sabato 2 settembre 2017

(a cura Redazione "Il sismografo")
(Damiano Serpi - ©copyright) Ci siamo ricaduti tutti nuovamente. Troppo ghiotta l'immagine di un Papa che ricorre alle sedute di psicanalisi per non imbastirci sopra una marea di illazioni, ricostruzioni, ipotesi e facili caricature.  Ieri, appena le testate giornalistiche mondiali battevano titoloni tipo "Papa Francesco è andato in cura dall'analista" oppure "anche il Papa va dallo psicologo", il tam tam dei social si dilettava a proporci l'immagine del Papa, con la sua veste bianca, sdraiato su un lettino da psicoanalista. Ancora peggio alcuni hanno iniziato a intravedere nella notizia un possibile attentato alla inviolabilità della dottrina della Chiesa o, addirittura, una preoccupante deriva di un cattolicesimo che abdica al ruolo predominante della fede. Qualche ben pensante è arrivato persino a domandarsi come si possa avere in sella un Papa che, da uomo di Dio,  fece ricorso alla psicoanalisi invece che alla forza interiore della propria fede in Gesù Cristo.
Sembrava uno scoop davvero favoloso a cui nessuno dei più noti commentatori ha voluto, ben potendolo si intende, far mancare il proprio punto di vista ricco di dietrologie e giudizi senza appello che hanno scomodato secoli di storia del rapporto tra fede e psicologia. Il Papa che va da un psicologo, per giunta donna e per di più di fede ebraica, avrebbe affascinato tutti e tenuto il lettore attaccato agli schermi degli iPhone e iPad per il tempo necessario a rendere la notizia una vera bomba mediatica. Poco importa che la storia risalga a quasi 4 decenni fa o che le esatte parole pronunciate dal Papa fossero altre, l'importante era presentare la notizia con ogni enfasi possibile, poi tanto meglio se si creava l'equivoco. Ancora meno importava che già in passato lo stesso Pontefice aveva in qualche modo parlato dell'importanza che questa donna medico aveva avuto nella sua vita personale.
Tuttavia, come accade sempre più spesso con le faccende che riguardano la vita precedente di chi siede sul soglio di Pietro e le sue dichiarazioni pubbliche, le cose stanno in modo molto diverso da come più di qualcuno, per solo piacere di vendere uno scoop o per malizia ben programmata, le ha volute propinare ad una opinione pubblica credulona e attenta solo ai titoloni di facciata piuttosto che alla sostanza delle cose. Ancora una volta ha prevalso il vizio di fare di tutta l'erba un grosso fascio non solo estrapolando soltanto ciò che può legittimare in apparenza gli "strilli" di stampa più coinvolgenti e sensazionali, ma decontestualizzando completamente una parte della dichiarazione resa dal Papa durante l'incontro con il suo interlocutore.  In questo perverso gioco al rilancio di notizie dai titoli fascinosi (vi ricordate quella che voleva il Santo Padre colpito da un tumore al cervello e in cura presso un famoso medico giapponese di cui si erano addirittura diffuse delle foto poi risultare taroccate ?), per l'ennesima volta ci si è basati solo su qualche grossolana sintesi artatamente ritagliata, per non dire confezionata, per il grande pubblico  e, così, si è completamente tralasciato il contenuto della vera affermazione fatta dal  Papa in quel dialogo con il sociologo francese su quella sua personale esperienza. Ma andiamo con ordine per cercare di capirne di più.
Il tutto è nato da una affermazione dello stesso Papa Francesco contenuta in un libro di prossima uscita redatto dal sociologo francese Dominique Walton dal titolo "Papa Francesco: incontri con Dominique Wolton: politica e società” e divulgata in anteprima da un famoso quotidiano parigino. Nel raccontare quale importante ruolo avessero avuto nella sua vita alcune figure femminili, coma la madre e le nonne, Papa Francesco ha ricordato anche quella di una dottoressa in psicologia di fede ebraica che ebbe modo di frequentare. Papa Francesco è un uomo che ama la verità e non nasconde mai ciò che pensa o ciò che reputa utile raccontare a chi ha il piacere e la fortuna di poter dialogare apertamente con lui. Forse questo può essere ritenuto da qualcuno un errore da evitare quando si è Pontefici. In effetti, data la presenza in giro di tanti mistificatori della realtà, questo modo di essere franchi potrebbe essere pericoloso e andrebbe evitato, tuttavia non è così per Papa Francesco che non ne fa mistero. Ecco perché, del tutto liberamente e con precisione, quella affermazione ci dice soltanto che, quasi 40 anni, fa l'allora sacerdote gesuita Jorge Mario Bergoglio "consultò  una dottoressa medico psicanalista ebrea per chiarire alcune cose". Un rapporto corretto, professionale che andò avanti per qualche mese e si concluse definitivamente  più tardi quando la stessa donna, sul punto di morte, sentii, dopo anni di distanza e di silenzio, il bisogno di un dialogo  spirituale con quel prete gesuita che ebbe modo di conoscere. Fu un incontro importante che, come detto dallo stesso Santo Padre, gli fu di aiuto. "Era una persona molto buona", così la definisce il Papa ricordandola nel suo racconto con sincero affetto. Questa è la notizia nel suo semplice complesso, tutto il resto è pura invenzione.  Il testo esatto della dichiarazione parla di "consulto" e non di sedute di psicoanalisi, di lettini, di taccuini su cui scrivere le cose importanti o di sottomissione della fede al potere della scienza medica che si occupa della psiche umana.  Le affermazioni fatte dal Papa ci raccontano di un incontro proficuo che fece bene all'allora sacerdote Bergoglio e non di cure o di chissà cos'altro la nostra morbosa curiosità ci spinge a costruire.
Nulla sappiamo di cosa ci fu all'origine di quel consulto così come nulla sappiamo del bisogno che ebbe quella donna di parlare con quel sacerdote nel momento del suo addio a questa vita terrena. Nulla sappiamo perché nulla di ciò che è successo deve interessarci.  Il Papa ci ha raccontato un episodio della sua vita che, più di arrendevolezza verso la psicoanalisi o di abdicazione alla scienza da parte della fede, ci racconta l'esigenza degli uomini di aprirsi al dialogo, al confronto e alla condivisione del bisogno di "parlare" di ciò che si incontra nella vita e di cui, forse, si ha paura. D'altronde basta leggere tra le righe per capire che se una donna medico di fede ebrea sente il bisogno di chiamare al suo capezzale un sacerdote cattolico conosciuto tanto tempo prima, allora dietro a quell'episodio c'è molto di più di quanto noi possiamo troppo facilmente dipingere con titoli ad effetto per ottenere il massimo dei click.
Ancora una volta Papa Francesco, più che di dogmi o di strenue difese di posizioni ufficiali (che peraltro non sembrano essere comunque minimamente scalfite da ciò che ci è stato raccontato in quella dichiarazione), ci ha voluto raccontare, con il suo stile personale, la storia di un incontro, di un dialogo tra due persone molto diverse tra loro. Un medico psicologo donna ed ebrea da una parte, e un sacerdote, per di più gesuita,  della Chiesa cattolica  dall'altra. Ciò che ha evidenziato il Papa in quel racconto è l'importanza del potersi parlare e di quanto bene faccia farlo con lealtà e spirito costruttivo.
A quei tempi, parliamo del periodo a cavallo tra la fine degli anni 70 e l'inizio degli anni 80, l'attuale Papa non era neanche Vescovo ma "solo" un ex provinciale dei gesuiti d'Argentina che iniziava una nuova esperienza come rettore del Collegio Màximo per la formazione degli studenti che desideravano entrare nella compagnia dei Gesuiti. Forse il nuovo incarico di formatore aveva posto nuove sfide importanti all'ex provinciale tanto da provocare in lui la necessità di un confronto con se stesso e con le sue capacità , chissà. Tuttavia non è importante conoscere questi dettagli, ma raccontare in modo chiaro ciò che sono state le esatte parole del Papa. Non si tratta, infatti, di raccontare ciò che ha fatto oggi chi è Papa, ma di riportare esattamente ciò che un sacerdote di nome Bergoglio fece tanti decenni fa quando nessuno poteva neanche immaginare la sua ascesa al soglio pontificio. Occorre sfatare un falso mito che aleggia ancora tra di noi e che oggi usano soprattutto i detrattori della Chiesa per seminare zizzania e, soprattutto, per alimentare la cultura del sospetto.
I Papi, tutti quanti senza alcuna distinzione, prima di essere guida della Chiesa cattolica sono stati bambini come noi, adolescenti come noi, uomini come noi. Sono state persone con dei sentimenti, con dei dubbi, con dei problemi quotidiani, con gioie e dolori, con soddisfazioni e cocenti delusioni. I Papi, così come i sacerdoti tutti, non possono essere visti come dei supereroi che hanno la risposta per ogni domanda e sono immuni dai dubbi e incertezze che attagliano ognuno di noi, oppure come automi che, una volta impostati, non hanno più bisogno di aiuto o di confronto.  Sono uomini che portano avanti, non senza sacrificio, difficoltà e dedizione, la parola di Dio e l'insegnamento di Gesù Cristo perpetuatosi nella dottrina ultra millenaria della Chiesa  tra i cambiamenti delle società che si avvicendano con sempre più frequenza. I Papi, come noi, hanno avuto bisogno dei medici, degli amici con cui confidarsi, dei confessori con i quali stendere i loro dubbi e chiedere consiglio, dei professionisti, siano essi medici o scienziati, con cui aprire importanti dialoghi seppur nella differenza di credo e di pensiero. Non esiste un vero cristiano se non sorgono in lui dubbi e incertezze.
Proprio noi che ascoltiamo quotidianamente gli oracoli di chi si definisce astrologo per sentirci rincuorare nelle decisioni che dobbiamo prendere non abbiamo alcun titolo per ricamare su questi innocenti racconti del Papa riferiti alla sua vita precedente per alimentare insinuazioni o sospetti. Ancora una volta impariamo a leggere bene ciò che invece vogliamo commentare conoscendo solo i titoli che altri sintetizzano per noi. Il dialogo, quello che più sta a cuore a Papa Francesco, non si può basare su pillole di sintesi somministrate da altri ma necessita di sforzo e di impegno personale.