venerdì 11 agosto 2017

(Damiano Serpi - ©copyright) In questi giorni stiamo assistendo, ancora una volta, ad un continuo bombardamento mediatico sul problema immigrazione. Per dirla tutta, e essere sinceri sino in fondo con noi stessi, bisognerebbe precisare che non si sta affatto parlando di immigrazione nella sua essenza più profonda, ma esclusivamente di mere strategie che limitino in un modo o nell'altro l'arrivo di migranti e profughi sulle coste italiane. Ai più questa distinzione sembrerà una sottigliezza del tutto inutile, tuttavia non lo è affatto. Infatti, una cosa è approfondire il problema dell'immigrazione che riguarda il mondo intero e un'altra è disquisire su come l'Italia, o forse bisognerebbe dire l'Europa, debba affrontare il flusso di migranti che dalla Libia arriva sulle sue coste. Nel primo caso si tratterebbe di trovare e soffermarsi sulle origini e le cause di una malattia grave che sta attanagliando l’intera società contemporanea, nel secondo esclusivamente di dibattere su come affrontare una sintomaticità di quella malattia a livello locale.
Lasciando da parte questa differenza, che meriterebbe di essere approfondita e spiegata con dovizia ai cittadini che ascoltano più o meno con passione o rassegnazione le tante trasmissioni televisive che ci bombardano di opinioni e interviste, c'è un aspetto che da qualche tempo serpeggia con sempre maggior frequenza nei vari salotti televisivi, ossia il tentativo di appropriarsi o strumentalizzare le parole del Papa e della Chiesa piegandole semplicemente a grimaldello della propria partigiana posizione politica o di scuderia. A seconda di come e di cosa si vuole ottenere molti commentatori cercano con una spavalderia impressionante di usare il pensiero del Papa e le prese di posizione ufficiale della Chiesa per portare l'acqua al proprio mulino in un periodo topico come quello che precede le ormai imminenti elezioni politiche del prossimo mese di febbraio.
Proprio ieri si sono sentiti alcuni esponenti della politica italiana e tanti commentatori  affermare che "finalmente" anche la Chiesa, dopo un intervento del Presidente della CEI Cardinale Bassetti, si era allineata sulle posizioni di chi da tempo esprimeva la propria preoccupazione per l'invasione senza controllo dell'Italia da parte dei nuovi "barbari" africani mentre, dall'altra parte politica, si faceva notare come anche Papa Francesco e il Vaticano avessero “alla fine” dato il proprio placet alla nuova direzione politica del governo italiano decisosi a combattere senza quartiere i trafficanti di essere umani. A sentire certi commenti parrebbe che il Santo Padre e i suoi più fidati collaboratori abbiamo deciso di modificare “in corsa” la propria posizione in tema di immigrazione e di abbracciare tesi più "ragionevoli" sulla necessità di accogliere chi scappa da fame e guerre, nonché sull'obbligo di salvare ogni vita umana che rischia di annegare sul Mar Mediterraneo.
Per poter fare tutto questo ci si sente autorizzati a prendere spezzoni di discorsi, stralci di omelie, porzioni di dichiarazioni per montare interi servizi che, basati su illazioni, fantomatici retroscena e poco accurati riassunti, cercano di avvalorare la tesi che anche la Santa Sede, e con essa la Cei, si è arresa all'evidenza che non si possono accogliere tutti i migranti in Italia, che non si può salvarli tutti e che bisogna in primis lottare contro chi fa commercio con la disperazione di quelle persone.
Tuttavia le cose stanno in modo molto diverso. Innanzitutto bisogna sempre ricordarsi che il Papa parla al mondo intero e non solo all'Italia. Quando il Santo Padre e il Vaticano parlano di immigrazione, ad esempio, non lo fanno solo riferendosi a ciò che avviene nel Mar Mediterraneo o nel tratto di mare che insiste tra la Libia e la Sicilia. Quando il Papa parla di immigrazione lo fa riferendosi alla fragilità umana di chi, in ogni parte del mondo, è costretto ad abbandonare il suolo natio perché minacciato dalla guerra, dalle violenze, dalla persecuzione, dalla fame, dalle carestie e da ciò che i cambiamenti climatici stanno provocando a intere regioni del pianeta. Il Santo Padre non esprime giudizi su singoli casi, lasciate come logica alle conferenze episcopali locali, ma evidenzia la posizione della Chiesa sulle sofferenze concrete di interi popoli costretti a vagare per trovare pace, speranza e cibo per vivere in un mondo sempre più polarizzato tra chi continua ad essere sempre più ricco e chi, invece, diventa sempre più povero.
La posizione della Chiesa, proprio perché universale, non può essere ristretta ad uso e consumo di una parte ma deve essere compresa alla luce dell'intero fenomeno mondiale. Il Santo Padre non ha come suoi riferimenti principali le norme di diritto positivo di un dato paese piuttosto che di un altro o le linee guida elaborate da una commissione statale o internazionale, ma esclusivamente il Vangelo e la dottrina sociale della Chiesa che si è sviluppata in oltre 2000 anni.
Le parole del Papa vanno poi lette conoscendo meglio il contesto in cui vengono pronunciate e la storia a cui fanno riferimento. Se si fa così ci si accorgerà con molta semplicità, e con tutta evidenza, che Papa Francesco non solo non ha mai affermato che l'Italia dovesse accogliere tutti i migranti economici dell'area sub sahariana, ma ha sempre evidenziato come fosse elemento primario di un concreto aiuto a chi fugge una lotta senza quartiere verso i mercanti di uomini che, con inaudita violenza e senza scrupoli, si arricchiscono sulle spalle di poveri disperati in cerca di pace e di speranza di vita. La Chiesa, e per essa il Papa, non hanno cambiato opinione sulla questione dell'immigrazione come oggi molti cercano di farci credere per trovare facili alibi al proprio immobilismo o alle proprie incapacità di mantenere posizioni precedentemente assunte. Anzi, non c'è posizione al mondo che non sia più chiara della Chiesa perché ancorata alla sua dottrina che evidenzia come sia necessario tutelare, salvaguardare e proteggere l’esistenza umana di chi è in pericolo e di chi cerca solo quel minimo di dignità che ogni uomo deve poter avere per aver ricevuto da Dio il dono della vita. Sono gli altri, tutti o quasi, che ogni volta cercano di estrapolare dalle parole del Papa e della Chiesa porzioni a loro necessarie per consentire cambiamenti di linea, o peggio, giravolte impressionanti motivate, per lo più, dall’approssimarsi di appuntamenti elettorali.
Il Santo Padre, e con lui la Chiesa nel suo complesso,  non ha a cuore il problema dell'immigrazione solo perché non vuole che si ripetano le tragedie del mare alle quali assistiamo impotenti da tanto tempo, ma perché l'immigrazione è uno di quei tanti fenomeni della nostra società contemporanea che deriva dalla cultura dello scarto, dall'indifferenza verso i più deboli, dal commercio delle armi e dallo stravolgimento climatico dovuto ad un uso spregiudicato del creato. Volendo essere oltremodo sintetici possiamo tranquillamente dire che la migrazione è solo uno dei capitoli principali di quel libro sulla realtà attuale della condizione umana che sta a cuore alla Chiesa e alla sua più alta guida.
Cercare di usare le posizioni del Papa e della Chiesa per avvalorare proprie tesi e propri programmi politici non ci aiuta affatto nel comprendere il vero messaggio che lo stesso Pontefice ci vuol far arrivare, ovvero che occorre avvicinarsi ai bisogni di chi soffre per iniziare a capire invece di giudicare. Ciò che differenzia il Papa e la Chiesa dagli altri leader e istituzioni è semplicemente il fatto che al Santo Padre non interessa tanto l’immigrazione come fenomeno sociale da arginare con sistemi legislativi e azioni di polizia di frontiera, ma come manifestazione eclatante del bisogno di aiuto delle persone che sono costrette a compiere quei viaggi. Il problema non è trovare il modo di accogliere in Italia tutti coloro che arrivano o impedire che si parta dalla Libia, ma iniziare a ragionare sul fenomeno comprendendo in primo luogo il bisogno di chi fugge e le ragioni di chi decide di cercare speranza altrove.
Ancora una volta in Italia, come d'altronde in tutta Europa e in gran parte del mondo occidentale, si crede, o meglio si cerca di far credere all'opinione pubblica, che messo un tappo al flusso di immigrati proveniente dalla Libia si sarà risolto definitivamente il problema. Tuttavia non è così e non sarà così perché l'immigrazione non è un fenomeno temporaneo che può essere risolto con una pezza o un cerotto. L'immigrazione, soprattutto quella attuale, non è semplicemente una puntura di spillo su una camera d'aria che può essere riparata con un po' di colla e un buon rattoppo resistente. È questo che Papa Francesco ci vuol far capire. L'immigrazione non riguarda solo noi, riguarda il mondo intero e questa nostra società globalizzata che continua a generare ricchezze ma anche scarto e indifferenza. L'immigrazione non può essere vista come una emergenza momentanea o, ancora peggio, come una rogna da scaricare a qualcun altro come se fosse una patata bollente che brucia troppo a tenerla in mano per lungo tempo.
L’immigrazione non è un problema dei soli stati, degli apparati di sicurezza, delle organizzazioni internazionali ma nostro. In fin dei conti è questo ciò che non vogliamo capire perché ci fa paura solo pensarci. Le tante immigrazioni, seppur localizzati in alcune aree geografiche del mondo, ci riguardano tutti per il solo fatto che derivano anche dal nostro personale e giornaliero comportamento nel scegliere cosa comprare, come spendere i nostri soldi e come considerare il prossimo.
L'Italia potrà anche riuscire a far diminuire il flusso di migranti dalla Libia attraverso accordi con le autorità locali o facendo adottare linee guida per le ONG che operano nel campo del salvataggio a mare, tuttavia gli italiani non avranno risolto il problema perché esso si ripresenterà, o in maniera diretta oppure in maniera indiretta, in un prossimo futuro con forme e modalità diverse. Ciò non significa, come molti hanno detto e sostenuto nei mesi scorsi, che non sia necessario combattere i trafficanti di essere umani, anzi tutto il contrario. Tuttavia l'immigrazione deve essere un problema per tutta l'umanità perché altrimenti sarà solo un continuo esodo ciclico che non avrà più fine e che cercheremo di scaricarci l’un con l’altro.
Occorre spostare l’attenzione da ciò che percepiamo come effetto del fenomeno immigrazione a ciò che sta alla base della sua esistenza. Non dobbiamo solo vedere nell’immigrazione il problema del doverli accogliere tutti, l’esigenza di proteggere le frontiere e il dovere di salvarli tutti dalle onde del mare. Bisogna esercitarsi a comprendere l’esigenza umana che molte persone come noi hanno quando decidono di scappare dalle proprie case. Non si tratta dell’invasione di locuste o di  cavallette da cui dobbiamo proteggerci con barriere e profilassi. Si tratta di maree umane in fuga da ciò che anche noi abbiamo contribuito a causare con un uso spregiudicato dell’economia, dell’ambiente e del commercio, per non parlare delle guerre fomentate per vendere armi di distruzione di massa.
Il Santo Padre parla di qualcosa di più alto quando cerca in ogni modo di farci riflettere sull’impatto dell’immigrazione nella nostra società contemporanea. Non si tratta assolutamente di semplici strategie da adottare per arginare gli effetti di una malattia ma esclusivamente di esaltare il bisogno di chi è scartato per comprenderne il grido di dolore e iniziare una nuova politica mondiale che tenga conto di queste esigenze primarie violate in primo luogo dalla nostra indifferenza o egoismo.
Per questo non ci potrà fare che bene riflettere sulle parole del Papa e sulla posizione ufficiale della Chiesa prendendoci il tempo di approfondire leggendo ciò che è ufficiale e non accontentandosi di ascoltare riassunti e pillole che ci vengono proposte solo come slogan, spesso interessato, del momento.