mercoledì 9 agosto 2017

Vaticano
Il percorso che riporta il mondo globalizzato al Vangelo
La Repubblica
(Alberto Melloni) Nel 1965 in una conferenza su papa Giovanni minutata per lui da Giuseppe Dossetti, il card.  Giacomo Lercaro individuava le tre culture nelle quali si possono classificare gli ecclesiastici.  Vedeva da un lato gli uomini dei manuali, la cui sola ambizione è scriverne uno che scalzi quelli  degli altri nelle facoltà teologiche; dall’altro poneva gli uomini dei saggi, troppo problematici per  accontentarsi dei sistemi dottrinali, ma incapaci per questo di giungere a una sintesi. E infine  collocava gli uomini delle fonti: quelli che arretravano così profondamente nella tradizione biblica e patristica da poter precorrere il futuro.
La tripartizione, che funzionava sui papi degli anni  Cinquanta-Sessanta, funziona ancora: e letta oggi fa dire che Papa Francesco è uomo delle fonti, in  modo peculiare. Non sente il fascino della patristica che prendeva un uomo come Roncalli:  Bergoglio è uomo della Bibbia e del Vangelo, letto sine glossa. Basta scorrere le sue omelie  mattutine, o gli Angelus nei quali spiega sempre le letture del giorno, per sentire una capacità di  spezzare la parola (nel senso liturgico della  fractio)  senza retropensieri e senza complessi di  inferiorità. È questa tessitura biblica che consente a Papa Francesco di incastonare le sue eclettiche  letture di romanzieri, teologi e filosofi che non costituiscono un canone, ma un percorso. Ed è dalla  intimità col Vangelo che Bergoglio è arrivato a leggere Zygmunt Bauman, che usa volentieri e che  non cita quasi mai – non per ingratitudine, ma perché lui, il Papa, non è di quei preti vanitosi che  nascondono la loro insicurezza fra citazioni inutilmente erudite. L’analisi di Bauman della post- modernità serve a Francesco perché in essa vi ritrova la drammatica del Vangelo stesso: cioè la  violenza che incombe là dove la povertà inerme appare come una minaccia del potere e del  privilegio, perché ne svela la vulnerabilità. La formula dello “scarto” è quella che più di ogni altra è  servita a Francesco in questa dimensione evangelica; ma non di meno quella che ha colto nella  globalizzazione e nelle grandi migrazioni la chiave per ridisegnare il principio del dialogo come  antidoto alla guerra, che non è altro che l’apoteosi di una idolatria bestiale. Quando si conobbero  Francesco disse a Bauman che «quando non c’è dialogo, è l’inizio della guerra». Ecco questa è una  estate senza dialogo. Dunque leggere Bauman. O il Vangelo.
La Repubblica, 9 agosto 2017

Bergoglio un’estate leggendo Bauman (Paolo Rodari, La Repubblica)