martedì 8 agosto 2017

Italia
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(Raniero La Valle) Il caparbio rifiuto europeo di far posto ai profughi e la maldestra condotta del governo italiano sui  migranti (la dottrina Minniti, i vincoli posti alle operazioni di soccorso, la spedizione delle navi  militari in Libia) hanno innescato una rovinosa deriva dell’opinione pubblica, sostenuta da una  inaudita campagna di stampa contro ogni forma di accoglienza e di solidarietà. Questa, a ben  vedere, al di là del supposto obiettivo delle ONG, ha di mira il papa che, con i gesti di Lampedusa e  Lesbo, ha squarciato la cortina dell’omertà e ha posto la questione politica e morale della risposta  da dare alla più grande tragedia del nostro tempo, quella delle migrazioni di massa.
È cominciata da lì la serie degli eventi: prima l’Italia ha avviato l’operazione “Mare nostrum”,  pensando che fosse a buon mercato, poi Alfano, dopo un anno, l’ha fatta chiudere, i populismi  egoisti e xenofobi si sono scatenati, la stampa e le TV hanno fatto da sponda alla paura e  all’intolleranza, il governo ora passa alle maniere forti, Renzi e gli altri vecchi politici non pensano  se non in termini di consenso per il potere, ed ecco che quello che stiamo per compiere prende il suo vero nome: un genocidio. L’esperienza del Novecento ci dice che dei genocidi è meglio accorgersi  prima o nel mentre che si compiono, piuttosto che commemorarli o negarli dopo. In che senso l’Europa e l’Italia sono oggi a rischio di perpetrare un genocidio? Genocidio è una  parola che nemmeno esisteva prima della Shoà, benché molti ce ne fossero stati nella storia. Vuol  dire uccidere un popolo, ma non di una sola nazione, tant’è che gli Ebrei uccisi nei campi erano di  tutte le nazioni. E non vuol dire nemmeno uccidere tutti i membri di un popolo, ma anche solo  alcuni o una parte di loro per nessun’altra  ragione che per l’appartenenza a quel popolo, a quel  gruppo, a quel “genus”. Volere che un popolo non esista, negare di riconoscerlo, misconoscere la  qualità umana dei suoi membri è l’inizio del genocidio, come lo è stato l’apartheid, la soppressione  dell’identità degli Indios, il regime di discriminazione razziale in America, la difesa degli uni  identificata nella cancellazione o non visibilità degli altri. Quello dei migranti è un popolo, di molte  nazioni, identificato dalla tragedia comune della fuga dalla guerra, dalla violenza, dalla fame, dalla  siccità, dallo sfruttamento coloniale, dalla miseria endemica vigilata dalla Banca mondiale. Fare in  modo che essi non ci siano per noi, fermarli sulle zattere e sui barconi prima che arrivino,  ostacolarne con le armi e con i “codici”  l’approdo, rimandarli in terre di prigionia che non sono la  loro patria, aiutarli a casa loro, cioè a restarsene e a morire nei loro inferni, è un genocidio, finché  non si inventerà un’altra parola simile a questa. La libertà dei mari era stata inventata da Grozio,  come condizione e culmine della modernità, a cui egli aveva offerto la formula della laicità che vige tuttora. Stiamo buttando a mare anche quella, insieme all’universalità dei diritti, insieme all’idea  che gli uomini potessero farcela a vivere insieme in giusti ordinamenti senza uccidersi. Perciò pronunciamo oggi la grave parola "genocidio". Non per accusare ma perchè ci accorgiamo di quello che stiamo facendo, che stiamo per fare.