sabato 12 agosto 2017

(Nunzio Galantino) Avevo quasi rinunziato a pubblicare queste considerazioni. Ho aspettato prima di tornare su un  evento dal quale ci separano ormai alcuni mesi. Ho aspettato anche perché, in “tempo del raccolto”,  eventi simili a quello cui faccio riferimento continuano a far notizia. Non so se è ipocrisia,  disinformazione o altro, ma non riesco ancora a capire come, nel 2017, si possa parlare di “ghetto”,  addirittura di gran ghetto e di caporalato senza stupirsi, senza ribellarsi, senza indignarsi.  No so quanti conservano impresse le immagini – era il mese di marzo – del “ghetto di Rignano” in  fiamme.
Un luogo in provincia di Foggia che fino a quel momento era sconosciuto ai più (ma non  alla Caritas diocesana), come sconosciuti erano e rimangono gli ormai ex abitanti del ghetto.  Persone con l’unico bisogno di lavorare. In quei giorni, la cronaca dell’incendio ha “bruciato”  l’essenza della notizia ovvero i due ragazzi immigrati morti. Ceneri di case fatiscenti e di cose  apparentemente insignificanti (ma solo per molti di noi) hanno coperto i volti, gli occhi dei tanti  ragazzi, ex abitanti, che – richiamati dal sogno di un lavoro dignitoso e di una vita serena – hanno  affrontato penosi e faticosi viaggi della speranza.  Al di là degli aspetti giudiziari che non conosco, al di là della decisione di effettuare lo sgombero da parte delle Istituzioni per dare un’alternativa più dignitosa alle condizioni di vita degli abitanti, al di là delle tante realtà territoriali che hanno offerto e stanno offrendo assistenza, da cittadino italiano e  da pugliese, l’idea che il nostro Paese permetta l’esistenza di luoghi dove si viva come bestie, in  baracche costruite con cartoni e plastica e se va bene un po’ di legno, tra rifiuti, sporcizie, senza  acqua e senza corrente elettrica, non è e non può essere ammissibile. Mai. Figuriamoci nel 2017. Sono morti due ragazzi poco più che trentenni. Due vite spezzate dal fuoco e mortificate dalla vita  che nessuno più ricorda. Dovremmo chiedere scusa ai due ragazzi malesi che in Italia hanno trovato la morte invece che la speranza, ma dovremmo chiedere scusa in modo molto più pressante e  convinto a tutte le persone che abitavano nel ghetto, che avevano riposto nel ghetto la tranquillità  del vivere quotidiano, fra lavoro e fatica. E che sono ancora vivi. Lo so, queste parole finiranno per  “armare” i soliti noti e per attirarmi le loro contumelie. Ma finché non riusciremo a liberarci  dall’arte di girare alla larga dalla sofferenza – qualsiasi sofferenza – non faremo passi in avanti  verso la civiltà.  Gli abitanti del ghetto – mi è stato riferito - non volevano lasciare le macerie per paura di non essere più assoldati per il lavoro “a giornata”. Lavoro? Che lavoro è trascorrere un’intera giornata nei  campi per un raccolto e guadagnare meno di 10 euro? Che dignità dà quel lavoro se, nonostante i  pochi euro guadagnati, si ha anche l’obbligo di dare una quota del “ricavo” ai datori di ... lavoro? É lavoro a tutele mancanti e fatica a ranghi crescenti. È solo sfruttamento. I caporali esercitano il loro  potere e controllano il mercato del lavoro “nero” soprattutto attraverso la sottrazione dei documenti  della “forza” lavoro. Per chi scappa da zone poverissime rinunciando agli affetti più cari, per chi  scappa da guerre non volute e decise da altri, il documento non è solo una carta di identità, un  permesso di soggiorno. Il documento lega la persona alla sua terra, alla sua appartenenza  linguistica, culturale, al suo popolo, alla sua famiglia. Sottrarre il documento significa mortificare  l’identità della persona, più che controllarne e limitarne la libertà. Secondo l’Istat, nonostante il reale impegno di istituzioni e organizzazioni di categoria, il fenomeno del lavoro nero legato al caporalato in agricoltura è in costante crescita e non accenna a scemare da  dieci anni a questa parte. Sebbene molto tardi, la Camera dei deputati nell’ottobre del 2016 ha  approvato definitivamente il disegno di legge contro il caporalato estendendo responsabilità e  sanzioni anche agli imprenditori che fanno ricorso alla loro intermediazione per trovare forza lavoro a basso costo. Prima di allora però esisteva già una legge contro l’intermediazione illecita e lo  sfruttamento del lavoro. Risaliva al 2011. Peccato che sia stata poco applicata a causa, sostengono  in molti, della difficoltà nell’individuazione del reato. La nuova legge riscrive il reato  semplificandolo e liberandolo da alcune specifiche che prima ne complicavano l’individuazione,  aggiunge la confisca obbligatoria del denaro, dei beni o delle altre utilità di cui il condannato non  possa giustificare la provenienza. Tali denari, nello spirito della legge, dovrebbero alimentare il  “Fondo antitratta” destinato a rifondere le vittime e premiare gli imprenditori e le aziende “virtuose” che dimostrano di non fare ricorso a tale tipo di mano d’opera. Sarò pure un ingenuo, ma... quanto sarebbe incoraggiante per tutti sapere quanti caporali vengono  arrestati nelle tante “Rignano”. Quanti i soldi recuperati? Quante le vittime risarcite? Quali le  aziende virtuose? Solo pubblicando e pubblicizzando in maniera puntuale eventuali risposte a  queste domande si può pensare che qualcosa cambi. Solo dando notizia dell’esperienza di  integrazione che si sta vivendo in tanti piccoli e grandi comuni italiani (ahimè ancora pochi!), sarà  possibile “bonificare” l’aria dalla disinformazione e dalla diffusione di notizie montate ad arte a  beneficio dei rancorosi di professione.