giovedì 14 settembre 2017

L'Osservatore Romano
(Manuel Nin) Nella tradizione liturgica bizantina la festa, il 14 settembre, della «Universale esaltazione della croce preziosa e vivificante» ha un’origine collegata alla dedicazione della basilica della Risurrezione edificata nel 335 a Gerusalemme sulla tomba del Signore e alla celebrazione del ritrovamento della reliquia della croce da parte dell’imperatrice Elena e del vescovo Macario. La croce viene sempre presentata come luogo di vittoria della vita sulla morte, luogo della gioia e della salvezza.
Dalla croce sgorgano la bellezza e la vita. I testi mettono a confronto immagini e simbologia: «La croce esaltata di colui che in essa è stato elevato, induce tutta la creazione a celebrare l’immacolata passione; poiché, ucciso con essa colui che ci aveva uccisi, egli ha ridato vita a noi che eravamo morti, ci ha dato bellezza e ci ha resi degni, nella sua compassione, per sua somma bontà, di prendere cittadinanza nei cieli. Adoriamo il legno benedetto per il quale si è realizzata l’eterna giustizia: poiché colui che con l’albero ha ingannato il progenitore Adamo, viene adescato dalla croce, e cade travolto in una funesta caduta, lui che si era tirannicamente impadronito di una creatura regale. Col sangue di Dio viene lavato il veleno del serpente, poiché con un albero bisognava risanare l’albero, e con la passione dell’impassibile distruggere nell’albero le passioni del condannato».
Nel mattutino i testi danno una lettura cristologica dei cantici biblici: «Tracciando una croce, Mosè, col bastone verticale, divise il Mar Rosso per Israele che lo passò a piedi asciutti, poi lo riunì su se stesso con frastuono volgendolo contro i carri di faraone, disegnando, orizzontalmente, l’arma invincibile». Questa lettura è applicata anche al libro di Giona: «Nelle viscere del mostro marino, Giona stendendo le palme a forma di croce, chiaramente prefigurava la salvifica passione; perciò uscendo il terzo giorno, rappresentò la risurrezione ultramondana del Cristo Dio crocifisso nella carne che con la sua risurrezione il terzo giorno ha illuminato il mondo».
Ancora, la roccia nel deserto da dove scaturisce acqua grazie all’intervento di Mosè col suo bastone, è figura della croce e della Chiesa: «Una verga è assunta come figura del mistero perché, con la sua fioritura, essa designa il sacerdote, e per la Chiesa un tempo sterile è fiorito ora l’albero della croce, come forza e sostegno. La dura roccia colpita dalla verga, facendo scaturire acqua, manifestava il mistero della Chiesa eletta da Dio, di cui la croce è forza e sostegno».
Il cantico del libro di Daniele viene poi letto in chiave trinitaria: «Il folle editto di un tiranno empio sconvolse i popoli, ma non spaventò i tre fanciulli quel fuoco crepitante; ma in mezzo al fuoco, che strideva sotto il vento rugiadoso, essi salmeggiavano. Benedite, fanciulli pari in numero alla Trinità, Dio Padre creatore, inneggiate al Verbo che è disceso, e ha mutato il fuoco in rugiada; e sovraesaltate per i secoli lo Spirito santissimo».
Per i cantici della Madre di Dio e di Zaccaria, i testi presentano Maria come nuovo Eden: «Sei mistico paradiso che, senza coltivazione, o Madre di Dio, ha prodotto il Cristo, dal quale è stato piantato sulla terra l’albero vivificante della croce. Esultino tutti gli alberi del bosco, perché la loro natura è stata santificata da colui che nel principio l’ha piantata, Cristo, disteso sul legno. La morte, sopravvenuta alla nostra stirpe per il frutto dell’albero, è oggi distrutta dalla croce, perché la maledizione che nella progenitrice colpiva tutta la stirpe, è annullata grazie alla prole della pura Madre di Dio».
L'Osservatore Romano, 13-14 settembre 2017.