mercoledì 2 agosto 2017

Centinaia di monaci buddisti hanno invaso nei giorni scorsi le strade di Kathmandu protestando per il fatto che nessun monastero è stato ricostruito a più di due anni dal violento terremoto che ha sconvolto il Nepal. I monaci sono arrivati da venticinque distretti lamentando che i ritardi nell’opera di ricostruzione dei loro luoghi di culto li costringe a pregare all’addiaccio e sotto la pioggia. Furi Sherpa Lama, del distretto di Solukhumbu, denuncia che «il ritardo è dovuto alla riluttanza delle autorità nel ripristinare le strutture sacre dei buddisti. Durante i mesi delle piogge — spiega ad Asianews — non abbiamo posti al riparo in cui pregare e compiere i riti». Il sisma del 25 aprile 2015 ha distrutto case, scuole, templi indù, carceri, e ha provocato la morte di oltre novemila persone e il ferimento di altre 22.300. Secondo il Buddhist Philosophy Promotion and Monastery Development Committee (Bppmdc), la scossa di magnitudo 7.9 ha danneggiato 993 monasteri buddisti, su un totale di circa cinquemila edifici religiosi. All’indomani del terremoto, l’Autorità per la ricostruzione ha stimato in otto miliardi di rupie — 66,6 milioni di euro — i fondi necessari per riportare i templi all’antico splendore. Ma circa un mese fa, i funzionari hanno rivisto al ribasso i finanziamenti, sancendo che i monasteri riceveranno in tutto un miliardo di rupie, pari a 8,3 milioni di euro.
Va detto che il ritardo nella riedificazione riguarda tutte le case e gli edifici del paese. Di recente fonti ufficiali del governo hanno ammesso che in ventiquattro mesi sono state ricostruite appena cinquantamila case sulle 887.353 andate distrutte. Ma il dato più allarmante è che la ricostruzione delle poche abitazioni “fortunate” è stata possibile solo grazie ai finanziamenti delle associazioni caritative, che da tutto il mondo hanno fatto arrivare il proprio contributo.
Da subito è emersa la profonda inadeguatezza delle istituzioni nel gestire i lavori, aggravata dalla corruzione dilagante e dalla lentezza nella nomina dei membri dell’Autorità nazionale per la ricostruzione (Nra) incaricati di stabilire i danni e indirizzare i fondi arrivati dalla comunità internazionale. Il via libera alle opere è avvenuto nel dicembre 2015, dopo otto mesi, quando il Parlamento ha approvato il Reconstruction Authority Bill che ha istituito l’Autorità e la sua dirigenza.
Dopo circa un anno e mezzo, appena 1300 sopravvissuti hanno ricevuto la prima rata di aiuti per ricostruire la propria casa. In totale, a disposizione dell’Autorità ci sono circa quattro miliardi di dollari, ma finora il governo ha siglato accordi pari solo a 2,6 miliardi. Ad aggravare ancora di più un quadro così drammatico, ha suscitato indignazione la decisione di Kathmandu di mandare le ruspe alla periferia della capitale per spianare la tendopoli dove avevano trovato rifugio almeno duemila persone, nell’intento di convincerle a tornare nei propri villaggi.
L'Osservatore Romano, 1°-2 agosto 2017.