sabato 19 agosto 2017

L'Osservatore Romano
I civili non devono essere un bersaglio nei conflitti. Per rilanciare questo drammatico appello è stato scelto lo slogan #NotATarget per la Giornata mondiale umanitaria che si celebra oggi su iniziativa delle Nazioni Unite. La Giornata è stata scelta dall’Assemblea generale nel 2009 in ricordo delle vittime del bombardamento della sede delle Nazioni Unite a Baghdad, in Iraq, nel 2003, in cui persero la vita 22 persone impegnate in azioni umanitarie. È un’occasione per rendere omaggio a coloro che hanno perso la vita aiutando le persone più povere, emarginate e vulnerabili e per ricordare gli operatori in servizio in tutto il mondo tra pericoli e avversità.
Negli ultimi dieci anni le sedi delle Nazioni Unite sono diventate bersaglio dei terroristi. Oltre all’attacco a Baghdad del 2003, ad Algeri, nel 2007, 17 persone persero la vita a causa di una bomba che distrusse gli uffici del Programma di sviluppo delle Nazioni Unite (Undp) e danneggiò quelli dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati. A Kabul nel 2009, sei impiegati dell’Onu morirono durante un attacco armato alla foresteria che li ospitava. Questi sono solo gli episodi più gravi ed eclatanti.
Si stima che siano almeno 130 milioni le persone che vivono in emergenza umanitaria. Di questi, circa 60 milioni sono stati costretti a lasciare le proprie case. I primi 10 paesi con il maggior numero di rifugiati interni sono nell’ordine: Yemen, Siria, Iraq, Ucraina, Nigeria, Repubblica Democratica del Congo, Afghanistan, Colombia, Repubblica Centrafricana e Sud Sudan.
Le guerre si accompagnano sempre a emergenze umanitarie. Ma ci sono poi i conflitti minori che devastano i territori quasi nel silenzio generale e che si uniscono a carestie di vario tipo. È quanto accade nei paesi tristemente citati tra i primi dieci nella drammatica lista delle emergenze.
In particolare, guardando a Sud Sudan, Yemen, Somalia e al nord-est della Nigeria, quest’anno l’Onu ha lanciato l’allarme per quella che ha definito «la crisi umanitaria più grave dalla fine della Seconda guerra mondiale», con oltre venti milioni di persone che rischiano di morire di fame.
L’aiuto si basa su una serie di principi fondamentali: l’umanità, l’imparzialità, la neutralità e l’indipendenza. Secondo il diritto internazionale consuetudinario, agli operatori i deve essere sempre garantito l’accesso nei paesi colpiti da crisi umanitarie, conflitti o disastri climatici, al fine di fornire un’assistenza che per molti fa la differenza tra vita e morte.
La risposta immediata alle emergenze è però solo un aspetto del lavoro. Gli operatori forniscono anche supporto psico-sociale per ricostruire la vita delle comunità, per mantenere una pace durevole e sostenibile e per affrontare nuove crisi.
L'Osservatore Romano, 19-20 agosto 2017.