado, vado a incontrare Gesù Cristo, a entrare nel mistero di Gesù Cristo, a entrare in quell’abbraccio di perdono del quale parla Paolo; di quella gratuità del perdono».
Ecco allora una domanda per ogni cristiano: «“Chi è Gesù per te?” — “È il Figlio di Dio, la seconda persona della Trinità”. Possiamo dire tutto il Credo, tutto il catechismo, e quello è vero». Ma, ha affermato il Papa, ancora questo è un punto in cui non si riesce a esprimere «il centro del mistero di Gesù Cristo», che è: «Mi amò e diede se stesso per me». Ed è proprio questo il «lavoro che noi cristiani dobbiamo fare». Quindi: «capire il mistero di Gesù Cristo non è una cosa di studio; è una cosa di grazia. Gesù Cristo lo si capisce gratuitamente. Gesù Cristo è capito soltanto per pura grazia».
Un aiuto, ha detto Francesco, può giungere dalla «pietà cristiana», in particolare dall’esercizio della Via crucis: «È camminare con Gesù nel momento in cui lui ci dà l’abbraccio di perdono e di pace». Ed è «bello fare la Via crucis», magari «farla a casa, pensando ai momenti della passione del Signore». Del resto, «anche i grandi santi consigliavano sempre di incominciare la vita spirituale con questo incontro con il mistero di Gesù Crocifisso». E «santa Teresa consigliava le sue monache: per arrivare alla preghiera di contemplazione, l’alta preghiera che lei aveva, incominciare con la meditazione della passione del Signore».
Di fronte al Cristo in croce, ha suggerito il Pontefice, bisogna «incominciare a pensare. E così, cercare di capire con il cuore che “amò me e diede se stesso per me”». Che è poi quello «che Paolo vuol spiegare in questo testo tanto difficile, pieno di contraddizioni: ci vuole portare lì, all’abisso proprio del mistero di Gesù Cristo». Perché ognuno potrebbe dire: «Io sono un buon cristiano, vado a messa la domenica, faccio opere di misericordia, recito le preghiere, educo bene i miei figli», e «questo sta molto bene». Ma occorre andare oltre: «Tu fai tutto questo: ma sei entrato nel mistero di Gesù Cristo?», quello cioè «che tu non puoi controllare»?
Da qui il consiglio del Papa di pregare san Paolo — «un vero testimone, uno che ha incontrato Gesù Cristo e si è lasciato incontrare da lui ed è entrato nel mistero di Gesù Cristo» — affinché «ci dia la grazia di entrare nel mistero di Gesù Cristo che ci amò, diede se stesso alla morte per noi, che ci ha fatti giusti davanti a Dio, che ha perdonato tutti i peccati, anche le radici del peccato: di entrare nel mistero del Signore». E, ha concluso, «ogni volta che guardiamo il Cristo crocifisso, pensiamo che questa è un’icona del più grande mistero della creazione, di tutto: Cristo crocifisso, centro della storia, centro della mia vita».

L'Osservatore Romano,24-25 ottobre 2017