sabato 19 agosto 2017

(a cura Redazione "Il sismografo")
(Damiano Serpi - ©copyright) Chi di noi, volendo imparare ad usare un iphone o un ipad, cerca ausilio in un libretto di uso e manutenzione di un vecchio Commodore 64 o di una macchina da scrivere elettronica Olivetti ? Nessuno, semplicemente perché è del tutto inutile farlo dato che la tecnologia ha cambiato tutto e ciò che era utile nel passato ora non lo è più. Ecco, nello stesso modo, per affrontare il problema degli attentati terroristici nella nostra società contemporanea, tutti si intende e non solo quelli commessi da chi si proclama musulmano, non si può usare soltanto ciò che ci è servito nei decenni scorsi per debellare o affrontare altri feroci terrorismi.
Tutto questo perché il mondo è mutato, la società si è trasformata, la percezione dell’uomo e dell’umanità sulle cose e, ahimè sullo stesso valore della vita, sono completamente cambiate.
Ad ogni attentato terroristico ci indigniamo, proviamo paura, sentiamo il bisogno di esprimere cordoglio e solidarietà verso chi è stata vittima della ferocia omicida. Ciò nonostante, subito dopo la prima fase del dolore e della vicinanza,  si continuano a usare schemi, spiegazioni fantasiose, modelli, ricette e soluzioni che purtroppo oggi non sono più utilizzabili perché ciò che è cambiato è proprio l’essenza dei fenomeni che vogliamo combattere e non gli effetti efferati sugli innocenti che vengono individuati come bersagli. Ogni qualvolta si verificano cruenti attentati terroristici contro inermi cittadini, come quello di due giorni fa a Barcellona, ecco riaprirsi il solito dibattito sul come sia potuto succedere, su chi c’è dietro, sul perché l’intelligence non ha saputo prevenire ogni cosa e via dicendo. Tutti i leader mondiali al verificarsi di ogni attentato si sentono in dovere di ripetere che “i terroristi non vinceranno e non ci potranno fermare”.
Tutti vogliono rincorrere le notizie e proporre soluzioni, tuttavia pochissimi si pongono la necessaria domanda da cui partire, ovvero ma perché succede tutto questo ? C’è chi parla di guerra di religioni, chi di islamismo politico, chi di jihad, chi di indottrinamento dei fondamentalisti e via dicendo. Però nessuno evidenzia una cosa semplicissima, ossia che a portare morte sono sempre e comunque persone, uomini e donne, ragazzi e adulti che vivono in questo mondo e quasi sempre lo hanno fatto in mezzo a noi, tra le nostre strade e piazze. Per un solo momento bisognerebbe tralasciare il ruolo dell’Isis o di Al Qaeda e soffermarsi su chi compie materialmente gli attentati, su quella forza lavoro a bassissimo costo che porta la morte dentro le nostre città. Bisogna uscire dai contenitori di geopolitica per comprendere come si possano avere al giorno d’oggi giovani pronti a seminare morte addirittura senza usare armi o esplosivi.
Non vi è dubbio che questi nuovi portatori di morte siano indottrinati, che certe concezioni deviate di fede abbiano condizionato le loro decisioni in maniera preponderante. Non vi è dubbio che tanti di loro usino come bandiera il nome di Allah e via discorrendo. Tuttavia perché ci odiano così tanto da volerci vedere morti sul selciato di una piazza o davanti ad un centro commerciale ? Perché non vedono l’ora di ucciderci tra la folla senza sapere nulla di noi, della nostra vita, dei nostri problemi, della nostra fede e delle nostre fatiche ? Perché un ragazzo di soli 17 anni, che vive nell’era di internet e dell’economia globalizzata, decide di mettersi alla guida di un furgone per falciare decine e decine di persone per poi scendere dal mezzo ridendo come se per lui quel terrore fosse stata la più grande gioia della vita ? Perché un giovane terrorista nato e cresciuto in Europa prova giubilo per aver ucciso un bambino di soli tre anni la cui unica colpa è stata quella di trovarsi con la propria famiglia in strada in un caldo pomeriggio di agosto ?
Molti direbbero che è tutta colpa dell’Isis, di Al Qaeda e di quel fondamentalismo che predica morte e usa tutto e tutti per portare morte in casa nostra e non solo. Altri diranno che questi terroristi usano droga e sostanze psicotrope varie per essere indotti a compiere tali barbarie. Altri ancora sosterrebbero che bisogna alzare muri e impedire a chi occidentale non è di entrare in Europa. C’è chi sostiene che questi sono gli ultimi colpi di coda di uno stato islamico ormai sconfitto nei propri territori, altri che occorre costringere la comunità, o meglio, le comunità islamiche europee ad isolare al proprio interno chi si è fatto plagiare dalle teorie fondamentaliste per poi denunciare alle autorità il loro comportamento. C’è del vero in tutto ciò, ma  questo ci è sufficiente o stiamo solo guardando a una parte del problema ?
Non bisognerebbe, al contrario, capire perché queste organizzazioni criminali riescono così facilmente a convincere, plagiare, affascinare questi giovani, spesso nati e cresciuto tra di noi e con i nostri figli, a portare il terrore dentro le nostre città e le nostre stesse case ? Non dovremmo soffermarci un attimo per capire perché questi terroristi accettano il rischio non solo di morire loro stessi negli attentati ma addirittura di mettere in conto di uccidere nella loro folle corsa in auto loro propri amici, parenti, familiari e correligionari ? Non è forse l’odio, un odio viscerale e puro, ciò che lega tutti questi fenomeni e coloro che vogliono unirsi a queste organizzazioni per dar sfogo a quel senso di vendetta che si trasforma in quelle risate che molti testimoni dell’attentato di Barcellona hanno visto su quel viso di un giovane di neanche 18 anni ?
Due giorni or sono,  dopo aver usato un twitter per esprimere il giusto cordoglio al popolo spagnolo, lo stesso presidente Trump ha “cinguettato” una seconda volta per far sapere al mondo che con i terroristi bisognerebbe fare come fece ai suoi tempi un vecchio comandante militare statunitense della prima guerra mondiale, il generale Pershing. Secondo una leggenda metropolitana, peraltro mai verificata con testimonianze e con documenti e pertanto non vera, questo generale, mentre era nelle Filippine alla fine del 1800, sconfisse il terrorismo di matrice islamica del tempo prendendo 50 militanti musulmani e uccidendone 49 con dei proiettili preventivamente imbevuti nel sangue di maiale, animale ritenuto empio dalla religione musulmana. Sempre secondo la leggenda i corpi di questi 49 militanti uccisi furono poi sepolti avvolti nella cotenna di suino davanti agli occhi del cinquantesimo militante che venne risparmiato solo perché così potesse raccontare al resto dei musulmani ribelli come l’esercito statunitense avrebbe trattato loro se fossero continuati gli attentati.
Ma siamo sicuri che soluzioni di questo tipo, che allora forse potevano anche avere degli effetti, siano oggi quelle giuste ? Ci possiamo permettere di usare schemi di ragionamento così superficiali  e modelli solutori così sbrigativi per capire e risolvere questo fenomeno di morte a cui ci stiamo, purtroppo, abituando ? Un leader mondiale, il più importante leader politico mondiale, può solo permettersi di suggerire all’universo pubblico una soluzione del genere che non fa altro che evidenziare le differenze di credo religioso e legittimare l’uso della violenza contro chi lo è stato primo di noi ? In tutto ciò che ne è dell’uomo e dell’umanità se non un continuo primeggiare in armi e violenza gli uni sugli altri ? Tutto questo ci aiuta a capire il fenomeno di oggi o, al contrario, non rischia solo di aumentare lo scontro e di far scivolare il tutto verso il conflitto tra religioni o tra culture che gli stessi terroristi vogliono alimentare in ogni modo ?
Spesso chi vuole approfondire la realtà del fenomeno terroristico attuale viene tacciato di voler cercare giustificazioni a quella ignobile violenza, ma non è affatto così. Spesso ci si sente dire che con il terrorismo che insanguina le nostre città basterebbe applicare, ad esempio, la cura che mise fine al periodo del brigatismo rosso o a quello palestinese. Tuttavia questa è una pia illusione perché i fenomeni non sono comparabili se non per il fatto che entrambi portavano morte e dolore. Il fenomeno del terrorismo moderno è, infatti, sui generis, completamente. Lo è per gli obiettivi, lo è per le finalità, lo è per i modi di realizzazione e lo è per il contesto generale di una società ormai troppo evoluta per poter essere vaccinata con presidi sanitari datati. Lo è perché questo terrorismo è nato in una società globalizzata in tutto, nei trasporti, nelle comunicazioni, nell’economia.
Le Brigate Rosse avevano una finalità eversiva, ossia sconfiggere lo stato e sostituirsi ad esso con un progetto ben chiaro da essere persino codificato e pubblicizzato. Il terrorismo palestinese che insanguinò l’Europa tra gli anni 70 e 80 aveva un preciso obiettivo, costringere le cancellerie europee a fare pressioni perché Israele mettesse fine all’occupazione dei territori.  Chi si getta oggi con un furgone in mezzo ad un’area pedonale cercando di zigzagare il più possibile per provocare il maggior numero di vittime non ha alcun intento eversivo, non intende cambiare la forma di stato o di governo di un paese, né vuole sostituirsi al potere dello stato o chiedere qualcosa in cambio alle cancellerie europee. Chi sceglie di usare il car ramming o i coltelli dentro un centro commerciale vuole solo sfogare il proprio odio verso altri simili che neanche conosce ma odia con tutto se stesso. Le Brigate Rosse sceglievano i propri obiettivi con maniacale precisione. Giudici, politici, poliziotti, avvocati, manager, uomini della finanza erano le loro scelte principali perché bisognava indebolire lo stato. Il terrorismo contemporaneo non sceglie alcun obiettivo. Tutti sono un obiettivo e non importa loro, così come invece interessava ai brigatisti, procacciarsi il favore del popolo con una lotta di classe. Anzi, tutto il contrario.
Questi terroristi di oggi gioiscono nel vedere la gente comune morire, provano soddisfazione personale nel vedere gli effetti feroci delle proprie azioni. Non interessa loro chi mettono sotto con le ruote dei furgoni noleggiati con una carta di credito. Non interessa loro trascinare dalla loro parte l’opinione del “popolo” che invece scelgono di far soccombere. Tutto questo dovrebbe farci riflettere e suscitare in noi la semplice domanda : ma perché mi odiano, odiano proprio me che passeggio con i miei figli in una piazza, odiano proprio me che mi trovo in strada per guadagnarmi il mio misero stipendio che mi permette di far studiare i miei figli, odiano proprio me che ero in strada per caso e non so nulla di chi mi vuole vedere morto per poi poter ridere di gioia del mio sangue versato ?
Porsi queste domande non significa cercare giustificazioni al terrorismo, anzi significa smontarne l’essenza per distruggerla. Nessun attentato che porta morte è giustificabile e chi lo fa è solo complice di chi uccide. Tuttavia non possiamo non iniziare a guardare questi fenomeni con occhi diversi e capire che per sconfiggerli non possiamo usare ricette vecchie o sistemi antiquati che oggi potrebbero al massimo avere un effetto palliativo. L’intelligence, il controllo del territorio, l’aumento delle misure di sicurezza e l’isolamento di chi predica morte sono tutte azioni giuste e preziose che devono essere incrementate, tuttavia bisogna iniziare a intervenire per togliere ad ogni sigla terrorisrica il combustibile che rende possibile l’incendio, ovvero l’odio che pervade la vita di questi giovani nati e cresciuti in Europa e figli di una mancata integrazione. Senza odio non si può uccidere nessuno volontariamente. Senza odio nascono le remore a compiere un attentato sanguinario. Senza odio si ha più cura della propria stessa vita.
Il terrorismo dei nostri giorni non si può sconfiggere solo con l’uso delle armi, della repressione militare, dell’intelligence o con la costruzione di altissimi muri invalicabili che rendano impossibile varcare le frontiere geografiche disegnate dall’uomo nella storia. Non si possono solo individuare categorie semplicistiche come “i buoni” e “i cattivi” per ricamarci su teorie di prevalenza o di merito. Occorre anche ragionare di integrazione, di rispetto, di dialogo e di quanto la società globalizzata contribuisca attraverso la crescita esponenziale in ogni parte del mondo di indifferenza e scarto umano.  Il terrorismo di oggi, proprio perché diventato “social” ci riguarda tutti e ci deve spingere a riflettere su dove sta andando il mondo contemporaneo e la sua società umana.