sabato 12 agosto 2017

L'Osservatore Romano
(Silvia Guidi) «La parola greca leitourgìa ci fa già capire perché la Chiesa delle origini scelse questa espressione per indicare l’offerta di preghiere e ringraziamenti a Dio». L’autore, il gesuita Keith F. Pecklers, inizia dall’etimologia per rendere il suo Atlante storico della liturgia (Milano, Jaca Book, 2017, pagine 260, euro 80) il più universale ma meno generico possibile. Non a caso, l’immagine in sovraccoperta è un capolettera miniato tratto da un salterio domenicano di metà Quattrocento e sul retro è raffigurata una vetrata di Kim En Joong dedicata a santo Stefano che decora la basilica di Saint-Julien de Brioude in Francia.
Opere lontane nel tempo e nello spazio ma legate da una stessa destinazione d’uso, dallo stesso desiderio di dialogare con Dio attraverso gesti, immagini, parole, riti condivisi.
Letteralmente leitourgìa significa lavoro, e contiene un riferimento al popolo. Nel mondo secolare greco-romano la liturgia era identificata sia con progetti comuni e pubblici fatti per il bene della comunità, sia con il particolare ufficio pubblico in cui si poteva essere coinvolti. Gradualmente nella società greca il termine venne collegato con vari tipi di servizio: atti di gentilezza verso un amico o un vicino, o compiuti dagli schiavi per i padroni.
Solo nel secondo secolo il termine venne associato al culto cristiano; un periodo storico in cui nascono le prime forme di pietà popolare e di devozioni religiose. Nel secondo secolo, nota Pecklers, era già un’abitudine che i cristiani a Roma facessero una “passeggiata” la domenica pomeriggio lungo la via Appia per visitare le tombe dei martiri. Dopo la pace di Costantino, i pellegrinaggi in Terra santa diventarono sempre più frequenti tra i cristiani. La pietà popolare crebbe in epoca medievale: i francescani diedero un’importante contributo nel XIII secolo promuovendo la devozione all’umanità di Gesù oltre che alla sua divinità. Le origini del presepio introdotto proprio dai francescani si possono collocare in tale contesto. A questo tema Pecklers dedica un ampio capitolo, «Liturgia e pietà popolare in una Chiesa multiculturale», citando il contributo della l’Evangelii nuntiandi.
Molti secoli sono passati dalle prime “passeggiate” dirette verso le tombe dei martiri — siamo nel 1975 — e Paolo VI sente il bisogno di tornare a riflettere sulla ricchezza dell’etimologia per non ridurre a folclore un fenomeno così radicato e importante per la trasmissione della fede. Una forma chiamata “pietà” perché differente dai mezzi e dalle strutture più formalizzate dell’espressione religiosa. La pietà popolare, continua il Papa, «manifesta una sete di Dio che solo i semplici e i poveri possono conoscere» e soddisfa una necessità che altre forme di religiosità non riescono a intercettare e a colmare. È una fede semplice che offre la possibilità di apprezzare la compassione e la bontà di Dio; la pietà popolare viene chiaramente vista in una luce positiva e presentata come strumento di evangelizzazione.
I vescovi dell’America latina diedero un importante contributo all’argomento, — nota l’autore nel suo Atlante — dapprima nella loro Conferenza di Medellín in Colombia, nel 1968, e poi nuovamente undici anni dopo, nel 1979, a Puebla, in Messico.
A Medellín venne raccomandato uno studio serio e sistematico della pietà popolare, insieme a una reinterpretazione delle devozione ai santi non solo come intercessori, ma anche come modelli da imitare. Il documento pubblicato dalla conferenza di Puebla fornì un’ulteriore riflessione sul tema. «Grazie all’iniziativa dei vescovi dell’America Latina — sottolinea Pecklers — e ai significativi studi fatti negli anni Settanta e Ottanta del Novecento soprattutto dai teologi dell’America centro-meridionale, la pietà popolare è di nuovo tornata nel vocabolario della Chiesa e viene ora riconosciuta come un importante fattore della vita dei fedeli» offrendo calore umano, partecipazione emotiva, coesione sociale, riferimenti identitari e segni esteriori di un comune cammino interiore condiviso.
Una mappatura accurata delle devozioni locali offre molti spunti di riflessioni interessanti, spiega Pecklers nel suo Atlante della fede cristiana vissuta e “pregata” in tutto il mondo. Esperienze che fanno di nuovo respirare la Chiesa a pieni polmoni, per usare un’espressione cara a Giovanni Paolo II, facendo dialogare oriente e occidente, nord e sud del mondo.
«Bisogna dire — scrive Pecklers — che i cristiani d’Oriente sono ben più avanti degli occidentali nell’uso del corpo, con le loro numerose processioni e prostrazioni, così come in un uso più pieno dei simboli che aprono i fedeli al mistico e al trascendente. Le tradizioni liturgiche orientali sono spesso state descritte come un’esperienza di “Cielo in terra”».
Per contro, i cristiani occidentali lungo i secoli hanno spesso accostato il culto cristiano in modo più cerebrale e meno corporeo rischiando di «indebolire il potere simbolico» e il fascino di riti che traghettano all’eterno dal tempo.
L'Osservatore Romano, 11-12 agosto 2017.