martedì 1 agosto 2017

Hugo Chávez
(Lucia Capuzzi) Alla deriva Il presidente minaccia di «togliere l' immunità ai deputati». L' opposizione non molla: non lasceremo l' Aula. Altre 12 vittime Gli Usa impongono sanzioni. La Chiesa: «illegittima» l' Assemblea Parolin esorta al dialogo Con la Costituente «si imporrà la giustizia per tornare alla pace». Parola di Nicolás Maduro che, alla chiusura delle urne, domenica, si è esibito in un discorso- show sulla tv nazionale in cui ha commentato, con enfasi, «la più importante elezione degli ultimi diciotto anni». Il giorno dopo la controversa votazione per i 545 delegati che riscriveranno la Costituzione, però, il clima in Venezuela è di "scontro frontale". L' opposizione - riunita nella Mesa de unidad democrática (Mud) - ha annunciato la prosecuzione della protesta di piazza. Mentre il presidente del Parlamento, Julio Borges, ha già detto che non cederà l' Aula alla neonata Assemblea. Quest' ultima dovrebbe insediarsi, giovedì, nel Salón Elíptico del Palazzo legislativo, nello stesso edificio dove si riuniscono i deputati, in maggioranza appartenenti alla Mud. La coabitazione si presenta turbolenta. Sempre che - come più volte ventilato -, la Costituente non decida di sciogliere il Parlamento "ribelle". Tecnicamente ha il potere per farlo. E lo stesso Maduro ha esortato l' Assemblea a «rimettere ordine», togliendo l' immunità ai deputati in modo da sottoporli alla giustizia. Riprendere il controllo del legislativo - dal 2015 in mano alla Mud - sembra essere stato, del resto, fin dall' inizio, il principale obiettivo della mossa presidenziale di riscrivere la Costituzione. Non l' unico, però. Il leader ha subito invitato la nuova entità a «riconquistare il comando » della Procura. Non ci vuole molta immaginazione per leggervi il "consiglio" di destituire Luisa Ortega, l' alto magistrato chavista "colpevole" di aver criticato la Costituente e di aver ribadito, ieri, di non riconoscerla. All' interno dello schieramento governativo, dunque, sembra aver vinto l' ala più intransigente, legata al numero due, Diosdado Cabello. Non a caso, con tutta probabilità, sarà lui a presiedere l' organismo costituente. Non riconosciuto dall' opposizione, dalla Chiesa e da gran parte della comunità internazionale. In primis dagli Stati Uniti. Già domenica, il Dipartimento di Stato ha preannunciato misure contro «gli architetti dell' autoritarismo ». E, ieri, l' Amministrazione ha congelato gli asset di Maduro sotto la giurisdizione americana e vietato ai propri cittadini di fare affari con lui. Nessuna sanzione, invece, contro l' industria petrolifera. Di cui, nonostante la retorica conflittuale, Washington è il maggior cliente della nazione latinoamericana, da cui acquista 750mila barili al giorno. Maduro, per il momento, ha scelto di fare la voce grossa. «Che ci importa di ciò che dice Trump - ha tuonato -? Conta il popolo». Già il popolo. Quest' ultimo, secondo il governo, avrebbe partecipato in massa, con un' affluenza del 41,5 per cento. L' opposizione, al contrairo, parla di poco più di 2,5 milioni di votanti, appena il 12 per cento della popolazione. Due settimane prima, al contrario, 7,7 milioni si sarebbero pronunciati contro la nuova Costituzione in una consultazione convocata dalla Mud e non riconosciuta dall' esecutivo. Nell' assenza di verifiche indipendenti, non è possibile avere un numero certo. In ogni caso, la maggioranza non è andata alle urne. E la consultazione è stata segnata da forti violenze: si contano almeno dodici vittime da sabato, per un totale di 125 morti dall' inizio delle proteste, il 4 aprile. Proprio l' opposizione di gran parte della popolazione, ha spinto la Chiesa venezuelana a definire la Costituente «illegittima», come ha detto l' arcivescovo di Caracas, Jorge Urosa. «Non è stata convocata dal popolo» e «non servirà a risolvere i problemi del Paese», ha aggiunto. Il segretario di Stato, il cardinale Pietro Parolin, ha esortato a «trovare una maniera pacifica e democratica» per uscire dalla crisi. E ha ribadito la necessità di un dialogo nazionale, opzione per cui la Santa Sede e lo stesso papa Francesco si spendono da tempo.
Quel «populismo senza più popolo» Così muore il chavismo
La «miglior Costituzione del mondo», come la definì Hugo Chávez, a breve, andrà in soffitta. A spedircela, l' erede politico del defunto leader, Nicolás Maduro. È difficile prevedere gli scenari futuri del Venezuela. Un dato, tuttavia, emerge con chiarezza: il voto del 30 luglio ha certificato la fine del chavismo. Per mano dei suoi stessi sostenitori e propugnatori. Le cifre sull' affluenza diffuse da governo e opposizione non potrebbero essere più diverse. Il primo parla di una partecipazione del 41,5 per cento. La seconda riduce la quota al 12. E, tuttavia, al di là dello scarto, i due numeri presentano un denominatore comune: la maggioranza dei cittadini non si è recata alle urne. Anche a prendere per buoni i dati dell' esecutivo, il 58,5 per cento della popolazione è rimasta a casa. È una minoranza a sostenere la nuova Costituzione. Ma il governo ha deciso di procedere comunque. Questo segna la fine dell' esperienza chavista per come era stata concepita - con tutti i suoi evidenti limiti e contraddizioni - dal fondatore. Quando decise di convocare la Costituente per «riforndare lo Stato », appena eletto, nel 1999, Chávez sottopose la questione a referendum. Vinto con una percentuale intorno all' 87 per cento. Al voto successivo - l' approvazione della Carta -, il sì raggiunse quota 72 per cento. Per quattordici volte in 15 anni di potere, l' ex parà si è sottoposto allo scrutinio popolare. Ne è uscito vincitore quasi tutte, ad eccezione della consultazione del 2007 sulla riforma in senso socialista della Costituzione. Sempre, però - questo glielo riconoscono anche i più accaniti detrattori - ha rispettato il mandato delle urne. Certo, i toni populisti, la manipolazione in chiave elettorale dei sussidi, le minacce ai media critici hanno caratterizzato l' intera era Chávez. Indipendenza delle istituzioni e diritti civili sono stati "stiracchiati" e riaggiustati a misura del leader. Mai, però, quest' ultimo ha superato il Rubicone della democrazia. Mai ha oltrepassato il limite della "volontà popolare", seppur in qualche modo indotta. Il "populismo senza popolo" è una caratteristica propria dell' era Maduro. A quest' ultimo - investito dallo stesso Chávez per l' indubbia fedeltà indipendentemente dagli inesistenti meriti politici - va il merito di aver sdoganato tale categoria nell' America Latina del XXI secolo. Il suo debutto - ancora incerto - è cominciato con le elezioni parlamentari del 2015, vinte dall' opposizione con il 64 per cento dei consensi. Una chiara inversione di tendenza rispetto a due anni prima quando Maduro era riuscito a spuntarla - pur di un soffio - sul rivale Henrique Capriles. Il vento era cambiato. Colpa della feroce crisi economica, dovuta alla dipendenza - mai superata nonostante la retorica chavista - dell' intero apparato da un' unica risorsa: il petrolio. Invece di riconoscere la realtà e avviare un dialogo effettivo con la controparte, il governo ha addirittura alzato il tiro. Compiendo un passo inedito: riscrivere le "regole del gioco" da una posizione, come esso stesso ha ammesso, di minoranza. E ora? Le ipotesi più accreditate sono tutte drammatiche: incremento della repressione, radicalizzazione della lotta anti-chavista, intervento dei militari a sostegno di una delle due parti. Tra le ceneri del chavismo, sembrano rispuntare "vecchie soluzioni" che hanno dilaniato il Novecento latinoamericano. A meno che non si abbia il coraggio di inaugurare un percorso nuovo. Quello illustrato, domenica per l' ennesima volta, dal segretario di Stato, il cardinale Pietro Parolin, già nunzio a Caracas e profondo conoscitore del Continente. «L' unica strada è sempre la stessa - ha detto -: ci si deve incontrare, parlare, ma seriamente, per trovare un cammino di soluzione».