martedì 8 agosto 2017

(Francesca Paci) Di cosa parliamo quando parliamo dei campi libici che il viceministro agli Esteri Mario Giro ha  paragonato all’inferno? Attraverso i tre organismi internazionali che vi hanno parzialmente accesso  - l’agenzia Onu per i rifugiati Unhcr, l’Organizzazione internazionale per le migrazioni e Medici  senza Frontiere - sappiamo che si tratta di centri di detenzione dove vengono portati gli «irregolari», che tra Tripoli, il Nord-Ovest del Paese e Sebha ne esistono 34 (noti) con una capienza totale di 8  mila persone e che sono ufficialmente sotto il controllo dell’autorità per la lotta all’immigrazione  clandestina ( Directorate for combating illegal migration ) ossia Tripoli. Il resto è la cronaca di chi li  visita.  «Entriamo più volte alla settimana in una ventina di centri per organizzare ritorni umanitari e  portare kit medici, materassi, aiuti non alimentari ma anche cibo, possiamo testimoniare condizioni  inaccettabili», racconta il direttore dell’Ufficio di coordinamento per il Mediterraneo dell’Oim  Federico Soda, reduce da un’audizione al Comitato parlamentare su Schengen. Tutte le strutture  dipendono dal governo, insiste, ma diverse sono gestite da milizie e si tratta verosimilmente di  quelle interdette agli stranieri: «Parliamo della Libia come se fosse un corpo omogeneo con  un’unica catena di comando. Non è così. Nei campi vige l’arbitrio, la situazione cambia da un luogo all’altro, alcuni migranti ci dicono di essere stati picchiati per soldi, altri di aver subito torture o  abusi sessuali, altri denunciano malnutrizione». L’ultimo in cui è stato ammesso, tre mesi fa, si  trova nella capitale libica: «È una specie di caserma con un muro intorno e un cortile a cielo aperto  con le baracche. Dentro ci sono decine di uomini, donne, bambini, mamme che partoriscono da  sole: tutti insieme, alcuni sulle poche brandine e altri in terra. Non c’è ventilazione, la luce filtra da  finestre molto piccole, i bagni sono pochi e gli escrementi sono ovunque. Ero lì per rimpatriare 176  uomini e una trentina di donne: una minima parte dei detenuti stipati in uno spazio più che  sovraffollato». Un’impressione analoga emerge dalle parole dell’Alto commissario Onu per i Rifugiati Filippo  Grandi all’indomani della sua visita a Tripoli e ad alcuni centri di detenzione. «Sono rimasto  scioccato dalle condizioni in cui sono detenuti migranti e rifugiati», ripete Grandi spiegando di aver  visto persone dormire le une sulle altre. Il personale internazionale dell’Unhcr ha lasciato la Libia  nel 2014 e è attualmente basato in Tunisia ma, nonostante le forti limitazioni, ha deciso di espandere la propria presenza nel Paese. A oggi ha accesso a 15 centri dai quali nel 2016 ha ottenuto il rilascio  di 578 persone ma dei quali denuncia l’assenza di cure mediche, servizi igienici e privacy, il  sovraffollamento, la detenzione prolungata. Il quadro è quello di compound in cui vengono portati i migranti intercettati dalla Guardia Costiera  ma anche gente arrestata in blitz notturni o da singole persone. Lo staff di Medici senza Frontiere  visita circa 1300 detenuti al mese (nei centri accessibili) e parla di «disponibilità quotidiana d’acqua in quantità minima per bere o lavarsi, correnti interruzioni di corrente elettrica, cure mediche  permesse in un ambiente altamente militarizzato e non sempre in piena libertà».  Ma allora perché non creare centri gestiti direttamente dall’Unhcr in collaborazione con gli altri  organismi internazionali, una struttura tipo quelle dell’Oim in Niger? La risposta è corale: «In Libia  oggi è impossibile raccogliere il consenso per una scelta del genere. Intorno ai centri di detenzione  girano troppo soldi, i migranti sono un business da assai prima che raggiungano il Mediterraneo».