martedì 8 agosto 2017

L'Osservatore Romano
(Nicola Gori) «Per combattere il traffico e la tratta di migranti» occorre «aprire vie di accesso legali e sicure, attraverso politiche e leggi mirate e lungimiranti», visto che «le politiche migratorie restrittive hanno spesso contribuito ad aumentare l’offerta di canali alternativi di migrazione». È l’auspicio dello scalabriniano Fabio Baggio, che in questa intervista all’Osservatore Romano racconta gli inizi della sua esperienza come sotto-segretario della Sezione migranti e rifugiati del dicastero per il Servizio dello sviluppo umano integrale.

Con lo storico viaggio a Lampedusa Papa Francesco ha messo al centro del suo pontificato l’accoglienza e il rispetto della dignità degli immigrati. Una scelta confermata anche dall’istituzione del vostro dicastero?
Direi proprio di sì visto che al suo interno è stata costituita una speciale sezione dedicata alle questioni inerenti migranti, rifugiati e vittime della tratta.
Il Pontefice ha voluto avocare a sé ad tempus la guida di tale sezione. Quest’ultima risponde in primo luogo alla sua volontà di assistere le conferenze episcopali e le diocesi nello sviluppo di risposte pastorali adeguate alle sfide migratorie contemporanee attraverso l’offerta di informazioni affidabili, la produzione di valutazioni scientifiche e riflessioni teologiche sulle questioni di competenza, la formulazione di direttive e programmi. La sezione è nata ufficialmente il 1° gennaio scorso e per questo siamo ancora nella fase iniziale di organizzazione del lavoro e degli uffici. Con il Papa, abbiamo visto la necessità, almeno per questo primo anno, di metterci all’ascolto delle diverse realtà ecclesiali presenti nel mondo e impegnate nell’accompagnamento di migranti, rifugiati e vittime della tratta. Stiamo raccogliendo informazioni preziosissime che ci permetteranno di sviluppare un piano operativo adeguato ed efficace, con priorità e obiettivi chiari.
Come ha vissuto questi primi mesi di lavoro nel dicastero?
Come missionario scalabriniano ho deciso di dedicare tutta la mia vita ai fratelli e alle sorelle migranti. Poterlo fare nel «cuore» della Chiesa e al diretto servizio del Pontefice è un grande onore. L’esperienza di sotto-segretario della Sezione migranti e rifugiati si è rivelata molto più ricca e coinvolgente di quello che avevo immaginato nel novembre scorso, quando ho dato la mia disponibilità a Papa Francesco. Nonostante le sfide siano enormi — e dal punto di osservazione in cui mi trovo oggi si vedono in tutta la loro urgenza — mi conforta la sollecitudine pastorale che ho riscontrato in tanti vescovi, sacerdoti, religiosi e religiose e laici che ho avuto modo di incontrare in questi mesi. Sono tutti entusiasti della premura dimostrata dal Santo Padre verso i migranti e i rifugiati di ogni continente. Tutti hanno manifestato una totale disponibilità a coordinare gli sforzi in modo da rendere ancor più tangibile l’amore maternale della Chiesa verso questi nostri fratelli e sorelle.
La solidarietà nei confronti dei migranti è un imperativo per i cristiani. Come attuarla nella vita quotidiana delle comunità parrocchiali?
Papa Francesco ha richiamato spesso la necessità di promuovere la cultura dell’incontro in contrapposizione alla cultura dell’indifferenza e dello scarto, che minacciosamente sembrano acquistare spazi importanti nelle società contemporanee. Il dovere sacro dell’ospitalità, più volte ribadito nell’Antico testamento, trova la sua definitiva consacrazione nella parabola del giudizio universale (Matteo 25, 31-46), dove Gesù Cristo si identifica con il forestiero che bussa alla porta chiedendo di essere accolto. Mi permetto di aggiungere che oltre a essere un dovere, l’accoglienza dell’altro, del forestiero, del diverso rappresenta per ogni cristiano una vera opportunità di incontro intimo e personale con Dio, presente nella persona accolta. Per le comunità parrocchiali si tratta di una vera opportunità per vivere la cattolicità della Chiesa, nella quale tutti i battezzati possono rivendicare il diritto di cittadinanza. Per tutti i cristiani si tratta di una vera opportunità missionaria, un’occasione provvidenziale di testimoniare la propria fede attraverso la carità.
Cosa si può fare per porre fine al dramma del traffico di esseri umani?
Alla fine del diciannovesimo secolo Giovanni Battista Scalabrini, vescovo di Piacenza, denunciava pubblicamente la nefasta opera di tanti agenti di emigrazione, che reclutavano con l’inganno migranti in giro per l’Italia con l’unico fine di trarne ingenti profitti. Li chiamava «commercianti di carne umana». Il santo vescovo suggeriva una nuova legge comprensiva sull’emigrazione che proteggesse i partenti, fornendo loro informazioni veritiere e garantendo loro vie sicure di espatrio. Anche se i tempi sono cambiati, sono convinto che la prima misura da adottare per combattere il traffico e la tratta di migranti sia quello di aprire vie di accesso legali e sicure, attraverso politiche e leggi mirate e lungimiranti. Le politiche migratorie restrittive hanno spesso contribuito ad aumentare l’offerta di vie di migrazione alternative.
Ci sono soluzioni praticabili per il ritorno alla pace in Medio oriente e per evitare l’esodo dei cristiani da quelle terre?
Dobbiamo riconoscere il generoso sforzo profuso finora da tanti attori internazionali e anche dalla Chiesa cattolica al fine di assicurare la pace a territori che sono stati martoriati dalle guerre negli ultimi decenni. Nonostante le difficoltà reali, non bisogna mai perdersi d’animo e continuare a insistere sul dialogo tra le diverse parti. Bisogna lavorare assiduamente per ricucire ferite antiche e riconciliare animi devastati dal rancore. La creazione di società plurali e inclusive non è un’utopia, visto che abbiamo esempi concreti in tante parti del mondo. Bisogna avere tanta pazienza, perché la via del dialogo molto spesso non è la più corta, ma è indubbiamente l’unica che può garantire una pace sostenibile.
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Con Bergoglio a Buenos Aires
Originario di Bassano del Grappa, in Veneto, cinquantadue anni, da venticinque è sacerdote dei missionari di san Carlo Borromeo, famiglia religiosa che ha la missione specifica delle persone in mobilità. Pur essendo nata per seguire i migranti italiani, infatti, nel 1968 ha ampliato l’opera a tutti i migranti, rifugiati e marittimi. Per questo padre Baggio ha maturato sul campo la propria esperienza pastorale nel mondo dell’emigrazione, svolgendo il ministero in Europa, in America latina e in Asia: inizialmente nel cuore del vecchio continente, in Svizzera e in Germania, con gli italiani; poi in Italia quando hanno cominciato ad arrivare i primi immigrati latinoamericani. Forte di questa competenza si è quindi trasferito in America latina: dapprima a Santiago del Cile, come vice parroco, cappellano della comunità peruviana e consigliere della commissione episcopale per le migrazioni; e poi a Buenos Aires, dove ha diretto il dipartimento per la migrazione dell’arcidiocesi retta da Jorge Mario Bergoglio, ricoprendo anche il ruolo di segretario nazionale dell’Opera della propagazione della fede, Opere missionarie pontificie Argentina. Al contempo ha insegnato all’Universidad del Salvador nella capitale argentina e all’istituto di teologia di San Paolo In Brasile: paesi, questi, che dopo la seconda guerra mondiale erano diventati un approdo naturale per l’emigrazione degli europei, soprattutto quelli più giovani, in fuga dalle distruzioni del conflitto. Successivamente ha vissuto nelle Filippine: una nazione costruita sull’emigrazione, da dove in quei tempi partivano un milione di persone ogni anno. Ha insegnato all’ateneo di Manila e alla Maryhill School of Theology di Quezon City, ha diretto lo Scalabrini Migration Center e la rivista «Asian Pacific Migration Journal». Infine, dopo un periodo di insegnamento come professore invitato presso lo Scalabrini International Migration Institute, incorporato nella facoltà di teologia della Pontificia università Urbaniana, dal 2010 ne è divenuto docente ordinario e preside. Dal 1° gennaio scorso è sotto-segretario della Sezione migranti e rifugiati del Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale.
L'Osservatore Romano, 8-9 agosto 2017.