sabato 5 agosto 2017

(Renzo Salvi) Abbiamo ricerche ancora da condurre, scoperte da fare, stupori dai quali farci sorprendere. Per questo ci si può concedere il piacere di una citazione d’apertura, quasi all’improvviso: «I miei  occhi hanno visto Nomadelfia, la città che ‘ha per legge la fratellanza’ e le mie orecchie hanno  captato la V o c e di ‘Adesso’, l’ostinato testimone della crocifissione di Cristo. Pazzia o fuoco di  paglia? (...) E se invece si trattasse della città di Gesù e della sua voce?». Non è un errore di trascrizione quel «voce» a lettere spaziate e con l’iniziale maiuscola: il testo è  redatto per essere letto dai microfoni e alcune modalità di scrittura sono indicazioni per la scansione del dire, quasi una nota da copione; come le parole virgolettate o qualche traccia aggiunta in punta  di penna o l’accostamento di termini con l’aggiunta/ sottrazione di consonante («prodigo» e appena  dopo «prodigio» con la «i» rimarcata in matita). Don Loris Capovilla prepara i testi e si prepara con questa precisione per le conversazioni che – dal  27 maggio 1945 al 12 marzo 1950, di domenica, alle 12:05 – propone dalla Sede Rai di Venezia  sulle frequenze regionali della Radio. l’«Adesso» cristiano  Osservare quei testi, dattiloscritti e corretti e predisposti in prima persona dall’autore, poi anche  espositore dei medesimi, speaker unico del programma per oltre 270 conversazioni, conferma che  nulla è lasciato al caso, che le parole sono puntuali e soppesate, che non è l’immediatezza o la  passione del momento a sostenere – controcorrente rispetto a non poche, autorevoli valutazioni  nella Chiesa ed a moltissime posizioni dell’establishment politico – che è «voce di Gesù» il  periodico di chi (don Primo Mazzolari) è sospettato, isolato, condannato per le sue posizioni di  cristianesimo radicale proclamato e vissuto, Nel marzo del 1951 di «Adesso» verrà imposta la  sospensione delle pubblicazioni per decisione del Sant’Uffizio. Ed altri vincoli seguiranno per don  Primo: il divieto di pubblicare articoli, quello di predicare fuori dalla parrocchia... Tutto con  l’intento di porre e tenere al confino quelle proposte e quelle parole: dentro l’argine, nel mondo  circoscritto di Bozzolo. Don Loris Capovilla è di ben altro parere: «Domenica scorsa – puntualizza nel primo minuto di  trasmissione – Gesù mi ha detto di guardare la luce di Nomadelfia, la città che ‘ha per legge la  fratellanza’ e la visione non si è cancellata dalla memoria: oggi il Bimbo che non parla, ‘l’infante’ di Betlemme, mi invita ad ascoltare, nella libera voce di ‘Adesso’ la sua voce. ‘Adesso’, se non lo  sapete, è un quindicinale; qualcosa di più, un movimento di cristiani che si accusano prima di  accusare, che si impegnano senza pretendere l’impegno degli altri, che credono alla efficacia del  fermento evangelico. – È gente esaltata, sussurrano i soliti bene informati. Gente senza  moderazione, destinata al fallimento... –. L’ho raccolta io questa ‘edificante’ messa a punto, in casa  nostra, naturalmente». La modalità di comunicazione, la retorica narrativa che don Loris ha mantenuto come cifra, a dir  poco spettacolarmente, sin oltre il secolo di vita, accosta, in passaggi strettissimi di fraseggio, il  tema dell’infante – il bimbo che appunto non parla: ma qui si tratta dell’infante da cui origina la  Parola stessa, l’infante di Betlemme – con la figura di quel piccino, fattosi adulto nel divenire del  tempo, che delinea un parametro di vita: «Neanche Gesù Cristo – prosegue infatti sulle onde  dell’etere di quel Natale 1949 don Loris Capovilla – ha avuto moderatismo, amici miei. L’Autore  della parabola del prodigo è stato un ‘prodigio’ d’amore: lo ha gettato al vento, diciamo noi, gli  avveduti. Egli non ha misurato il rischio che correva, aggregando alla sua impresa divina dei piccoli uomini tentati di ridurre l’Eterno negli schemi dell’egoismo e dell’interesse». E quasi non bastasse don Loris stringe su elementi di somiglianza che tendono a dimostrare in cosa  consista la sequela: «Attorno al prete di Bozzolo, in quel di Mantova, attorno al parroco contadino  (come Lui si definisce), Don Primo Mazzolari, si sono dati convegno alcuni animosi. Disposti al  supremo rischio dell’isolamento; decisi a non lasciarsi sopraffare da sentimenti o da spirito di parte,  da lusinghe o da minacce; per nulla preoccupati di fare della letteratura o di raccogliere delle  summe teologiche. Essi cercano di scoprire le cause dei mali che opprimono l’umanità e  suggeriscono, con umile ardore, non un accomodamento qualsiasi, ma il rimedio cristiano: tentano  di ridurre in termini correnti l’inesauribile sostanza del cristianesimo; e non si arrendono ai  pregiudizi degli uni o alla testardaggine degli altri. Combattono con un giornale che i benpensanti  trovano squilibrato, scanzonato e provocante fin nel titolo: ‘Adesso’...». Dopo aver rimandato, per il nome della testata, al passaggio evangelico «Chi non ha una spada ...»  – da Luca – il commentatore radiofonico del Vangelo domenicale sembra poi anticipare, contro i  profeti di sventura, parole e temi che, anni ed anni dopo, avrebbero aperto il Concilio Vaticano II  con la voce di chi in quel 1949 era da quattro anni Nunzio a Parigi, che sarebbe stato, dal 1953,  Patriarca a Venezia e infine pontefice, nel 1958, col nome di Giovanni XXIII: «L’‘Adesso’ – scrive  e legge don Loris – è il grido di coloro che soffrono ed amano; che non trovano gusto a fare i  catastrofici, ma che sentono l’urgenza di assumere la tremenda responsabilità del profeta (...) Tra  l’‘Adesso’ degli incendiari e l’‘Adesso’ degli Apostoli non c’è via di scampo. Non c’è l’‘Adesso’  dei beati possidentes! Bisogna scegliere finalmente (...) L’‘Adesso’ cristiano è armato di pazienza,  non di viltà. Sa che il cristianesimo ha dalla sua i millenni, ma non ne approfitta per rinunciare al  suo ruolo nel tempo». Nella Basilica di San Pietro, l’11 ottobre 1962, Giovanni XXIII scandirà, nel suo nitido latino: «At  Nobis plane dissentiendum esse videtur ab his rerum adversarum vaticinatoribus...»; contro i  profeti di sventura, quasi ribadendo l’indicazione che un giovane don Loris trae dall’ispirazione di  Mazzolari. «non so dire grandi cose»  Nel 1949 don Primo era stato preavvertito della trasmissione con una lettera – del 20 dicembre, la  prima di una lunga corrispondenza foriera anche di molti incontri a Bozzolo – nella quale don Loris  si protestava «un giovane prete che non ha fatto niente di buono nella sua vita e che solo adesso,  anche per merito del suo quindicinale, va prendendo fiato e misura il rischio che costa il dire quel  che si deve e ciò che si pensa». Nelle medesime righe chiedeva un ascolto per la puntata di Natale  in vista anche di quella di fine dicembre, che avrebbe, l’una e l’altra, dedicato ad «Adesso»: «Il  giorno di Natale parlerò, come ogni domenica, dai microfoni di Radio Venezia alle 12.05 sul tema – La voce di ‘Adesso’ (...) Posso pregarLa di un favore? Metta in ascolto uno dei suoi, che la pensi  come Lei, perché io possa sentirmi dire se devo continuare, tenuto conto della particolare ed  insieme delicata (impegnativa!) rubrica radiofonica del Vangelo. Ho sempre fatto così: i minuti  preziosi voglio spenderli non per fare della elegante esegesi, ma una scuola attiva di cristianesimo  da attuarsi subito. Intendiamoci: non dico e non so dire grandi cose. Ma le dico con tutto il cuore e  con accesa passione. È da presuntuoso il dire che sento di amare tanto anch’io la causa che Ella  agita in nome di Dio?». È anche certo che i testi delle puntate vennero recapitati nella canonica di Bozzolo entro l’Epifania  del 1950. Cronaca minore dell’oggi è invece il fatto che il ritorno in attenzione di questi fogli di  velina da carta carbone, dattiloscritti per la puntata del 25 dicembre, venga ora dalla ripubblicazione – su Avvenire e integralmente su «Impegno» della Fondazione Mazzolari, nel 2016 – di quella  prima missiva con la quale il «giovane prete» prendeva contatto con un autore a lui noto e da lui  seguito sin dai tempi degli studi seminariali. La copia della conversazione «La Voce di Adesso»,  con sottotitolo «Domani andrò a scuola», con annotazioni e aggiustamenti manoscritti, viene invece dall’Archivio personale di don Loris Capovilla grazie alla ricerca attenta di Ivan Bastoni che del  Segretario di Giovanni XXIII (mai ex, sempre Segretario) è stato a sua volta segretario – per scelta  di volontariato – lungo sedici anni, divenendo poi esecutore testamentario ed ora erede e custode di  questo patrimonio inestimabile per la storia del Novecento. Dei toni decisi, pur nella sua modalità composta, di don Loris e di quel determinato schierarsi ci si  può forse stupire – in una battuta: possiam pensare, ad un piccolo sovversivo, per auto definizione  però sempre «conservatore », attivo nella diocesi di San Marco alla metà del secolo scorso? – ma  quel che diventa interessante è osservare il comporsi e l’incrociarsi di due percorsi tra loro pur  diversi – di Angelo Giuseppe Roncali e di Loris Francesco Capovilla – con la proposta e  l’elaborazione del parroco di Bozzolo. Se una conversazione radiofonica dà spunto per ricostruire il  filo Mazzolari/Capovilla non si può ignorare come il cardinal Roncalli abbia manifestato, da Nunzio in Parigi e poi, essendo Patriarca, da Venezia, la sua attenzione per l’opera e per gli scritti di don  Primo: è reciproco anzi l’invio e lo scambio di testi pastorali e reciproco ne è l’apprezzamento. Forse anche queste affinità contribuirono alla scelta di un segretario da parte di un neo-patriarca che si mostrò incurante – profeticamente, visti gli esiti di longevità – dell’informazione curiale sulla  gracilità di salute di quel giovane prete. Gli incontri personali tra i due, a Venezia nel 1950 e a  Parigi nel febbraio 1953, già erano stati occasione per far risuonare consonanze profonde. «...di qua e di qua e di qua»  Anche l’udienza di Giovanni XXIII a don Mazzolari, il 5 febbraio 1959, richiese un lavorio  puntuale di don Loris, sempre capace di realizzare – nonostante molti pareri contrari di mondi  romani – i desideri e le decisioni del papa: da quell’incontro don Primo uscì commosso e liberato  perché ogni travaglio, dolore, sofferenza patita s’erano dissolti: «Esco contento: ho dimenticato  tutto! ». Ed è da credere che molto si debba a don Loris anche per l’incontro tra la (allora)  costituenda Fondazione don Mazzolari e papa Paolo VI; di quell’occasione la testimonianza  personale di don Loris si limita ad un: «io ero presente», per poi ricordare: «Papa Paolo chiude il  discorso e, sapendo le obiezioni, forse anche di molti dei presenti, aggiunge, sgranando quei suoi  occhi: vi hanno detto che io non volevo bene a Mazzolari.  Ma non è vero: io gli volevo bene. Sapete cosa è capitato? Che lui aveva il passo troppo lungo e noi qualche volta si stentava a tenergli dietro.  Così ha sofferto lui e abbiamo sofferto noi. Ma questo è il destino dei profeti». Anche da questo snodo gli intrecci si potrebbero moltiplicare all’indietro ed in avanti: per indicare  un futuro – come fa sempre la storia – documentando una salda rete dello Spirito stabilitasi tra  persone e figure capaci di dare orientamento alla fede cristiana: prima, durante e dopo il Concilio;  una rete che ricomprende e che ora si salda in papa Francesco: a questo nostro papa si deve il  cardinalato per don Loris, come segno di onore e gratitudine, nel volgere verso il suo secolo di vita  (a 98 anni, nel 2015); a questo papa la visita a Bozzolo, sulla tomba e con le comunità, quella locale e la remota, di don Primo, il 20 giugno 2017: qui si è rinnovato l’incontro tra il parroco di Bozzolo  e papa Giovanni in Vaticano, là dove suonò il singolare riconoscimento di «tromba dello Spirito  Santo in terra mantovana»; a questo papa dobbiamo l’affermazione – che non è piccola cosa – di  non essere riuscito a ridurre il testo del suo intervento che pure gli avevano raccomandato di  contenere: «Mi hanno consigliato di accorciare un po’ questo discorso, perché è un po’ lunghetto.  Ho cercato di farlo, ma non ci sono riuscito. Tante cose venivano, di qua e di qua e di qua... Ma voi  avete pazienza! Perché non vorrei tralasciare di dire tutto quello che  vorrei  dire, su don Primo  Mazzolari». Ed anche noi, dopo ricerche, scoperte e stupori, dobbiamo tornare a dire tante cose, insieme a  Francesco. Per il nostro domani: come Chiesa.